La Marmilla invecchia, perde abitanti e vede diminuire anno dopo anno le nascite. Nei piccoli paesi aumentano le difficoltà nel garantire i servizi essenziali, dalla scuola alla sanità, mentre le opportunità per i giovani continuano a ridursi: è questa la fotografia di un territorio che da tempo chiede maggiore attenzione e interventi capaci di contrastare lo spopolamento.
I numeri raccontano una realtà preoccupante: i diciotto comuni dell'Unione dei Comuni Marmilla contano complessivamente circa 23mila abitanti, contro gli oltre 26mila del 2011. Una diminuzione che rischia di trasformarsi in un circolo vizioso: meno residenti significano meno alunni, meno servizi e, inevitabilmente, meno ragioni per restare.
Da anni le comunità locali attendono deroghe e misure specifiche per le aree interne, dove una scuola con pochi studenti, un ambulatorio o un servizio pubblico non possono essere valutati soltanto sulla base dei numeri. Servono leggi ad hoc, deroghe imprescindibili per le aree più in difficoltà che non posso essere messe sullo stesso piano di territori più popolosi della Penisola. Queste, in molti casi, rappresentano condizioni indispensabili per continuare ad abitare un paese e prevenire il dramma dell’abbandono.

Eppure, mentre si invocano interventi straordinari, le scelte economiche nazionali continuano ad alimentare interrogativi. Le prospettive di riduzione degli organici scolastici preoccupano i territori già penalizzati dal calo delle iscrizioni. Sul fronte sanitario, nonostante l'aumento dei finanziamenti nazionali, rimangono aperti i problemi della carenza di personale, delle liste d'attesa e delle difficoltà di accesso alle cure. Questioni che assumono un peso ancora maggiore dove la popolazione anziana è numerosa e raggiungere anche il più vicino ospedale o uno specialista significa spesso affrontare spostamenti non semplicissimi.
Ma è soprattutto sulle pensioni che il confronto fra promesse e realtà diventa evidente. “Aboliremo la legge Fornero”, “Pensioni minime a mille euro”, “Più flessibilità per lasciare il lavoro”, erano questi solo alcuni degli slogan che avevano accompagnato la campagna elettorale del 2022.
A quattro anni di distanza, la legge Fornero è ancora in vigore, le pensioni minime ordinarie restano ben lontane dai mille euro e alcune possibilità di pensionamento anticipato si sono ristrette. “Quota 103” e “Opzione donna”, giusto per citare due esempi concreti, non sono state prorogate per il 2026, mentre dal gennaio 2027 l’età ordinaria per la pensione di vecchiaia salirà ancora: 67 anni e un mese, per arrivare a 67 anni e tre mesi nel 2028, con esenzioni per determinate categorie di lavoratori. Infine, dulcis in fundo, i requisiti contributivi per la pensione anticipata aumenteranno progressivamente. Non sono mancate, inoltre, limitazioni alla rivalutazione degli assegni pensionistici negli anni precedenti, con conseguenze soprattutto per chi percepisce pensioni superiori alle fasce maggiormente tutelate. Basterebbe semplicemente osservare la realtà: lo slogan elettorale stride con la denatalità e una popolazione sempre più anziana in Italia. Le classi politiche italiane dovrebbero avere il coraggio di ammetterlo: fare mea culpa, visti i troppi anni di occupazione dei seggi in parlamento di troppi politici (alcuni lì presenti addirittura dagli anni ’70), vorrebbe dire ammettere il proprio fallimento.
Ma il problema delle promesse non mantenute non riguarda una sola parte politica. È una questione che attraversa governi, maggioranze e opposizioni di ogni colore e che dovrebbe imporre una riflessione sul modo stesso di affrontare le campagne elettorali. Forse è arrivato il momento di pretendere che ogni proposta sia accompagnata non soltanto da uno slogan, ma anche da una spiegazione chiara della sua fattibilità, delle risorse economiche necessarie e dei tempi per realizzarla. Perché promettere è semplice: spiegare come mantenere una promessa, invece, lo è evidentemente molto meno.
In un passato non troppo lontano un famoso leader della Lega è arrivato persino a dichiarare, a proposito dell'abolizione della legge Fornero: «Se non l’avremo fatto, sarete titolati a spernacchiarmi». Una (infelice) battuta pronunciata durante una campagna elettorale che dà sconforto: perché quando gli impegni pubblici non trovano riscontro, il rischio non è soltanto quello di suscitare qualche fischio o una risata amara, semmai quello di alimentare ulteriormente la sfiducia dei cittadini nelle istituzioni, in un clima sociale che si surriscalda.

E allora viene spontaneo chiedersi se non sia più utile una promessa modesta, ma concretamente realizzabile, piuttosto che un annuncio capace di conquistare applausi e destinato poi a scontrarsi con i limiti della finanza pubblica. Utopia? Forse: ma la credibilità della politica dovrebbe misurarsi anche sulla capacità di spiegare ciò che si può fare e, soprattutto, ciò che non si può garantire.
Intanto in tanti territori, Marmilla inclusa, si sta sviluppando una vera e propria arte dell'arrangiarsi: amministrazioni comunali, associazioni e cittadini cercano quotidianamente di sopperire alle carenze, mantenere vivi i servizi e offrire occasioni di socialità a comunità sempre più anziane. Ma può un territorio continuare a vivere soltanto grazie alla buona volontà di chi vi abita? E soprattutto, come si può parlare di lotta allo spopolamento se le politiche nazionali non tengono sufficientemente conto delle esigenze di chi vive lontano dai grandi centri?
La questione, in fondo, riguarda il futuro stesso di questi paesi: perché senza scuole, servizi sanitari, sostegno alle famiglie e prospettive per i giovani, anche la volontà di restare rischia, più prima che poi, di non bastare più. E a quel punto non saranno gli slogan, per quanto convincenti, a riportare la vita nelle strade e nelle case rimaste vuote di un territorio che chiede prima di tutto rispetto.
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