L’avevo promesso a Santa Maria che se ci avesse dato una mano a vincere il “referendum giustizia” (che ci volesse un miracolo ero convinto da sempre, e mi confortavo sentendo Ornella Vanoni cantare: “Proviamo anche con Dio, non si sa mai”) sarei tornato a Guspini per la sua festa: “sa festa manna” del mio paese. Lei è sempre quella, addormentata sotto la teca di cristallo, cullata com’è dal borbottio dei fedeli: “Santa Maria mamma de Deus prega pro nosattros peccadores”. I fedeli, invece no, sono invecchiati con me, settant’anni fa eravamo che ragazzini cenciosi, “scruzzus” (piedi che mai avevano conosciuto scarpa di sorta), i calzoncini corti rattoppati con arte, solo la fantascienza più sfrenata avrebbe potuto inventarsi che i jeans strappati alle ginocchia e stinti con la varechina avrebbero fatto moda. I carri tirati da buoi con le corna ornate dai fiori di campo, i cavalli scalpitanti che giocavano a sbalzare di sella i giovani in costume, che facevano sentire loro le briglie. E, solo chi poteva permetterselo, una carapigna di limone annegato nella neve dei monti di Jerzu: la mia proustiana madeleine che funge da chiave per aprire la porta dei ricordi di una vita.
Una torma di ragazzini, che allora il problema demografico era rubricato al contrario e figli venivano “su al mondo come conigli e partivano al mondo come soldati (il mio babbo, che era il maggiore di sette) come nella celeberrima “Generale” di De Gregori. Anche Guspini non è più quello di allora, pensate che gli epigoni di quello che fu il partito comunista guspinese, i suoi dirigenti sarebbero stati i Velio Spano e i Licio Atzeni, veri calibro da novanta anche a livello nazionale, avevano perso le ultime elezioni comunali. Interrompendo una tradizione che aveva scavalcato un paio di secoli, da che la miniera di Montevecchio era assorta a università popolare per laurearsi, e con lode, in lotta di classe. Sempre “la sinistra” avrebbe vinto qui, nel dopoguerra con proporzioni bulgare, in voti e in partecipanti, anche quando le vecchie bandiere rosse del partito di Gramsci e Togliatti si erano alquanto stinte nel nuovo partito democratico, che sarebbe nato inglobando anche gli eterni rivali democratici-cristiani. Sempre le “segreterie” avrebbero imposto in modo matematico il candidato scelto da loro, manco fosse stato il cavallo di Caligola, eletto senatore, o una delle fidanzate (numerose) del già cavalier Berlusca che, mal che andasse, un seggio in Regione Lombardia, lo rimediavano sempre, vedi Nicol Minetti, la sua indimenticabile “igienista dentale”. Per la tenzone ha avuto il coraggio di presentarsi una lista “nata dal basso”, che si è autodefinita “a sinistra del PD”, e ha fatto bingo!
E allora vado da Marco Pala, sindaco in Comune, a chiedergli come abbiano fatto a compiere l’impresa, lui e i suoi cavalieri (l’omonimo film di Pupi Avati è del 2001) a scalzare dal potere i vincitori di sempre. Per intanto, mi dice, l’impresa non l’ha immaginata lui, era già in atto quando ci si è imbattuto e ne è rimasto coinvolto, ha capito che poteva avere gambe, politicamente parlando, anche se mai avrebbe creduto, all’inizio, potesse fare un balzo così lungo da fare subito il primato cittadino. Fino a ipotizzare che forse sarebbe stato più utile non fosse arrivato un risultato così clamoroso e, passati cinque anni di una buona opposizione, si sarebbe stravinto alla prossima tornata. Ma tant’è: hai voluto la bicicletta? Ora ti tocca pedalare. Anche se l’esperienza amministrativa non è una cosa che si possa apprendere così, dall’oggi al domai, e il dovere di non deludere i tanti che ci hanno votato ci impone ritmi di lavoro e presenza non indifferenti. Tanto, continua Marco, che debbo inevitabilmente ricalibrare il mio impegno in seno alla mia famiglia, mi rendo conto che il mio primo bambino di tre anni mi ha avuto accanto in maniera ben diversa di quanto abbia fatto sinora con l’ultimo nato ancora in culla. Di Elena, la moglie villacidrese dice poco, se non che è stata lei a spronarlo nel darsi da fare nell’agone politico che si stava prefigurando. Tra le poche cose però una davvero fondamentale, per quanto mi riguarda, per quanto riguarda l’opinione che ho del mondo che abitiamo, del mondo che vorremo. Si sono conosciuti in Palestina Marco ed Elena, innamorati lì, ambedue lavorando per progetti di aiuto internazionale a popolazioni in gravi difficoltà. Ebben Elena è a tutt’oggi persona non grata in Israele, mi è parso di capire che da lì l’abbiano espulsa. Come Francesca Albanese, relatrice speciale all’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi. Vanno in giro per il mondo a dire che a Gaza è in atto un genocidio. Che uno stato sovrano dal nome Israele mette le sue risorse economiche, militari, culturali, nel tentativo criminale di cancellare dalla faccia della terra qualche milione di persone di origine palestinese. Con la complicità dichiarata degli Stati Uniti d’America (li forniscono di ogni tipo di arma), la complicità omertosa dei “fratelli arabi”, dell’Unione Europea, Italia vergognosamente compresa. Ma che ci faceva Marco in Palestina? Lui che ha avuto un nonno guspinese a tutto tondo: Cecchinu Pala, macellaio (il mio, pure macellaio, di nome faceva Pasqualino Portas), che da bimbo ha dovuto sperimentare quanto il mondo possa essere crudele quando una matrigna non ti vuole fra i piedi (e qui il vostro cronista non può sottacere che anche ai sindaci si bagnano gli occhi al ricordare certe vicende familiari). Diventato un omone sull’uno e novanta sposa una Usai di media taglia sarda. Sarà un padre-padrone abituato a comandare, una vita di povertà la sua, nove figli di cui solo quattro rimangono in paese.
A 15 anni se ne va anche il babbo di Marco, ma ritornerà a Guspini. L’altro nonno, seconda elementare, gli lascerà in eredità una biblioteca di trecento libri e ne farà il lettore compulsivo che è. Ha un bel ricordo delle scuole Dessì di Guspini, con maestri che gli hanno insegnato ad amare il territorio, al liceo scientifico il primo impegno “politico”, è rappresentante d’istituto. E poi a 19 anni la chiamata: seminario arcivescovile di Cagliari. Nel 2012 è sacerdote di Santa Romana Chiesa. Due anni a Gerusalemme, poi un dottorato a Roma, è occupato presso il Pontificio Seminario Lombardo, insomma fa carriera ecclesiastica ma nonostante questi successi e nonostante il privilegio di ospitare e potersi rapportare al “Lombardo” con ospiti illustri, da Romano Prodi a Bertinotti, la sua visione della chiesa cambia e nel 2016 è di nuovo allo stato laicale. Un anno per un Master in Diritti umani e poi in Ciad, con quella che Marco chiama una piccola ONG. Seguiranno l’Iraq a Ninive, dove comincia a parlare anche un po' di aramaico ed ebraico e la Libia, l’Iran, la Siria, qui in aiuto delle combattenti curde siriane. Incontra in questo suo girovagare virtuoso un mucchio di sardi, persino una intera brigata: quelli della “Sassari” con sede ad Erbil. Deve essere bravo nell’operare se nel 2019 una ONG “importante” come “Medici Senza Frontiere” lo vuole con sé per i suoi corsi di formazione in Sud Sudan, è responsabile della base che conta settanta cooperanti. È oramai diventato un esperto della sicurezza logistica in senso lato. E per questo lavora in due ospedali che si trovano in un trittico di territori contesi da tutti per le ricchezze davvero immense, su tutte oro e diamanti, che fanno gola a stati dai confini mai ben definiti: il martoriato Darfur, il Rojava dei curdi, il Blu Nile state. Sono esperienze davvero particolari, in paesi dove l’età minima degli abitanti è di 19 anni, dove in uno scantinato siriano di Kobane ti capita di incontrare il segretario di Abdullah Ocalan che, di sardi, dice di conoscerne bene uno: Antonio Gramsci. All’arrivo del Covid che non distingue confini di sorta, tocca abbandonare tutto il materiale sanitario in dotazione e, con ritirata un po' rocambolesca, il rientro in Europa. In Sardegna. Trova da insegnare religione nelle scuole medie Marco. Passando da Iglesias a Buggerru, da Arbus a San Gavino, a Mogoro. Un mestiere che gli si confà, lui che viene da esperienze di oratori salesiani. E nei pomeriggi puoi giocare col tuo bambino. E siamo all’avventura politica che irrompe, alla campagna elettorale fatta di volantinaggi casa per casa, cercando di parlare e di far parlare la gente con cui si viene in contatto. Misurando un consenso che sembra crescere, nei giovani ma anche in quelli meno giovani. A Guspini si respira un desiderio di cambiamento, le persone vogliono poter dire la loro e non essere consultate solo in occasione delle tornate elettorali. Marco ci mette del suo, parla come un libro stampato, ha maturato una visione politica a trecentosessanta gradi e non ha paura di prendere posizioni estreme. In ambiti che dividono: uno su tutti la questione dell’emigrazione. A suo dire questa Sardegna che si va spopolando dei giovani ne vede sempre più tornare indietro con progetti alternativi. Apprezzando il privilegio di poter vivere in una terra che ti consente una qualità della vita che le grandi città possono solo sognare e invidiare. E il poter lavorare tramite computer diminuisce il disagio storico di essere confinati in un’isola. Argyròphleps nésos, l’isola dalle vene d’argento, questo l’antico nome con cui i Greci chiamavano la Sardegna. Il neo-sindaco di Guspini, Marco Pala, misureremo il suo operato al termine dei cinque anni di mandato, è un uomo dal cuore d’oro.
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