È necessario tornare con la memoria a quel 27 gennaio 1945. Necessario perché prima che la storia, quando accadeva dal 4 maggio 1940 ad Auschwitz e Birkenau, lo raccontava la neve che gela la Vistola a Cracovia, le nuvole, il vento, il passo lento, il dolore e le urla strazianti dei deportati. Occasione unica, la proposta di andare a Cracovia, a visitare il campo di concentramento di Auschwitz e quello di sterminio di Birkenau. Sino al febbraio 2012 ci era sempre stato raccontato: lo avevamo messo tra gli eventi i più tragici che l’uomo avesse potuto organizzare, era il momento di andare a vedere. Dalla Sardegna, attraversare l’Italia e poi mezza Europa in aereo, cercando con lo sguardo qualche punto di riferimento impossibile da trovare, se non immaginando cosa potesse esserci sotto una coltre di neve che ricopriva città, campagne, regioni, nazioni e un intero continente sino a Cracovia.
L’arrivo all’aeroporto, il freddo pungente e la dogana, dove un gendarme zelante ci ha perquisito palpeggiandoci dappertutto con modi non sempre delicati. Una navetta che ci ha portati in albergo.
Il freddo, si freddo, non pensavamo ci potesse essere tanto freddo. Secco, ma freddo. Il termometro segnava -22°. Il vento del nord si infilava nelle tasche dei pantaloni congelando dal tronco in giù le membra.
Conoscevamo l’itinerario e i tempi. L’indomani, dopo colazione, eravamo pronti per raggiungere la meta. Oświęcim, in polacco, meglio conosciuta in tedesco con Auschwitz e Birkenau, tristemente famosi perché “la belva umana”, come la chiama un cantautore, ha realizzato appieno il suo sogno.
Il primo monumento alla memoria è Auschwitz sotto la neve a - 20°, è identico a come la rappresentano le foto dei libri di storia, i film e i reportage di viaggio. Scopriamo che a differenza di altri monumenti, l’ingresso non si paga. Riflettendo è giusto: forse perché qui il prezzo è già stato pagato abbondantemente da chi è stato trucidato e non può che essere a carico di una umanità che ha permesso questi misfatti.
Attesi, con le decine di studenti giunti col Treno della Memoria partito da Torino entriamo. L’ingresso è quello ormai arcinoto e ricorda che “Il lavoro rende liberi”. Sarà vero?
La guida è Enrico, un uomo di oltre settant’anni, parla bene italiano e racconta la sua storia e quella della sua famiglia. È lì perché lo ha promesso a suo padre molti anni fa. Durante uno dei trasferimenti dall’ingresso monumentale di Birkenau, attraverso i campi coperti di neve, a fianco ai padiglioni che hanno ospitato migliaia e migliaia di donne, uomini e bambini destinati alle camere a gas, ci dice ha scelto di raccontare i fatti perché lo deve alla sua famiglia, alla gente di Polonia e all’umanità intera. Era molto piccolo quando suo padre è stato prelevato dalla fabbrica dove lavorava e condotto ad Auschwitz, tenuto in prigione per tre mesi, quindi trasferito a Birkenau, gasato e cremato.
In un silenzio irreale, nonostante i duecento e più studenti. Padiglione dopo padiglione passiamo in rassegna stanze, luoghi di tortura, celle dove venivano tenuti i deportati. Ogni tanto Enrico smette di parlare lasciando spazio a quanto lo sguardo non avrebbe mai voluto vedere, e il sentimento mai voluto provare.
In una stanza una montagna di capelli, tutti originali, neri, rossi, biondi, bianche, lisci, ricci…, in un’altra montagna è di valigie con mittenti sconosciuti, una catasta di protesi, un cumulo di occhiali. Il cortile del campo ospita un albero della morte dove fu impiccato il primo comandante del campo di Auschwitz Rudolf Hoess, il 16 aprile 1947, Accanto un altro locale ospita una camera a gas e due forni crematori. L’uomo ucciso dal gas in una camera veniva letteralmente infornato per essere ridotto in polvere. Se solo si provasse a immaginare l’odore della carne che brucia…
Il blocco 11 era il top delle scelte possibili. Nel cortile tra un caseggiato e l’altro, il muro della morte dove venivano fucilati i deportati. Oggi tappezzato di fiori a perenne memoria. Le finestre che davano sul cortile delle esecuzioni erano e sono oscurate. Scopriamo che ad Auschwitz si moriva in molti modi… c’era solo l’imbarazzo della scelta, fucilati, nelle camere a gas, per impiccagione, di stenti, di botte, e anche per mano della scienza con gli esperimenti del dottor Josef Mengele, quelli sui gemelli, rincorreva la purezza della razza ariana. Si scompariva senza lasciare traccia, cremati, si tornava cenere. L’urna funeraria era una fossa comune ricoperta di terra, oggi circondata da un boschetto nel vasto campo di sterminio a Birkenau.
A Birkenau, dall’ingresso monumentale, percorrendo il tratto di binario, sfiorando il carro bestiame color mattone, quello sul quale arrivavano i deportati, molti si sono fermati a riflettere, altri a pregare, qualcuno ha pianto. Poi sotto la neve ancora camere a gas e forni crematoi sino al monumento della memoria dove una testimone ci ha gelato più della neve raccontandoci come l’uomo può perdere la sua dignità e diventare una animale feroce.
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