Cavalletta: flagello delle campagne o alimento del futuro?


di Francesco Diana Spaziando nei terreni incolti del territorio, scenario abbastanza ricorrente dei tempi nostri, non può sfuggire agli occhi dell’attento osservatore il proliferare di una popolazione locale di locuste, che evoca antichi spiacevoli ricordi. Stiamo parlando della “Locusta Migratrice”, in altre parole della comune cavalletta, scientificamente conosciuta come "Diciostaurus Maroccanus", un Ortottero proprio delle regioni Mediterranee, tristemente conosciuto da noi per le devastanti invasioni del 1933, prima, e del 1946, poi. Anche in tempi più recenti sono avvenute altre infestazioni ma territorialmente limitate, come ad esempio quella avvenuta nel Sarrabus-Gerrei negli anni 1963/1964, peraltro vissuta in prima persona da chi scrive, jn qualità di coordinatore degli interventi antiparassitari, eseguiti mediante spargimento di esche avvelenate (Gammesano) con atomizzatori a spalla. Come risaputo, si tratta di un insetto caratterizzato da arti posteriori molto sviluppati rispetto al corpo, adatti al salto, e da ali anteriori carnose dotate di organi dentati. Una delle caratteristiche salienti è quella di assumere diverse colorazioni che gli consentono di ben mimetizzarsi nell’ambiente in cui si trova. Della specie si distinguono due fasi: la fase così definita "Solitaria" e  quella "Gregaria" che, comunque, presentano una marcata reversibilità. La fase "Solitaria", che vive isolata, è caratterizzata da insetti che hanno uno sviluppo lento e presentano caratteristiche particolari, con gambe e ali più corte rispetto alla fase "Gregaria" che, invece, raggruppa insetti con gambe e ali più lunghe adatte al volo, di colorazione più vivace e con la tendenza a riunirsi in gruppo. Sono, come noto, insetti voracissimi, capaci radere al suolo in pochi minuti i campi verdi sui quali si posano nel loro migrare. La fase riproduttiva avviene fra la seconda quindicina di agosto e la prima di settembre, mediante la deposizione delle uova contenute in una sacca speciale denominata “ooteca” , che ogni femmina depone nel terreno a una profondità di circa 2/3 centimetri. Ogni sacca contiene mediamente 50 uova. Per l’ovodeposizione sono prescelti i terreni incolti, abbastanza compatti, al fine di consentire la tenuta dell’ooteca. Per questi motivi, una delle lotte preventive più efficaci è rappresentata dalla lavorazione dei terreni, per via del fatto che ciò porta alla distruzione delle ooteche, evitando il proliferare della specie. Ovviamente esistono anche i sistemi di lotta chimica che però, adottando le precauzioni sopra citate, sarebbe meglio evitare per gli inevitabili danni che tali prodotti producono all’ambiente. A questo punto, dopo aver trattato l’argomento solo dal punto di vista entomologico, siamo assaliti dagli scrupoli di aver considerato la “Locusta”, solo come insetto dannoso per l’agricoltura e per l’ambiente, senza tener conto del fatto che, di questi tempi, si assiste al tentativo di inserire le cavallette nel nostro menù quotidiano. Fattore trainante dell'iniziativa, sono le recenti pubblicazioni della FAO, secondo cui circa due miliardi di persone al mondo si nutrono in prevalenza di cavallette e di altri insetti, rafforzate dalle iniziative in tal senso,  assunte sul settore alimentare nel recente ESPO’ di Milano del 2015. È vero che fin dai tempi più remoti le cavallette erano spesso utilizzate con scopi terapeutici, ma da qui a ipotizzare che possano diventare uno degli ingredienti alimentari più consigliati per le future generazioni, il salto è gigantesco. Come accennato, la FAO ha lanciato da qualche anno  un programma per promuovere il consumo degli insetti nell’alimentazione umana, allo scopo di soddisfare le sempre più crescenti esigenze alimentari del pianeta per via dell’incremento della popolazione. Tale programma trova giustificazione anche nel fatto che gli alimenti generati dall’impiego degli insetti, se da un lato assicurano un alto potere alimentare per via dell’alto contenuto in proteine, acidi grassi essenziali, minerali e vitamine (B12), dall’altro consentono un maggiore rispetto dell’ambiente per via della ridotta emissione di gas-serra rispetto ai normali allevamenti. Con questi ultimi, inoltre, si realizzerebbe anche una rilevante contrazione dei costi di produzione, posto che per produrre un chilo di cavallette basterebbero solo due chili di mangime, mentre per produrre un chilo di carne di manzo, ne servirebbero addirittura otto. Non ce la sentiamo assolutamente di contestare quanto asserito dalle Associazioni mondiali, poiché suffragate da dati concreti, frutto di approfondite ricerche. Tuttavia, non ce ne vogliano tali Associazioni in parola  se il nostro stomaco si ribella a tali innovazioni, per il ribrezzo che proviamo solo al pensare di poter mangiare le cavallette. Forse le nuove generazioni si adegueranno così come noi, e prima ancora i nostri avi, ci siamo adeguati a mangiare le lumache. Se si tratta d’intervenire per far fronte alle future esigenze alimentari del pianeta si cerchi, col sacrificio di tutti, di trovare le soluzioni più appropriate ma, per favore, non s’invogli l’umanità, anche con richiami biblici, a tornare a forme preistoriche di sopravvivenza che, invece di promuovere lo sviluppo,  porterebbero a livellamenti in negativo.  Non sarebbe giusto! Noi, intanto, per evitare le sorprese degli anni ’33, ’46 e seguenti, continueremo ancora  a trattare la cavalletta dal punto di vista entomologico e , come tale, continueremo a combatterla.

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