Il principale argomento quotidiano di specifica competenza della platea, è sempre rappresentato dal “tempo”, inteso come manifestazione meteorologica, soprattutto in funzione della sua incidenza nei riguardi dell’agricoltura. Con accostamenti storici a manifestazioni similari del passato, anche remoto, trasmessi di generazione in generazione, tutti concordano che non è il caso di drammatizzare. C’è chi sostiene trattarsi di mutamenti climatici di eccezionale importanza che imporrebbero, come ultimamente sostenuto dalla ragazzina svedese di nome Greta, l’adozione di misure eccezionali per arginarli e c’è chi, invece, citando date e situazioni impresse nella propria mente, ritiene trattarsi di situazioni che, in ossequio della nota teoria sui corsi e ricorsi della storia, hanno un andamento ciclico nel tempo.
Dal clima all’agricoltura, il passaggio è una conseguenza logica. L’attuale crisi del settore riporta alla mente i tempi in cui l’agricoltura rappresentava l’elemento trainante dell’economia della nostra isola, tempi in cui le produzioni agricole, benché conseguite con sistemi arcaici e col sudore della fronte, rappresentavano una ricchezza per le famiglie, avendo un poter d’acquisto neanche minimamente paragonabile con quello attuale. Il termine di paragone usato è sempre il classico starello di grano, col quale si potevano acquistare beni per i quali, oggi, occorrerebbero centinaia di Euro.
Partendo dalla crisi del settore agricolo, si arriva a discutere sulla situazione economica, alquanto preoccupante, che ingigantisce oltremodo i problemi occupazionali e che porta tanti giovani ad abbandonare il proprio paese in cerca di un qualsiasi posto di lavoro, per dar loro la possibilità di programmare il proprio futuro.
Tali argomentazioni portano alla ribalta anche il tema dell’immigrazione, riguardo al quale emerge una uniformità di vedute, come se a dominare fosse una sorta di condizionamento politico procurato dai media con i soliti tam-tam quotidiani. In proposito appare dominante il concetto secondo il quale chi fugge dalla guerra e dalla carestia deve essere aiutato ma, ovviamente, nella misura in cui si supportano le tante famiglie italiane che sono costrette a vivere nella più assoluta povertà. Nessuna avversione di carattere razzistico, quindi, ma consapevolezza che il problema non può essere affrontato e tantomeno risolto dalla sola Italia.
Il problema immigrazione porta a sfiorare gli aspetti politici del caso, argomento che di rado viene trattato in piazza, all’insegna del <<taci, il nemico ti ascolta!>>, come se ciascuno fosse soggiogato da forze esterne che gli impediscono di esternare il proprio pensiero, pena ripercussioni negative!
Una sorta di libertà condizionata, quindi, che propone un pesante interrogativo: “ma la libertà, esiste veramente?”
A questo punto sentiamo l’esigenza d’inserirci nel citato consesso per tentare, tutti assieme, di dare una risposta all'interrogativo. Per farlo, con la consapevolezza di non essere in grado di affrontare i temi filosofici che l’interrogativo propone, non possiamo che attestarci sul noto principio, secondo il quale la libertà << significa la capacità di agire senza costrizioni o impedimenti esterni, e di autodeterminarsi seguendo autonomamente i fini e i mezzi atti a conseguirli>>. In sostanza, quindi, la “libertà” dovrebbe rappresentare la condizione per cui ognuno di noi deve sentirsi libero di pensare e di agire senza costrizione alcuna, riguardo a ciò che gli suggerisce il proprio intelletto, ovviamente nel pieno rispetto della libertà altrui. Peraltro anche la Costituzione esalta e rafforza il concetto di libertà come, ad esempio, l’Art. 3: <<Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali di fronte alla legge>>, oppure l’art. 13: <<la libertà personale è inviolabile>>.
Tutti noi siamo soliti collegare al concetto di “libertà” a quello di “democrazia”, inteso come facoltà di un popolo di autogestirsi liberamente attraverso le forme di democrazia rappresentativa, contrastando ogni tentativo di totalitarismo e di oppressione. Secondo la maggior parte di noi la libertà è soprattutto quella che si festeggia il 25 aprile di ogni anno, per onorare il sangue (multicolore) versato dai tanti compatrioti per sconfiggere l’oppressore e consentire il ritorno della libertà e della democrazia.
La libertà però non è solo questa! Il nostro patrimonio culturale non ci consente di disquisire sui diversi significati filosofici che il termine “libertà” implica; tuttavia ci sentiamo di poter affermare che l’unica libertà vera che ciascuno di noi può vantare è quella “intellettuale”, cioè la facoltà di pensare, valutare e decidere senza costrizione alcuna. La realtà, però, indica anche questa viene meno nel momento in cui, rapportandoci con altri individui, evitiamo di esternare ciò che il nostro intelletto ci suggerisce e ci adeguiamo a supportare, a scanso di contestazioni, il pensiero della massa.
A tal proposito ci sentiamo di poter condividere il giudizio espresso da Vito Mancuso nel suo libro dal titolo “Il coraggio di essere liberi”, nel quale l’autore cerca di dare risposta all’interrogativo proposto, sostenendo che nella vita quotidiana siamo abituati a recitare come se fossimo sul palcoscenico, assumendo di volta in volta gli atteggiamenti imposti dallo scenario su cui ci troviamo. Egli sostiene, in particolare, che la nostra libertà di esprimere i concetti che ci suggerisce il nostro intelletto, sono molto spesso condizionati dalla figura del nostro interlocutore, al punto che spesse volte rischiamo di apparire completamente diversi da ciò che in realtà siamo. I buona sostanza ciascuno di noi vorrebbe esternare quello che il proprio intelletto gli suggerisce, ma finisce per recitare quello che è ben accetto all’interlocutore!
In conseguenza di ciò si può tranquillamente concludere che, anche nei riguardi del nostro intelletto, non possiamo sentirci totalmente liberi in quanto oppressi dalla paura d’irritare chi ci ascolta. Ci sforziamo, anche per ragioni di mera opportunità, di esternare concetti che costituiscono violenza nei confronti del nostro intelletto.
Mentre ci accingiamo a rientrare nelle nostre famiglie, sospinti dall’assordante richiamo dell’Ave Maria, continuiamo a riflettere ancora sugli argomenti trattati chiedendoci, in particolare, se la mancanza d’interventi sul tema trattato da parte dei presenti, debba considerarsi come approvazione incondizionata dei concetti espressi o se, ancora una volta, si sia trattato della solita recita sul palcoscenico dei mimi!
Nel dubbio non ci resta da augurarci che le nuove generazioni, già in parte insensibili agli insegnamenti degli anziani, continuino a esserlo anche riguardo agli atteggiamenti di cui sopra e non si stanchino mai di percorrere, con coraggio, quelle strade che conducono a forme di libertà vera, massima aspirazione del genere umano.
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