“Black lives matter”: le vite nere contano


di Emanuele Corongiu
Quel giorno non se lo sarebbe aspettato. George Floyd mai avrebbe pensato di morire quella sera del 25 maggio. Ancora meno avrebbe pensato di risvegliare vecchi movimenti di protesta. George Floyd, afroamericano, è stato ucciso da Derek Chauvin, agente della polizia di Minneapolis, dopo che per quasi 9 minuti ha avuto il ginocchio premuto sul collo. George, che aveva 46 anni, è morto chiedendo aiuto, pregando di non essere ucciso e invocando la madre. Tutto per una segnalazione di un “uomo sospetto” che aveva pagato con una banconota falsa. Attorno a lui erano presenti vari passanti  alcuni dei quali hanno ripreso l’accaduto. Anche gli altri tre agenti sono rimasti a guardare mentre tutti chiedevano di allentare la presa. 8 minuti e 46 secondi cosi. “Problema medico” è la causa della morte secondo il rapporto della polizia, “Omicidio volontario” è l’accusa nei confronti di Derek Chauvin e di “complicità e aiuto” per gli altri 3 agenti. Il caso è saltato fuori proprio per la crudeltà con cui si è avverato. I video amatoriali hanno permesso di raccontare la verità dei fatti nascosta nei rapporti. Le proteste, scoppiate furiosamente nelle maggiori città americane, hanno fatto si che gli agenti non restassero impuniti. “Il caso Floyd è solo la punta dell’iceberg” ed ecco che saltano fuori miglia di casi simili. In Italia si ricorda il caso Cucchi. Le proteste nascono a centinaia e ci sono continui scontri con la polizia. Continui saccheggi nelle città. Ma sono tantissimi anche gli agenti che si inginocchiano, in segno di rispetto, in favore delle proteste. “Black lives matter”, le vite dei neri contano. Queste parole adesso sono gridate ad alta voce da tutti. Un enorme basta contro le discriminazioni verso le comunità di colore. In realtà è una chiara protesta contro ogni forma di discriminazione. Contemporaneamente anche le tensioni politiche stanno aumentando e la posizione del presidente Donald Trump inizia a vedere qualche crepa. Ne sono esempio i 20 interminabili secondi di silenzio del premier canadese Trudeau alla domanda sui fatti in America. Oppure le distanze prese dal pentagono nei confronti del presidente dopo che aveva ordinato di allertare l'esercito per contrastare le proteste. “Non posso respirare” e il nome “George Floyd” sono l’inno dei movimenti che dall’America ora si stanno spostando in tutto il mondo, Sardegna compresa. Mentre i social si tingono di nero, le strade si riempiono di gente, in sicurezza nel rispetto al Covid. A Cagliari la manifestazione pacifica è stata organizzata da due ragazze, Lesley Russino e Martina Pitzalis e si svolgerà sabato 13 giugno alle 17 in piazza Garibaldi. “L’idea di organizzare questa manifestazione pacifica in sostegno delle minoranze di tutto il mondo è nata dopo una discussione con una mia amica” - commenta Lesley – “Non avevamo aspettative precise ma soprattutto speranze. Vorremmo sensibilizzare le persone alle difficoltà che le minoranze, tutte le minoranze, devono affrontare ogni giorno. Vorremmo essere parte di un cambiamento radicale della nostra società, e pensiamo che muoversi sia il modo migliore per aiutare”.

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