I paesaggi di Walter Marchionni sono tutti senza sole. È comunque sempre alle spalle della scena rappresentata, che di norma proietta l’ombra di un omino, tutto rigorosamente dipinto di nero fuliggine, talvolta sono due, ma sempre ben distinti l’uno dall’altro, che corrono curvi con uno sforzo mai dissimulato, per raggiungere una meta che ponga fine al loro ansimare. Parlo della trentina che sono esposti all’Archivio Galleria Lazzaro di Milano di via Cenisio, provenienti da Ichnusa, la Sardegna dei greci: da “ichnos”, impronta e: “Ab Jchnusa ad Mediolanum”, si intitola la mostra “Parafrasi Metafisica di un viaggio abbacinante (in continuità territoriale)”. Che Walter Marchionni nasce in quel di Villacidro (1963). Il cognome per nulla isolano gli viene da un padre urbinate, Dino, che nella cittadina del Medio Campidano, adagiata alle pendici del monte Linas, ricco di lecci e sughere, e di imponenti corbezzoli che si estendono a giganti lungo numerosi corsi d’acqua, era stato incisore ed acquarellista, tecniche che aveva acquisito presso l’Istituto d’Arte di Urbino. A Villacidro attivo dal ’54, avrebbe insegnato arte per oltre trent’anni. E Museo d’Arte Grafica del Mediterraneo Marchionni (progetto museale MAGMMA) è quello che Walter a farvi nascere, all’interno dell’ex Palazzo Vescovile, un edificio che si estende per 1500 mq e sorge sulle rovine di un antico castello feudale del 1500 appartenuto alla famiglia aragonese Brundo. E proprio la prima sezione, delle quattro di cui è composto, è dedicata alla scuola di Urbino e incentrata sulla figura del padre. Seguono i grandi disegnatori del ‘900 italiano, le grandi scuole del Mediterraneo, e l’ultima che offre una selezione di autori contemporanei: tra il 2018 e il 2021 ha ospitato incisioni di Rembrandt, Eduard Manet, Goya (Los Proverbios).

Questo per dire che Walter non è “solamente” un pittore, è un vero innamorato dell’arte, e ha capacità imprenditoriali tali che gli hanno consentito di sviluppare il sogno di condividere con gli altri questa sua passione. Infatti prima del 2005 quando esordisce con alcune sue esposizioni, è stato curatore di mostre in collaborazione con le più importanti istituzioni sarde. Organizzazioni come PERLARTE e OMNIART sono sue creature. Nel 2007 partecipa con le sue opere nel centro culturale Montegranatico di Sanluri in contemporanea all’esposizione di alcune incisioni del maestro Aligi Sassu. Del 2008 è la sua prima personale nel centro culturale d’Arte Exmà di Cagliari. Nello stesso anno, con il patrocinio Dell’Ambasciata di Spagna in Italia, alla Galleria Lazzaro by Corsi, a Milano al Broletto, è una sua “Spagna-Sardegna Viaggio Pittorico”. La trama che unisce le due regioni mediterranee è quella segnata dal sole cocente che scotta la pelle fino quasi a farla cuocere, ma al quale non è possibile sottrarsi perché i suoi raggi arrivano a penetrare fin dentro l’anima e scaldano quei punti oscuri e disperati che avevamo cercato di dimenticare. Sole che scalda arene di toreri dal costume rutilante, l’improvviso impennarsi di cavalli impauriti. La tauromachia. “Scorci di iconografie antiche raccontati con una voce nuovissima e allo stesso tempo intrisa di echi primordiali. Il cavallo era un profilo nero e pastoso stagliato su un cielo al tramonto. Il toro era massa oscura, dalla lama candida delle corna e destinata ad un fondo rosso e grumoso di sangue. Non c’era bisogno d’altro: la storia del mondo e dell’uomo era lì” (by Lazzaro. Galleria by Corsi).

Poi al centro del suo lavoro sono state le città. Carbonia in particolare. “Le piazze ampie, le architetture pulite, nettissime come solidi geometrici raccontate in grandi campiture condotte su linee chiare e prospettive precise. Anche i colori, sgargianti quelli della tauromachia, sono qui domati in una sinfonia piana, sussurrata. Anche le cromie sono ridottissime: il nero fondo dei cieli notturni o degli improvvisi tagli d’ombra: il rosso ancora più scuro di quello a cui ci aveva abituato l’artista: manca il giallo del sole e non è un dato da poco…” (sempre by Corsi). E in questa sua mostra milanese uno dei quadri più belli a titolo: “Avevo perso il giallo…l’ho ritrovato!” l’omino scuro che vi dicevo è quasi all’apice della sua corsa a inseguire la sua ombra, lunga dinanzi a lui, pochi metri ancora ed è a un piccolo edificio squadrato di pietra chiara, con una porta che si fa fatica a individuare, dietro è un’immensa distesa gialla (quattro quinti di tuttala tela) che verrebbe da immaginare che fosse sabbia di deserto solo se l’orizzonte fosse ondulato di dune che il vento si è degnato di scolpire. Invece una linea retta degradante separa il materico giallo giallo da un blu elettrico che forse è di cielo. Alla destra di quest’opera ne è una complementare, di taglia maggiore, l’omino nero è in primo piano e non disperso come il precedente come formica in vista di formicaio, la sua figura si staglia tra la strada bianca che lo porterà alla casetta cubica de medesimo colore, in compenso il cielo, quattro quinti di tutto il dipinto, è di un rosso spento, piatto e senza sfumatura alcuna, e allo stesso tempo incombe inesorabile.

Titolo dell’opera:” Still my life gently weaps”, che fa il verso alla celebre canzone dei Beatles, sembra che non sia una chitarra a “piangere dolcemente” ma la sua vita. E anche gli altri quadri esposti hanno titoli vagamente surreali, si rivolge spesso al suo ometto nero, Walter: “Corri! Ma poi fermati…c’è del bianco attorno a te”. La tela è tutta bianca, al di fuori di quattro finestrelle nere e il sempiterno omino senza volto che avanza a grandi falcate. “In fuga dal destino. Fuori dal muro rosso”. “Corri in fondo…c’è sempre una via d’uscita”. “Corri! Perché gli angeli non hanno che un sorriso incerto, con del bianco intorno”. Anche questo è quasi del tutto bianco, di angeli non c’è traccia. Eppure talvolta, dinanzi alla sua tela, ammette candidamente: “24 febbraio 2022-Non ho un titolo 3”. Che ti fa pensare ci siano senza titolo almeno altri due quadri. Tre di quelli esposti qui raccontano di Carbonia, la cittadina dell’iglesiente che ha al suo DNA il ciclo estrattivo del carbone, giovanissima d’età specie se paragonata ad altre città italiane le cui fondamenta risalgono a centinaia d’anni prima della nascita di Cristo: inaugurata nel 1938. “Carbonia abbacinante” la definisce sempre Marchionni, in una tavola dove trovano spazio un edificio squadrato rosso ciliegia posato su strada di pietra bianca, a sfondo finalmente un cielo di un blu acceso. “Carbonia abbacinante-Non tutto è negativo (La stazione) e “Carbonia abbacinante-Albergo Montuori” (l’albergo degli impiegati che lavoravano nella miniera. Ndr.) hanno ambedue cieli neri…come carbone, bianchi gli edifici, nere sin le porte e le finestre. Giusto un filo sul tetto dell’albergo fa pensare a tegole che comunque non si vedono. In giro, naturalmente, non c’è anima viva. Walter Marchionni, scrive Alessandra Radaelli sul catalogo della mostra, è un pittore puro, nel senso che ama la pittura in maniera viscerale, dipinge con la passione di chi risponde a un bisogno: e poi resta lì a guardare quello che ha dipinto, seduto davanti alla tela, nel silenzio dello studio, ascoltando il proprio respiro e i suoni diversi che si levano dai colori con cui ha un rapporto profondo. E, a quanto pare, non sempre trova un titolo per i suoi quadri.
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