Abba e mele o abbamèle a s’antiga


[caption id="attachment_68797" align="alignleft" width="121"] Roberto Loddi[/caption] “Cibo degli dei”, cosi era chiamato anticamente dai Greci il miele, che veniva utilizzato per addolcire le piacevoli cerimonie connesse alle solennità che celebravano la fertilità, come quelle in onore di Kore e Demetra. Il miele ha rappresentato per millenni l’unico alimento dolce, e ancora oggi si difende elegantemente nonostante il mercato offra una vasta gamma di dolcificanti alternativi e vari surrogati. Il miele rimane comunque sempre un delizioso, sublime e prelibato alimento. Le prime notizie di apicoltori risalgono a circa tremila anni prima di Cristo, pare infatti che gli egiziani per seguire la fioritura delle piante percorressero avanti e indietro le rive del Nilo. I Romani ci hanno tramandato moltissime conoscenze e molte buone indicazioni riguardanti le api, così come i Greci ci hanno fornito altrettante notizie sul miele. Omero raccontava del miele selvatico e della sua conservazione in anfore, mentre Pitagora esortava i propri seguaci a cibarsi di pane e miele, che a suo avviso garantiva lunga vita. Sembrerebbe però che i Greci, perlomeno fino ad Aristotele, non conoscessero bene le tecniche dell’apicoltura, in quanto il grande filosofo nelle sue opere dedicate alla vita degli animali risulta ci fosse la credenza che il miele cadesse dal cielo e fosse quindi considerato come cibo degli dei. Di conseguenza il miele era una delle offerte fondamentali tributate agli dei, una componente pressoché costante delle cerimonie religiose e nella preparazione di cibi naturali. Nell’antica Roma consideravano il miele un alimento importante, tanto importante che c’era una richiesta superiore a quella della produzione. Lo stesso Cicerone decantò i pregi del miele sardo di corbezzolo. Secondo la leggenda, Aristeo, figlio di Apollo e della ninfa Cirene, considerato onnipotente in Grecia, tanto da essere paragonato al dio Pan, venne condotto in Sardegna da Dedalo e a lui è attribuita la fondazione della città di “Calaris” Cagliari nel XV secolo a. C.. Proprio a Cagliari il figlio di Apollo insegnò nuove regole di caccia e fece conoscere moderne tecniche in agricoltura, tra queste l’arte dell’apicoltura e quella di lavorare il formaggio. Creta, Cipro, Spagna e Malta (Meilat, pare significhi appunto terra del miele), producevano molto miele e derivati, in particolare, la cera ricavata veniva utilizzata come isolante per l’illuminazione, per la costruzione delle tavolette su cui scrivere, per impermeabilizzare e via dicendo. Il miele all’epoca veniva impiegato pure per aromatizzare il vino, conosciuto con il nome di idromele, per la birra, salse agrodolci allora molto diffuse e per i dolci. Inoltre il miele veniva usato in medicina per curare i disturbi digestivi e come componente di diversi unguenti per piaghe e ferite. I sumeri preparavano creme di bellezza a base di argilla, acqua, miele e olio di cedro, i Romani invece lo utilizzavano per curare e prevenire le malattie. La medicina ayurvedica attribuisce al miele proprietà purificanti, afrodisiache, dissetanti, cosmetiche e cicatrizzanti. Infine, numerose sperimentazioni hanno dimostrato la capacità del miele e dei suoi derivati (pappa reale, propoli) di favorire la cicatrizzazione di bruciature e ferite, attenuare le irritazioni della gola e fungere da ricostituente e antianemico. Dai Romani abbiamo copiato gli alveari, che poco si discostano da quelli che usiamo attualmente. Altri popoli, come per esempio Germani e Slavi, praticavano l’allevamento delle api sugli alberi. I Celti e i Merovingi, si dedicavano ampiamente all’apicoltura.  Carlo Magno aveva particolare cura delle terre conquistate, arrivando a stabilire l’obbligo che in ogni podere lavorasse anche un apicoltore, con il compito ben preciso di badare alle api e preparare miele e idromele. In Sardegna, pare siano stati i monaci a affinare la tecnica dell’apicoltura e durante il Medioevo si ebbe il vero picco di produzione, quando i monasteri impiantarono gli “ortus de abis”,  con l’apposita individuazione di superfici idonee per la fabbricazione e la lavorazione del miele. Cosicché i sardi migliorarono ulteriormente la tecnica di lavorare il miele, sia per uso medicamentoso e cosmetico che per uso alimentare. Venne quindi usato (come sperimentato in passato) per accompagnare verdure come la lattuga, per addolcire i cibi e il vino, in quanto quest’ultimo era spesso acescente, perché allora non padroneggiavano pienamente le tecniche di vinificazione e di conservazione e di conseguenza con l’aggiunta del miele veniva mitigato il gusto facendolo diventare più piacevole al palato. Lo stesso si può dire per l’utilizzo del miele in pasticceria, che mescolato ad altri ingredienti oltre a correggere tutte le caratteristiche indesiderate di alcuni ingredienti, consentiva di ottenere dolci e preparazioni di soave e sublime piacevolezza. Nonostante i tempi moderni abbiano influito sulla lavorazione e sugli usi e consumi del miele, in Sardegna si continua a produrre ottimo miele, regalandoci ancora s’abba e mele, abbamele o  abbathu così come lo chiamano in Barbagia, che solo le eccellenti qualità del corbezzolo e dei suoi  lucenti fiori bianchi riescono a dare. E per noi fragili esseri umani, bisognosi di dolcezza è… tutto miele che cola!!!. Ingredientis: kg 1,5 di miele amaro di corbezzolo, g 375 di acqua di fonte, 2 arance non trattate, 2 mele cotogne selvatiche, 1 cucchiaino di polvere di scorze d’agrumi essiccate. Approntadura: se possibile, procurati dell’acqua sorgiva o altrimenti utilizza quella minerale naturale. Fatta la scelta, versa il miele e l’acqua dentro a un capace recipiente d’acciaio dalle pareti alte, poi ponilo sul fuoco e porta il composto a ebollizione sempre mescolando, quindi prosegui la cottura dolcemente per circa otto ore, avendo l’accortezza di eliminare tutte le impurità che vengono a galla con l’aiuto di un colino a trama fitta. Trascorse tre ore, unisci le arance a fette, le cotogne a spicchi, la polvere d’agrumi e lascia cuocere la miscela fino al termine delle otto ore. Quando sarà passato questo tempo, filtra la salsa e appena tiepida, imbottigliala, etichettala e sistemala in luogo buio e asciutto fino al momento dell’utilizzo. La saba o abba e mele si abbina perfettamente a un’infinità di ingredienti: pane e saba, tipo di pane dolce e frutta secca, pabassinus, biscotti dolci con mandorle e noci, poi glassati in superficie, tanto per citarne alcuni.

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