Come capita in questo periodo nel quale è obbligatorio rinunciare a molte delle attività alle quali si era abituati a partecipare, si torna a scoprire il territorio, si ripercorrono strade non battute da qualche anno e si osservano spazi modificati dal tempo e, qualche volta, dall’incuria dell’uomo. È il caso della zona umida dello stagno di santa Maria che è parte significativa della zona SIC (Sito d’Interesse Comunitario) dello stagno di Marceddì e de Su corru de s’Ittiri. Lo spazio, che lambisce parte del territorio guspinese, era già stato inserito in un processo di valorizzazione e finanziato con il Programma di Sviluppo Rurale 2007-2013 della regione Sardegna e comprendeva anche i comuni di Arborea, Terralba, Guspini e Arbus. Oggi il progetto è stato ripreso e ampliato con il nuovo ‘Contratto di Costa Maristanis’ proposto dalla regione al quale aderiscono gli 11 comuni che si affacciano sul Golfo di Oristano.
La presentazione e firma del “Contratto” è stata il 2 febbraio, in occasione della giornata mondiale delle zone umide istituita nel 1997 e coincidente con il giorno che a Ramsar, in Iran, nel 1971 è stata firmata la Convenzione di Ramsar, (Convenzione sulle zone umide di importanza internazionale). 168 paesi firmatari si impegnano a proteggere 210.897.023 ettari individuati nelle oltre 2000 zone umide in tutto il mondo.
La porzione del territorio di Guspini inclusa nel ‘Contratto di Costa non è marginale perché contribuisce all’equilibrio di un ecosistema e offre un habitat unico a tantissime specie di uccelli acquatici, molti dei quali si fermano in questi spazi durante la loro attività migratorie o vi nidificano. Inoltre, sullo stagno di Santa Maria si affaccia la città di Santa Maria di Nabui, fondata dai Cartaginesi verso la fine del VI secolo a. C. coeva, sia a quella fenicio- punica di Othoca, nello stagno di Santa Giusta, sia a Tharros in territorio di Cabras, limite naturale del Golfo di Oristano. Lo stagno di santa Maria è alimentato dalle acque dolci del Flùmini Mannu, queste favoriscono la crescita e lo sviluppo della flora e, tra le canne palustri, ospita una fauna ricca e rara.
Lo stesso è attraversato da un’antica strada romana, oggi sommersa, sa bia de is Damas, che collegava il territorio di Guspini a quello di Terralba. Che si riesca a individuare anche l’antico porto di Nabui? È un sogno! Di fronte alla laguna la casa Usai acquistata dal comune. Un porticato, ai lati del quale si notano dei grandi blocchi di pietra arenaria provenienti, presumibilmente, dall’adiacente città.
Il tutto inserito nel Parco Archeologico a cielo aperto con centro la citta fenicio-punica di santa Maria di Nabui. Un progetto, ormai abbandonato, prevedeva la sistemazione e l’utilizzo della casa, che avrebbe potuto essere un deposito dei materiali da scavo, o una piccola foresteria riservata a chi avrebbe lavorato alla riscoperta della città fenicia e della sua necropoli. La zona umida dello stagno di santa Maria è di fronte a Nabui ed è stata interessata da interventi che hanno reso accessibile una parte della laguna.
Una passerella conduceva all’interno dello stagno. Partiva all’altezza di sa bia de is Damas, sotto casa Usai, e si inoltrava nella laguna per un lungo tratto. Luogo ideale per osservare la flora e la fauna locale e avviare progetti di educazione ambientale. Un ambiente a disposizione in ogni periodo dell’anno per studiosi di avifauna e amanti della natura. La passerella ha subito ‘le ingiurie del tempo’ e non è più percorribile. La speranza di una nuova sistemazione è riposta nel ‘Contratto di Costa Maristanis’ stipulato dagli undici comuni e il loro finanziamento iniziale di circa 4 milioni di euro, questi dovrebbero dare la possibilità di fare una progettazione integrata per i 705 ettari di territorio interessati e i 200 km di costa. Fare presto e bene, speriamo sia l’imperativo. Si può aggiungere anche che i comuni di Arborea, Terralba, Guspini, Arbus, già beneficiari dei fondi del Programma di Sviluppo Rurale 2007-2013, non partono da zero, poiché la zona SIC è stata oggetto di studio, istruttorie, autorizzazioni che andranno aggiornate, certo, ma che potrebbero essere utili ai tecnici. Che le zone umide possano aiutarci a scoprire il nostro passato e produrre ricchezza è la speranza per chi vuole guardare al futuro. (Le foto sono del febbraio 2021).
sandrorenator@gmail.com
© Riproduzione riservata