Covid memoria assenza


di Sandro Renato Garau
  Uno dei giorni scorsi la vecchia mamma, durante una mia visita, chiedeva: “Ma, figlio mio, quando finirà tutto questo?” L’attenzione a quanto le succedeva attorno non le è mai mancata, per questo le ho chiesto: “Ma tu, che quando è iniziata la guerra nel 1939 avevi sette anni e che quando è finita nel 1945 ne avevi tredici, dimmi, questo periodo è paragonabile a quello?” “No, non è paragonabile! La guerra è un’altra cosa. Morti troppi, giovani e anche vecchi. Molte mie amiche sono rimaste vedove. Alcuni non sono mai tornati e né i figli, né le mogli sanno dove possano essere finiti. Nessuna possibilità di consolare un dolore causato dall’assenza prematura. No non si può paragonare, sono cose diverse. Poco cibo, spesso lo procuravamo di nascosto e lo dividevamo con chi era in casa. Ma non era una cosa bella. Come adesso c’è che non sapevamo quando la guerra sarebbe finita. Di diverso? Allora potevamo incontraci, uscire di casa, spesso per piangere su chi non era tornato e consolare mamme e vedove”. “E la guerra?” “Quando è iniziata la guerra, molte famiglie avevano perso tutto. In Italia c’era Mussolini e in Germania Hitler. Solo dopo abbiamo saputo che molti li avevano uccisi in campi di concentramento e in campi di lavoro. Moriva tanta gente. Ci potevamo incontrare ma, spesso, eravamo soli. Era peggio. Adesso è un’altra cosa, anche se siamo costretti a stare in casa e usare questa mascherina. Però non è bello!” Un punto di vista, che aiuta a fare alcune considerazioni. Non ho vissuto nessuna guerra, ma la memoria di zii e altri parenti morti è viva e mi aiuta a capire, soprattutto oggi alla vigilia della Giornata della Memoria. Dico a me stesso di avere pazienza, di aspettare che il covid venga neutralizzato. In questi mesi mi sono rifugiato nella scrittura, fatto qualche foto del territorio, tornando, quando possibile, su luoghi conosciuti e anche no. Ho cercato le cose che non potevano trasmettermi il virus: la solitudine, le meraviglie dei nostri mari e boschi, la lettura, la riflessione, il cibo un po’ più elaborato, gli amici incontrati per messaggio, situazioni che non potevano contaminarmi o essere contaminate. L’ho fatto cercando di sostituire gli abbracci, i sorrisi, le strette di mano, le espressioni delle labbra che inviavano un bacio veicolato dal gesto della mano, quegli ok detti con la bocca e non solo con la voce, come i sì che contraggono le labbra sino a farne un piccolo varco che si apre alla dolcezza. Ho presente che alcuni stanno vivendo situazioni economiche molto difficili, che a volte sono soli e che dovranno fare di tutto per resistere. Ma mi mancano i rari sorrisi dell'amico che ne è sempre stato avaro ma che quando sorrideva riusciva ad illuminare una stanza buia. Mi manca chi ha sempre il sorriso sulle labbra, o quasi, e quando non lo fa spegne la luce lasciandomi al buio. Mi mancano i baci sulle guance, i leggeri abbracci degli amici, delle amiche, dei parenti, quelli che celebravano l’incontro con persone conosciute nel tempo e che non vedevo da molto. Mi manca partecipare a qualche riunione politica, un convegno, alla vita sociale della comunità o alla celebrazione di un successo. Mi manca non poter testimoniare con la mia presenza l'affetto per la dipartita di alcune persone care o dei loro parenti. Mi mancano i viaggi, quelli preparati con cura dove si sceglieva la meta, l'alloggio e, come per uno sbarco in terra straniera, si controllava sulla carta il territorio cercando il museo locale, la chiesa antica, il palazzo storico, l’osteria con i piatti tipici, gironzolando per le vie della città. Mi mancano le riunioni in presenza... si dice così? perché le possiamo fare solo in assenza… Per ora sono costretto ad accontentarmi: della vita che scorre, dell'affetto a distanza di amici, parenti e anche conoscenti. Devo credere, però, non c’è via di scampo, che presto il vaccino ci renda immuni e possiamo tornare ad essere migliori di prima, almeno coloro che lo vorranno.

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