Dalla piccola alla Grande Storia


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Quando Marx era ancora alle Scuole Elementari, Manzoni ci ha insegnato a guardare la Storia dal basso verso l’alto, dalla parte degli humiliores che la subiscono come Renzo e Lucia e non dei Principi che la impongono: “il popolo altro non è se non vulgo”, si era sempre pensato dai tempi di Tucidide, di Tacito e di Machiavelli, e si raccontavano i fatti dall’alto verso il basso.

Pensavo a questo, io che storico non sono, quando mi sono capitati per mano casualmente alcuni documenti paesani che “storici” non sarebbero “ufficialmente” ma che lo diventano loro malgrado de facto, autentici e di prima mano della Seconda Guerra Mondiale. Siamo in Russia e in Campidano tra il 1942/1943 nella linea del Don tra Mosca e Stalingrado e tra Gonnos e Terralba, nella svolta decisiva della Guerra ai tempi di Von Paulus e delle “lettere” da Stalingrado, mese più mese meno. L’autiere Cuccu Virgilio, primo Centro Automobilistico, Diciasettesimo Reggimento, primo gruppo, seconda batteria, nato a Terralba nel 1918 (fine della prima Grande Guerra) e arruolatosi “volontario” nel 1940 per la Seconda a causa di dissidi familiari e legali col padre, scrive nell’autunno del 1942 all’inizio della stagione infernale (voleva dire invernale, ma le due labiali f-v in questo caso coincidono maledettamente) e riscrive lettere accorate dal fronte russo dove ci sono truppe rumene, alpini italiani e la divisione Sforzesca di cui Cuccu ventiquattrenne faceva parte.

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“Qui si sta tanto bene ma è più meglio ha casa, quando nel ’38, ’39 e ’40 mangiavo il moscato della vigna di Marrubbiu, anche se qui non si spende niente perché si fa una bella vita ed anche fuori del pericolo io sono sempre allegro e contento. ”Aveva cominciato con ancipiti auspici patriotardi come scrive in una lettera da Torino, però piene di nostalgia: “Ed ecco oggi vi voglio scrivere questa lettera facendovi sapere della mia condizione di salute sto bene e così spero di voi e ancora di Pinuccio e Salvatore, Angelo, che io mi ricordo sempre e di essere tanto lontano, non gli posso più Bacciare ma voi li bacciarete anche da parte mia so che Pinuccia sta a fare grande e certo che qualche volta se ne ricorda anche di me ma ora non mi vede andando colla caretta a vostra casa che quando mi vedeva sempre mi Bacciava.”

Sperava “probabilmente” di tornare a casa dove c’erano stati screzi non da poco: “Vi scrivero sempre accosto che voi non mi rispondete mai Ma pensate bene il mio destino e compiuto cosi di essere lontano da voi e ancora dalla famiglia che miglia e miglia ci dividono e monti e colline ci separano, ma il tempo non si sa come si comporta ossia per questa guerra. Ed ora ci sono gia tre mesi ma non so che il quarto mese lo faro losteso a Torino perche alle parole del Maggiore si ha tanto comosso ma io mi armero di coraggio con i miei cari compagni di avrontare tutto allavenire ossia di servire con lonore la nostra cara Patria. Ma il mio destino e di partire in Albania solo Dio ci pensera di aiutarmi. E se venisse di morire nel Campo di Battaglia l’ascierò a Babbo tanto desconsolato e ancora a voi con tutte le mie care sorelle ma il mio nome non sara mai dimenticato perché rimarrà scritto nel libro della Vittoria italiana e nella pace del tutto il mondo. Ed ora questo mi basta.” Però dal Don, mitigato l’eroismo, scrive al padre per ottenere il congedo dal Ministero per lavori agricoli, ma invano, e in previsione dell’inverno maglie e calze di lana…. e sigarette…sigarette….sigarette. A proposito di sigarette in trincea mi sovviene un ricordo dal fronte opposto perché anche tra i “nemici” il problema e la penuria del tabacco era analogo, e la mia testimonianza è autentica. A Firenze, all’ultimo anno di Università seguivo un corso di Lingua russa e il Professore “sovietico” ci invitava a non fumare in sua presenza (negli anni settanta si fumava dappertutto liberamente escluso in Chiesa) perché gli dava fastidio quella voluttuosa nonchalance giovanile e ce ne spiegò il motivo: lui era a Leningrado (oggi di nuovo San Pietroburgo) in trincea durante il lungo e terribile assedio hitleriano, e si resisteva a oltranza tra stenti indicibili. Si stava in piedi a forza di sigarette, anche cento al giorno, ma la fame era tanta e lui per mesi, oltre che fumando è sopravvissuto mangiando e masticando tabacco…tabacco…tabacco. Per cui trentanni dopo nel pacifico splendore della Città medicea al solo odore della nicotina gli venivano i brividi e i cauchemars di quiei mesi terribili. Si era nemici, ma gli uomini in carne e ossa erano uguali e si resisteva a forza di fumo, di vodka e di grappa. Però a Cuccu il tabacco non arrivò, né guanti né calze né maglie di lana e neppure il “noscato” di Terralba. Il babbo la pensava all’antica, e visto che il figlio era partito volontario piantando in asso famiglia e campagna, pensava: “lassaddu fai a solu a solu ca già ammoddiat cum s’ollu cosa sua.”  Severo e inesorabile non era come l’eautontimorùmenos della celebre commedia di Terenzio che si autopuniva perché il figlio era scappato di casa per colpa dell’intrasigenza del paterfamilias.

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Quindi per risposta nessuna risposta e il figlio dal fronte il 13/09/ 1942 incalza: “Non credevo mai di questa dimenticazione di voi verso di me, io invece mi ricordo di tutti. O vorse non trovatte carta per potermi scrivere? Quando io penso e mi ricordo di tutti e come sono lontano mi viene sempre la voglia di piangere: ma le lagrime non mi scendono ma so quello che mi viene e un dolore profondo al cuore e qualche volta ho preferitto piu la morte di quel dolore. So e penso che sono tanto lontano dalla mia terra amata: so che sono in questa terra deserta: so che sono fra gente sconosciuta e che non mi comprendono: ma so che sono in questa terra per fare il mio dovere: cioe difendere la Patria e la Religione: che questa gente e specialmente “Stalin” cerca di strangolare il genere umano. E’ una causa unifersale che noi difendiamo. Combattero sempre da valoroso soldato animato di spirito e di dovere che mi spinge ha dare il mio contributto. Si, combattero fino all’ultimo giorno della mia vita, fino ha quando sara colpito il mio povero cuore ha morte di quelle sovente e incensante raffiche di mitraglie nemiche, ma io ho sempre coraggio.” Questa è la sua ultima lettera inviata dall’inverno e dall’inferno russo a Luigino e Clementina, suo cognato e sua sorella sposata a Gonnos prima che l’inverno russo decidesse la debacle della follia hitleriana, quello stesso “generale inverno” che nel 1912 sterminò le truppe dell’invincibile armada di Napoleone.

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Il compagno Giuseppe Giusgavilj ex seminarista “ortodosso” giorgiano di Tibilisi che si scelse il nome di battaglia più consono Stalin (Stahl in tedesco, Steel in inglese dal latino stilum, pugnale d’acciaio) impegnato nelle purghe dei compagni “eterodossi”, oltre agli altri “difetti” fu un pessimo Generale e solo il coraggio e la dedizione ostinata del popolo russo salvò quell’immenso paese dal disastro. La difesa strenua della linea del Don tra il ’42 e il ’43 fu il momento cruciale della svolta della Guerra e l’inizio della fine della follia del Fuehrer e del Duce i quali, entrambi sifilittici, pensavano di strangolare a tenaglia l’Asia con l’aiuto del Giappone ad Est. La tenaglia si rovesciò da Est con l’Armata rossa, a Sud con lo sbarco in Sicilia e da Nord con lo sbarco in Normandia. La Sardegna si trovò tra due fuochi e Gonnos in mezzo e fu tra le prime a versare il suo tributo di sangue alla nuova Democrazia imperiale. Luigino Collu faber, filius fabri et frater fabrorum di famiglia come Orazio e Antonico, miei vicini di casa in quell’inverno lavorava alacremente senza più alcuna notizia dal Fronte russo e teneva meticoloso registro dei debiti dei numerosissimi clienti con pennino e calamaio nei suoi quaderni: Grimas Giorgio, mozzo e ruotta carroza, ferrato, 30 lire. Ruotta carroza rifferata e anelli ristretti 20 lire. Due ferri di cavallo e chiodi dispari. Conti assestati assaldo. 11 Febbraio 1943 Pintus Peppino 2 buloni di piede aratro 1 lira.

Putzu Munzettu Giovanni vomero colocato e acuzato e accomodamento orecchio. 14 Febbraio ’43 Pintus Raffaele vomero appuntalato lire 5. Uccheddu Antonio ferri di bue rimessi 15 Febbraio Melloni Putzu Antioco ferri di bue rimessi. 16 Febbraio Uccheddu Nino 28 denti calzati e nuovi 36 lire. 17 Febbraio 1943 bombardamento a Gonnosfanadiga. Cosi annotò nel suo quaderno senz’altro commento quella inutile strage di 80 vittime innocenti perpetrata dai libertadores americani che bombardavano in nome delle “magnifiche sorti e progressive”. Nei giorni 18, 19, 20, 21 in mezzo a tanto lutto e dolore il quaderno di Luigino Collu segna un nulla di fatto. Il 22 Febbraio si riprende il lavoro usato col cuore in lutto suo e di tutto il paese e per la Storia piccola e grande i primi due contadini che andarono dal fabbro furono Lixi Uccheddu Antioco e Putzolu Antonio con vomero accuzzato per tre lire. Tutto il resto è nei libri di Storia. Ma a Cuccu Luigino questo gli dovevamo, un piccolo posto nella Grande Storia, come lui voleva.

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