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Call center: l’intrusione che ferisce cittadini e lavoratori

Le telefonate dei call center sono diventate una presenza fissa e molesta nella vita di milioni di cittadini

C’è un rumore che entra nelle case senza permesso, interrompe il lavoro, spezza il riposo, altera la quiete quotidiana. È il rumore dei call center, diventato una presenza fissa e molesta nella vita di milioni di cittadini. Chiamate a raffica, numeri anonimi, offerte imposte, voci che irrompono quando nessuno le ha chieste. Il telefono, strumento nato per mettere in contatto le persone, viene piegato a un uso aggressivo che assomiglia sempre più a una forma di occupazione dello spazio privato.Ma sarebbe troppo comodo prendersela con chi sta dall’altra parte della linea. Gli operatori dei call center, nella maggior parte dei casi, non sono i colpevoli: sono l’anello più debole della catena. Lavoratori precari, sottopagati, spesso sottoposti a ritmi insostenibili, a controlli ossessivi, a obiettivi commerciali imposti con brutalità. Anche loro vittime di un sistema che monetizza tutto, perfino il disagio di chi chiama e di chi riceve la chiamata. Il problema non è la voce che sentiamo al telefono, ma il modello che la costringe a trasformarsi in pressione commerciale.Ed è proprio qui che la denuncia deve farsi più netta. Si è normalizzata l’idea che il tempo del cittadino sia disponibile per il profitto e, insieme, che il lavoro possa ridursi a una catena di montaggio della persuasione. Da una parte persone disturbate, esasperate, talvolta raggirate; dall’altra lavoratori costretti a recitare uno script, a insistere, a vendere comunque, sotto il ricatto silenzioso del contratto che scade, delle provvigioni che mancano, del turno successivo già appeso a un risultato. È una doppia violenza: contro chi subisce la chiamata e contro chi è costretto a farla.Per questo non basta dire ai cittadini di difendersi meglio, né si può continuare a colpevolizzare i singoli operatori. Serve un’assunzione di responsabilità politica e civile: regole davvero efficaci contro il telemarketing aggressivo, controlli seri, sanzioni pesanti per committenti e intermediari, filiere trasparenti, tutele vere per i lavoratori. Perché finché questo meccanismo resterà in piedi, il profitto continuerà a passare sopra tutto: sopra la privacy dei cittadini e sopra la dignità di chi lavora.E allora bisogna dirlo con chiarezza: il vero scandalo non è una telefonata di troppo, ma un sistema che considera le persone un bersaglio e il lavoro una leva da spremere. Finché sarà così, il cittadino continuerà a essere disturbato e il lavoratore continuerà a essere usato. Difendere il silenzio delle nostre case e la dignità di chi sta all’altro capo del telefono è la stessa battaglia. E un Paese civile si riconosce proprio da questo: da ciò che decide di non calpestare mai. ...

La perdita del potere d’acquisto delle pensioni

La perdita di potere d’acquisto nasce dallo scarto tra inflazione e dinamica delle retribuzioni

In Sardegna la crescita dei prezzi ha corso più dei redditi da lavoro e pensionistici. Il risultato è una compressione della spesa quotidiana e un aumento delle rinunce, con effetti su consumi, coesione sociale e prospettive di sviluppo. La perdita di potere d’acquisto nasce dallo scarto tra inflazione e dinamica delle retribuzioni. In Sardegna, i livelli retributivi medi dei lavoratori dipendenti risultano inferiori alla media nazionale: il report regionale Best Sardegna dell’Istat indica per il 2023 una retribuzione media annua dei dipendenti intorno ai 17.500 euro lordo, circa seimila euro in meno rispetto al dato nazionale. Questo divario riduce la capacità delle famiglie di assorbire i rincari su energia, trasporti e alimentari e rende più fragile anche chi ha un’occupazione regolare.Per i pensionati la pressione è doppia: da un lato la crescita dei prezzi, dall’altro assegni spesso contenuti sotto i mille euro mensili. Nel 2023 l’importo medio annuo pro-capite dei redditi pensionistici è stato di 20.000 euro, a fronte dei 21.700 della media nazionale. Inoltre, l’incidenza dei pensionati con reddito di basso importo è stata più alta in Sardegna (10,4%) rispetto alla media nazionale (8, 9%).Un indicatore utile a cogliere l’ampiezza del fenomeno è il reddito disponibile equivalente. Nel 2022, il 50% dei residenti in Sardegna disponeva di circa 16.200 euro l’anno contro i 18.600 dell’Italia.Il meccanismo dell’inflazione che si “mangia” il reddito di salari e pensioni si evince anche guardando i dati Istat del 2023 sulla crescita nominale di questi (+4,2%), ma diminuiti in termini reali (-1,6%) perché l’aumento non tiene il passo con l’inflazione, specialmente per le pensioni. Se questa dinamica si somma a livelli di reddito più bassi come la Sardegna, l’erosione del potere d’acquisto tende a essere più rapida e percepibile. La contrazione del potere d’acquisto non resta confinata ai bilanci familiari: riduce i consumi interni, penalizza commercio e servizi, e spinge a rinviare spese per la casa, la salute, la formazione dei figli.La Sardegna, che soffre per la fragilità occupazionale e il reddito da lavoro contenuto, l’erosione da inflazione si sta trasformando in un freno strutturale alla crescita. Che cosa serve per uscire dalla dannosa spirale? Serve un mix di leve: sostegno alla contrattazione e ai rinnovi contrattuali, rafforzamento dei servizi pubblici, misure di inclusione dei giovani nel mondo produttivo, tagliare gli sprechi nella pubblica amministrazione, ma soprattutto, nell’immediato occorre aumentare i redditi reali dei salari e delle pensioni. Governo e Parlamento non dimentichino che quando i redditi crescono meno dei prezzi, non è solo un problema di bilancio, ma un problema di futuro. ...

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