17 febbraio: una tempesta di fuoco si abbatte su Gonnosfanadiga | La Testimonianza


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>17 febbraio. “L’olocausto di Gonnosfanadiga”. I morti e i feriti dell’operoso villaggio dove si è scatenata la furia selvaggia. Il sacrificio di tante vite umane non si cancellerà dalla memoria del popolo sardo.” Titolava così un articolo sulla strage l’Unione Sarda del 27 febbraio 1943. Per la Comunità gonnese quello fu un vero e proprio olocausto. Contava cinquemila anime circa. Pagò un tributo, un tributo enorme, senza colpe e responsabilità. Quel 17 febbraio è rimasto impresso nella mente dei Gonnesi tanto da assurgere a tratto identitario dell’intera comunità e della sua memoria storica. Puntualmente ogni anno il racconto di quel tragico evento scrive un nuovo capitolo affinché i giovani sappiano e i meno giovani non dimentichino. La mente scorre i fotogrammi di quel tragico pomeriggio quando il cielo fu scosso dal rombo assordante e mortale dei bombardieri anglo-americani e nelle strade corsero rivoli di sangue innocente. Comparvero all’improvviso, in quel pomeriggio tiepido e assolato. Frecce d’argento, rilucenti al sole, cariche di morte. Occhi all’insù di tanti che, curiosi, spostarono lo sguardo dal cielo limpido alle rilucenti saette. Piovvero bombe. Micidiali. Cittadini inermi e indifesi. 99 caddero subito, altri poco più tardi; 330 ebbero il corpo lacerato dalle schegge metalliche degli ordigni a frammentazione. Molti bambini videro tragicamente stroncata la loro giovane vita: giocavano divertiti e sorridenti, chi nelle strade, chi nei cortili, chi nei campi aperti prospicienti le abitazioni. Come fiori recisi, rimasero esangui nei cortili e nelle strade. Numeri e segni indelebili di un tragico bilancio. Seguirono momenti concitati. Tra urla strazianti e soccorsi frenetici per salvare vite umane, fu terribile vedere le strade cosparse di cadaveri e di feriti; impressionante lo stato dei corpi, mutilati e sanguinanti. In un istante si passò dalla vita alla morte. La morte che tutto cancella, che tutto porta via. Via Porru Bonelli, Via Marconi e il Rio Piras furono il palcoscenico di quel terribile eccidio. Anche la campagna pagò il suo tributo di sangue. Un pastorello di 15 anni, al seguito delle sue pecore, salutava festante sventolando la giacca quegli aerei color argento. Un ordigno gli stroncò il sorriso sulle labbra e gli portò via la giovane vita. La morte si abbatté improvvisa, feroce, devastante in una comunità pacifica, laboriosa, tranquilla, assorta interamente nelle attività della vita quotidiana. La popolazione fu sconvolta. Incredula. Incapace di reagire. “Perché a noi? Cosa abbiamo fatto di tanto grave?” – fu il pensiero di molti. E la domanda cadde senza risposta! Negli anni tante ricerche, documenti, testimonianze. Perché quel bombardamento a Gonnosfanadiga? La verità? Sarà difficile che emerga dalle nebbie degli anni trascorsi. Ognuno resterà nella propria convinzione e difficilmente potrà essere smentito da testimoni oculari e da documenti d’archivio. Rimangono tante domande. Fu un atto premeditato? Fu casuale? Fu un deterrente verso civili innocenti ed estranei ai fatti bellici? Fu una ritorsione? Domande senza risposte certe e nel campo rimangono le opinioni di ciascuno. Alla Comunità e ai suoi rappresentanti il compito di non dimenticare, di mantenere vivo il ricordo di quell’evento perché rimanga indelebile nella memoria di ognuno cosi come rimangono indelebili i segni tangibili nel corpo e nella mente dei sopravvissuti e nei muri delle strade dove l’eccidio si è consumato. Sono seguite anche numerose polemiche sulle personalità presenti in varie ricorrenze e sui riconoscimenti avuti. Mi pare che non abbiano molto senso e siano anche poco dignitose e poco riconoscenti verso le vittime e la tragicità dell’evento. Accettiamo, anche criticamente, quanto ci viene riconosciuto, ma non facciamone l’unica ragione. Ha invece un alto valore quello che la Comunità riesce a trasmettere attraverso il succedersi delle generazioni: l’impegno e il contributo perché la volontà di tutti, come scelta responsabile e consapevole, eviti il ripetersi di simili assurde tragedie, ribadendo il concetto che la vita umana, in tutte le sue espressioni, è il bene più prezioso e maturando comportamenti che siano la conseguenza di fatti e azioni che noi abbiamo determinato e vissuto. La vita continua, giorno dopo giorno, ricordando il passato, maestro di vita, ma guardando al futuro, che sia sempre migliore. C’è il giorno del ricordo e c’è il tempo della memoria. Voglio chiudere con una poesia inedita di Pietro Lai, un poeta di Gavoi, che scrisse nel 2010 per la commemorazione delle vittime del bombardamento del 17 febbraio 1943 Gonnosfanadiga ti tenzo in pessamentu Bò saludo mannos e minores Zente onesta e traballadores Ha subidu unu bomardamentu Pagadu de sa gherra sos errores De sa mammas s’intende su lamentu Po curpa de sos viles prepotentes An feridu e mortu sos innocentes. Ses sempre viva in sa nostra memoria De amore e rispettu de Sardigna Fizzos ‘e husta terra de sa Sardigna Pro eternu restas in s’historia Trionfe de sa paghe sa vittoria E si cunverta sa zente malinna Pro unu mundu prus giustu e libertade Pro su benessere de s’umanidade. (Cenzo Muntoni)
LA TESTIMONIANZA  Ma gli aerei americani sbagliarono bersaglio? Mercoledì 17 febbraio 1943: un’adolescente quattordicenne ritorna da scuola, riaperta il giorno precedente dopo la lunga proroga data alle vacanze natalizie, frequenta la IV inferiore delle magistrali (oggi si direbbe prima liceo pedagogico).Quel giorno cambiò la vita serena di quella ragazzina che pensava solo a studiare, giocare e… sognare. Sono trascorsi settantatrè lunghissimi anni, tutto di quel giorno è scolpito nella mia mente e nel mio cuore. Papà, subito dopo Natale,aveva trasferito la nostra famiglia da Cagliari a Gonnosfanadiga (dove già eravamo stati nell’estate precedente per un mese di vacanza) perché si temevano bombardamenti nella città. Eravamo quindi lontani dal pericolo. Il 16 era venuto papà a prendermi perché avevano riaperto le scuole. E torniamo a quel terribile mercoledì di febbraio. Poco dopo le 14,30 ci fu uno spezzonamento anche a Cagliari, nel rione Stampace. II cannoneggiamento della contraerea, gli spezzoni americani, il rumore assordante degli aerei ci terrorizzava. Scendemmo, come sempre, giù in portineria ed io piangevo invocando la mamma, ignara del dramma atroce che stava vivendo. Papà mi promise che il giorno successivo mi avrebbe ricondotta a Gonnos. Finita l’incursione papà mi disse che andava in Via Roma dove abitavano i nonni e gli zii per avere loro notizie. Io andai in una latteria vicina,facevo la fila. Dopo 15 minuti sentii la voce roca di papà rotta dai singhiozzi, che mi chiamava: “Luisa, figlia mia, è arrivata mamma da Gonnos”. Intanto, come a Cagliari, anche a Gonnos si era consumato un immane sacrificio e tra i 99 morti all’istante c’erano anche i miei tre fratellini: Tore 10 anni, Mariolina 8 e Anna quasi 5. La mamma si salvò perché poco prima del mitragliamento e dello spezzonamento era andata a parlare una maestra perché Tore e Mariolina frequentavano le elementari. Contro la sua consuetudine aveva lasciato a casa i bambini che giocavano nel grande cortile della casa dove viveva la famiglia Doglio, che quel giorno ospitava i nipotini Franca e Giacomo. Dopo pochi minuti ci fu l’inferno. Mamma pensò a un terremoto, uscì per tornare a casa e si trovò subito in Via Porru Bonelli dove il sangue scorreva a rivoli e i morti e feriti non si contavano. Camminava sui cadaveri. La gente soccorreva i feriti e nessuno si era accorto che nel cortile di Via Porru Bonelli, angolo Via Garibaldi, chiuso da un grande portale, giacevano a terra dieci persone: i miei tre fratellini, i due bambini Doglio e la zia, tre le padrone di casa Piras Carreras e un ragazzina che faceva la domestica. Mamma chiamava disperatamente i bambini, ma nessuno rispondeva; uscì fuori a comunicare l’accaduto. L’accompagnarono alle poste per fare un telegramma, ma né telegrafo né telefono funzionavano. Intanto era arrivata da Cagliari un’auto che riportava un signore dimesso dall’ospedale e doveva rientrare in città. Le fu offerto un passaggio e a Cagliari in piazza Garibaldi vide papà e gli diede la tremenda notizia. Il direttore dell’ufficio dove lavorava papà mise a nostra disposizione un’auto e partimmo per Gonnos dove arrivammo verso le 22: un deserto. Fummo ospiti di una famiglia conosciuta (Carta Marras).Fu una notte di pianto ed angoscia, eravamo esterrefatti, increduli, immersi in un incubo che speravamo non fosse realtà. L’indomani mattina ci recammo in cimitero dove erano stati trasportati i morti e la mamma e papà, riconosciuti i propri figli, ebbero l’autorizzazione di trasportarli a Cagliari. La sera ripartimmo tutti per la città. Quel giorno, 17 Febbraio 1943, cambiò la vita di una ragazzina fino allora serena e spensierata. Dalla disperazione e dall’odio ci salvò la Fede. Io non ho mai sentito dai miei genitori una sola parola di odio o contro il regime che c’era allora, o contro g!i americani che in un giorno di sole scambiarono un ameno paese ai piedi del monte Linas in che cosa? In un campo militare? Ma via! La Fede vissuta e la capacità di perdonare unirono più che mai la mia famiglia: nella gioia (nascita di un fratellino) e nel dolore della sua morte dopo solo sette mesi; nella nascita di un’altra sorella e nel dolore intenso della malattia e della morte della mamma, Fede che ci ha aiutato a vincere l’odio e la rabbia e a elaborare il dolore. Dopo la morte della mamma, dalle seconde nozze di papà nacque un fratello che ha assimilato gli insegnamenti che si respiravano e si vivevano in famiglia e oggi, assieme alla mia sorella, è motivo di gratitudine e di gioia per me. I valori trasmessi dai miei genitori sono stati la mia forza. Ho imparato e insegnato che la vita è un dono, il più prezioso, e si deve spendere nell’amore che, tradotto in vita, diventa fratellanza, giustizia, pace. Anche oggi, a settantatré anni da quel tragico giorno, è necessario ricordare che la guerra,la violenza,l’egoismo, l’indifferenza, sono parole che devono scomparire dalla nostra mente e soprattutto dal nostro cuore. L’adolescente di allora e la vecchia ottantaquattrenne di oggi augura a tutti di essere sempre testimoni di concordia, di perdono, di amore fattivo. (Luisa Mercenaro) 04fo- foto gonnos dall'alto 1  

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