Dal colera al coronavirus, la lezione del passato


Il Covid-19 non è la prima pandemia che l’Europa e la Sardegna affrontano. La peste nel Trecento e nel Seicento, la “spagnola” a cavallo della Prima guerra mondiale, l’influenza asiatica negli anni ’50; l’influenza di Hong Kong a fine anni ’60 e la SARS negli anni 2000, sono soltanto alcune delle emergenze sanitarie del passato. Anche il colera, diffusosi per la prima volta in Italia nel 1832, ha segnato la nostra storia recente. Il Cholera morbus - una malattia infettiva, causata dal vibrione colerico, o bacillo virgola, scoperto e isolato nel 1883 – fece la sua comparsa in Sardegna nel 1854 quando l’epidemia da Cagliari si estese a Capoterra, Selargius e Sanluri, causando oltre 100 morti. Nel 1867 fu ancora il capoluogo a essere colpito dal morbo, mentre nel 1887 il male si diffuse anche nel Campidano, interessando Sanluri e Villamar. Nel 1973 una nuova epidemia di colera esplose nel Sud Italia. La pandemia interessò, tra l’agosto e il novembre di quell’anno, la Campania, la Puglia e la Sardegna, ma decine di casi furono registrati anche a Roma, Milano, Firenze e Bologna; i ricoveri furono più di mille e alla fine si contarono una trentina di morti. La diffusione del morbo provocò grande allarmismo nella popolazione. Anche l'economia venne duramente colpita: furono vietate le cozze e banditi i fichi e altri frutti; il settore ittico e quello ortofrutticolo si trovarono in seria difficolta. All’epoca il colera mise in evidenza i problemi igienico-sanitari della Sardegna. Scrive l’Unita di quei giorni: “II problema centrale odierno è di rimettere ordine nel caos della organizzazione igienico-sanitaria, costruendo subito una struttura capace di impedire la recrudescenza delle malattie epidemiche. L’apertura di vertenze comunali e provinciali per affrontare la situazione igienico-sanitaria è stata preannunciata da CGIL-CISL-UIL in una lettera al presidente della Regione”. La situazione era diventata pesante a Cagliari e provincia, in particolare per i comuni che usavano la stessa rete idrica del capoluogo. I contagi erano legati al consumo di cozze e frutti di mare pescati in acque inquinate. Anche allora fu necessario adottare misure di quarantena, sia per i malati che per le loro famiglie; scrive ancora la stampa dell’epoca: “Mentre proseguono le analisi su numerosissime altre persone, ricoverate per sintomi di gastroenterite, decine e decine di persone sono state bloccate nelle loro abitazioni e vengono sorvegliate dalla polizia e dai vigili urbani. Questo succede per la mancanza di posti negli ospedali e per l'esistenza di un solo reparto di isolamento per tutta la città e per il retroterra campidanese di Cagliari”. E prosegue: “Intanto si è potuto stabilire che quasi tutte le persone alle quali è stato riscontrato ufficialmente il colera abitano in due quartieri popolari di Cagliari. Si tratta di Is Mirrionis e del CEP: il primo è stato costruito attorno agli anni Cinquanta, il secondo in questi anni. Ieri gli abitanti del CEP, dove sono trattenute e controllate nelle loro abitazioni numerose famiglie sospettate di contagio, hanno richiesto la vaccinazione”. Le autorità arrivarono a requisire alcune cliniche private per isolare le famiglie dei malati e limitare la diffusione della malattia. Nel frattempo, i comuni iniziarono la pulizia e l’igienizzazione delle strade nel tentativo di eliminare i focolai di sporcizia, e avviarono una campagna di informazione rivolta alla popolazione. Anche a Guspini l’allora sindaco Italo Pisano invitava la popolazione a non detenere frutti di mare ed evitarne il consumo, a lavare accuratamente frutta e verdura e consumarle soltanto dopo cottura, e a non utilizzare le acque del Rio Riola e del Rio Cabras. Quella epidemia fu l’occasione per migliorare le condizioni igienico-sanitarie dell’Isola, per avviare la più grande operazione di profilassi nel secondo dopoguerra, per lanciare una larga campagna di vaccinazioni e per dotare il sistema sanitario regionale di strumenti e risorse adeguate per garantire l’assistenza igienico-sanitaria a tutta la popolazione. (w. t.)

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