Avventurarsi nel racconto sulla strage di via Fani comporta inevitabilmente il rischio di sconfinare nella retorica, come spesso accade quando si parla di eventi epocali.
Conosciamo sempre troppo poco sul sacrificio di quanti agiscono nell’ombra, che arrivano dalle periferie, che quasi sempre assumono un profilo di secondo piano, rispetto ai grandi personaggi. La domanda di sempre, “Chi costruì Tebe dalle sette porte?” risuona costantemente negli avvenimenti del nostro tempo. Nei meandri oscuri del dramma conclusosi - o cominciato a seconda dei punti di vista - in via Caetani, con il suo recente “Gli eroi di via Fani” edito da Longanesi, Filippo Boni ci offre un validissimo contributo per conoscere meglio questi cinque servitori dello Stato e le loro famiglia, il cui sacrificio ci riporta sul bisogno di approfondire, doverosamente, la consapevolezza sui “corsi e ricorsi” della storia.
Condividiamo in pieno il passo di Mario Calabresi nella prefazione; al termine della lettura potremo dire di averli conosciuti in vita.
Efficacissimo nella capacità narrativa, Boni compone, in un giusto equilibrio che si intreccia fra abilità descrittiva, coinvolgimento emotivo e approfondimento storico, un quadro sulle vicende personali e professionali che accomunano gli agenti della scorta di Aldo Moro in quel fatale 16 marzo 1978.
Se il capitolo sul terrorismo brigatista può dirsi “esaurito e irripetibile” – riferendoci alle parole di Mario Moretti su cui Indro Montanelli chiosò con un sommo rendimento di grazie – i fatti sopravvivono nella testimonianza dei posteri, che viene tramandata in varie forme, anche per mezzo di un libro come questo, valido per ricordare uno statista non comune, cinque uomini delle forze dell’ordine assegnate alla sua protezione, prima del “diluvio” che cadde impetuoso di cui ancora non comprendiamo esattamente l’origine.
Gli eroi di via Fani. Filippo Boni, Longanesi
© Riproduzione riservata