Da pastore a allevatore, metamorfosi nei secoli


Come noto, la pastorizia ha da sempre rappresentato il settore trainante dell’economia isolana, in modo particolare nelle zone interne dell’isola. Le sue origini, a detta di molti studiosi, pare risalga al periodo pre-nuragico. Esercitata inizialmente come attività comunemente definita “di rapina”, poiché finalizzata al solo utilizzo di ciò che la natura spontaneamente offriva attraverso il pascolamento, ha subìto negli ultimi tempi profondi mutamenti, tali da definire l’addetto non più pastore, bensì allevatore. Le significative mutazioni subite dal settore ovi-caprino sono avvenute in un passato abbastanza recente, riconducibile alla fine degli anni ’50. I meno giovani ricorderanno, specie nelle nostre zone collinari caratterizzate dall’eccessiva frammentazione dei terreni, che l’esercizio del pascolo avveniva sempre col pastore al seguito, sempre vigile nell’impedire il naturale sconfinamento del bestiame nei terreni coltivati, specie durante il trasferimento da un pascolo all’altro. Era l’epoca in cui mancavano del tutto i ricoveri. Il bestiame al pascolo era sistemato in locali di fortuna al riparo dalle intemperie, spesso sotto gli alberi, con la costante presenza del pastore, non tanto ai fini della prevenzione dell’abigeato, quanto per impedire azioni di sciacallaggio da parte delle volpi e degli altri carnivori, compresi anche gli immancabili cani randagi. Il Pastore, anche nelle giornate gelide dell’inverno, era costretto a riposare all’addiaccio, spesso in piedi, addossato a un albero o a una roccia, avvolto da quello splendido indumento qual era il sacco di “orbace” (tessuto di lana grezza), specifica dotazione professionale, unitamente a un paio di scarponi di pelle di fabbricazione artigianale, adeguatamente protetti e impermeabilizzati con uno spesso strato di “sego”. Dopo il riposo notturno, si fa per dire, alle prime luci dell’alba cominciava l’oneroso compito della mungitura manuale, in tempo utile per consegnare il latte al famigliare di turno che sopraggiungeva subito dopo con l’ausilio del fedele asinello, per dar corso alla preparazione del formaggio e per soddisfare le richieste di tante famiglie che, in assenza di frigorifero, facevano ricorso al solo latte di giornata. Era l’epoca in cui operavano gli Uffici comunali per la repressione dell’abigeato, con l’obbligo della marchiatura e con i famosi “bollettini celesti” sui quali dovevano essere annotati tutti i movimenti in entrata e in uscita del bestiame. Già, il crudele adempimento della marchiatura! In molti ricorderanno anche i vari segni, ovvero “I sinnus de is brebeis”:
  • Bogadas pranas ananti: taglio che asporta le punte e una parte interna delle orecchie;
  • Bogadas pranas a palas: taglio che asporta le punte e una parte esterna delle orecchie;
  • Cravidas: taglio che divide in due parti le orecchie per circa un terzo della lunghezza;
  • Giualis ananti:taglio ad angolo della parte interna delle orecchie;
  • Giualis a palas: taglio ad angolo nella parte esterna delle orecchie;
  • Giualis fadditus: un taglio ad angolo all’interno e uno all’esterno delle orecchie;
  • Muzzadas: asportazione delle punte delle orecchie;
  • Nairis: taglio esterno che arriva sino al centro delle orecchie;
  • Nairis ananti e a palas: un taglio nella parte interna e uno in quella esterna;
  • Pertuntas: foratura di entrambe le orecchie;
  • Pizzu cavua: taglio ad angolo retto nella parte interna delle orecchie;
  • Rundilinas: taglio a coda di rondine sulla punta delle orecchie.
O le categorie degli ovini:
  • BAGADIA = Agnella che non ha ancora affiliato.
  • SACCAIA = Agnella di un anno
  • SEMENTUSA = Agnella di due anni
  • PRIMAXA = Che ha affiliato per la prima volta.
  • BEDUSTA = Agnella di tre anni.
Con l’emanazione del D.P.R. 317 del 30 aprile 1996, gli Uffici comunali dell’abigeato cessarono di esistere e le competenze trasferite alle ASL, nel rispetto delle superiori disposizioni della Comunità Europea. Era ancora l’epoca in cui operavano a tempo pieno le “Compagnie Barracellari” con le loro articolazioni naturali, quali: “S’Attuariu” (Segretario), “Su Cassieri”, “Is Apprezzadoris”, per via del fatto che i continui spostamenti del bestiame da un pascolo all’altro, imposti dal particolare regime fondiario e dalla consuetudine di coltivare anche i minuscoli appezzamenti, erano spesso occasione d’inevitabili danneggiamenti alle colture praticate. Proprio per questi motivi, ogni pastore doveva denunciare preventivamente alla Compagnia barracellare la propria “carrera”, ossia la parte del territorio comunale nel quale sarebbero avvenuti gli spostamenti del proprio bestiame. La domenica mattina, alla presenza dell’”Attuariu”, del Capitano della Compagnia Barracellare e di qualche suo collaboratore, da una parte, e ovviamente i pastori dall’altra, erano svolti i così detti “Verbali”, ossia una sorta di processo verbale finalizzato all’individuazione del responsabile del danno segnalato e regolarmente periziato, per l’assunzione delle relative responsabilità. Nella maggior parte dei casi, proprio la preventiva denuncia della propria area d’azione, impediva al pastore che vi operava di negare le proprie responsabilità. Tuttavia, qualche volta, non veniva immediatamente a galla il responsabile,  ragion per cui  il danno era attribuito cumulativamente ai pastori che operavano in zona: il così definito “dannu de muscugliu” . Sulla Compagnia, infatti, ricadeva comunque l’obbligo di rifondere all’agricoltore il danno subito: non pagando il danneggiante doveva farsene carico la Compagnia Barracellare. Era, infine, l’epoca in cui s’intensificava la calata dei pastori barbaricini verso la pianura e la collina, con la classica “transumanza” imposta dalle particolari condizioni climatiche della montagna. Dagli anni ’70 circa, la pastorizia ha cominciato a subire profondi mutamenti strutturali, proprio in coincidenza con il progressivo abbandono dell’attività agricola nelle aziende del centro-sud Sardegna e la conseguente discesa dei tradizionali pastori della montagna, non più sotto forma di transumanza annuale, bensì con insediamenti stabili, portando con loro le innovazioni già sperimentate. Cominciarono a comparire le recinzioni perimetrali dei vari corpi aziendali, le settorizzazioni dei pascoli naturali e degli erbai coltivati, i ricoveri per il bestiame, le ricerche idriche per i necessari approvvigionamenti aziendali, i sistemi più razionali nello sfruttamento delle risorse, i miglioramenti genetici delle specie in allevamento per un incremento delle produzioni, le articolate organizzazioni di mercato per la lavorazione del latte, i primi esempi di commercializzazione associata del formaggio e delle carni prodotti. Tutto ciò, spiace ammettere, mentre il pastore nostrano continuava ad andare appresso al gregge in una struttura aziendale abbastanza frammentata, portando con sé, in pieno dispregio delle recinzioni e delle settorizzazioni, la radicata convinzione che la pecora “più cammina e più produce latte”. Ciò poteva anche avere un fondamento di verità, specie se valutato limitatamente alle produzioni conseguite, poiché spaziando, le pecore utilizzavano solo le essenze pabulari migliori (trifoglio sub terraneo, ad esempio) capaci di garantire soddisfacenti produzioni di latte. Peccato, però, che non arrivava a valutare le energie impiegate per spaziare a scapito della produzione di latte, e soprattutto non teneva conto del fatto che, utilizzando le essenze migliori, si arrivava, come di fatto successo, alla degradazione dei pascoli naturali. Grazie alle innovazioni introdotte dai pastori scesi dalle montagne, anche i pastori nostrani, notoriamente ottimi osservatori, hanno cominciato piano piano ad adeguare le proprie aziende cercando, in primo luogo di accorpare la base aziendale per consentire la realizzazione di un’efficace recinzione, tale da rendere meno onerosa la custodia del gregge. Accorpata la base aziendale, hanno cominciato a costruire le necessarie strutture, quali ricoveri per il bestiame, fienili, tettoie di alimentazione, concimaie, ricerche idriche ecc., per finire, grazie ai finanziamenti comunitari, con la realizzazione degli impianti di mungitura meccanica e di refrigerazione del latte per il contenimento della flora batterica. Di pari passo hanno rivolto particolare attenzione al miglioramento genetico della specie in allevamento, allo scopo di aumentare la produttività per una migliore competitività sul mercato. Ovviamente al miglioramento genetico e corrisposto in consistente incremento delle esigenze alimentari del bestiame, cosa che ha portato alla diffusione delle colture foraggere e a una sempre più razionale gestione delle stesse. Così facendo il “Pastore” è diventato un vero e proprio “Allevatore” e, come tale, ha imparato a produrre. In un prossimo futuro, anche con l’indispensabile aiuto della politica, deve approfondire ancora di più le proprie conoscenze in materia di commercializzazione dei prodotti arrivando, se del caso, a diversificare le produzioni, da sempre prevalentemente indirizzate verso il “Pecorino Romano”, aggredendo il mercato con nuovi prodotti che la fantasia nostrana è in grado proporre. Francesco Diana

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