Eppure, senza che ce ne accorgessimo, l’intelligenza artificiale è entrata nella nostra quotidianità. Non con robot e bracci meccanici, ma con piccoli automatismi che sembrano innocui: uno sportello comunale che risponde da solo, un ambulatorio che smaltisce le prenotazioni più in fretta, un’azienda agricola che affida a un software la gestione dell’acqua e dei trattamenti.
La notizia dei 37 lavoratori sostituiti da sistemi automatizzati a Marghera sembra lontana, quasi appartenente a un altro mondo.
Ma parla anche di noi. Perché in un territorio dove il lavoro è già precario, ogni scossone pesa di più.
L’IA non arriva con un gesto plateale: entra nei processi, nelle valutazioni, nelle scelte.
Ottimizza turni, analizza curriculum, suggerisce tagli. E lo fa in silenzio. Intanto la tecnologia avanza proprio nei settori che reggono la nostra economia: agricoltura, artigianato, servizi.
Tutto utile, tutto efficiente.
Ma anche tutto molto rapido, più rapido della nostra capacità di comprenderlo, governarlo, orientarlo.
La domanda, allora, è inevitabile: i territori come il nostro sapranno affrontare questa trasformazione senza subirla?
Perché l’intelligenza artificiale non è un destino scritto altrove.
Non è una tecnologia che “arriva” e basta.
È un processo che può essere guidato, modellato, adattato alle esigenze delle comunità.
Ma solo se le comunità hanno voce, competenze, visione.
© Riproduzione riservata