Nel 1973 una nuova epidemia di colera esplose nel Sud Italia. La pandemia interessò, tra l’agosto e il novembre di quell’anno, la Campania, la Puglia e la Sardegna, ma decine di casi furono registrati anche a Roma, Milano, Firenze e Bologna; i ricoveri furono più di mille e alla fine si contarono una trentina di morti. La diffusione del morbo provocò grande allarmismo nella popolazione. Anche l'economia venne duramente colpita: furono vietate le cozze e banditi i fichi e altri frutti; il settore ittico e quello ortofrutticolo si trovarono in seria difficolta.
All’epoca il colera mise in evidenza i problemi igienico-sanitari della Sardegna. Scrive l’Unita di quei giorni: “II problema centrale odierno è di rimettere ordine nel caos della organizzazione igienico-sanitaria, costruendo subito una struttura capace di impedire la recrudescenza delle malattie epidemiche. L’apertura di vertenze comunali e provinciali per affrontare la situazione igienico-sanitaria è stata preannunciata da CGIL-CISL-UIL in una lettera al presidente della Regione”. La situazione era diventata pesante a Cagliari e provincia, in particolare per i comuni che usavano la stessa rete idrica del capoluogo.
I contagi erano legati al consumo di cozze e frutti di mare pescati in acque inquinate. Anche allora fu necessario adottare misure di quarantena, sia per i malati che per le loro famiglie; scrive ancora la stampa dell’epoca: “Mentre proseguono le analisi su numerosissime altre persone, ricoverate per sintomi di gastroenterite, decine e decine di persone sono state bloccate nelle loro abitazioni e vengono sorvegliate dalla polizia e dai vigili urbani. Questo succede per la mancanza di posti negli ospedali e per l'esistenza di un solo reparto di isolamento per tutta la città e per il retroterra campidanese di Cagliari”. E prosegue: “Intanto si è potuto stabilire che quasi tutte le persone alle quali è stato riscontrato ufficialmente il colera abitano in due quartieri popolari di Cagliari. Si tratta di Is Mirrionis e del CEP: il primo è stato costruito attorno agli anni Cinquanta, il secondo in questi anni. Ieri gli abitanti del CEP, dove sono trattenute e controllate nelle loro abitazioni numerose famiglie sospettate di contagio, hanno richiesto la vaccinazione”.
Le autorità arrivarono a requisire alcune cliniche private per isolare le famiglie dei malati e limitare la diffusione della malattia. Nel frattempo, i comuni iniziarono la pulizia e l’igienizzazione delle strade nel tentativo di eliminare i focolai di sporcizia, e avviarono una campagna di informazione rivolta alla popolazione. Anche a Guspini l’allora sindaco Italo Pisano invitava la popolazione a non detenere frutti di mare ed evitarne il consumo, a lavare accuratamente frutta e verdura e consumarle soltanto dopo cottura, e a non utilizzare le acque del Rio Riola e del Rio Cabras.
Quella epidemia fu l’occasione per migliorare le condizioni igienico-sanitarie dell’Isola, per avviare la più grande operazione di profilassi nel secondo dopoguerra, per lanciare una larga campagna di vaccinazioni e per dotare il sistema sanitario regionale di strumenti e risorse adeguate per garantire l’assistenza igienico-sanitaria a tutta la popolazione. (w. t.)
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