Ecco, nonostante questo clima incivile “lontano” da noi, nei Paesi “civilizzati” la psicologia positiva sposta l’interesse verso la costruzione di personalità positive, ottimiste e ha preso piede la teoria dell’ autodeterminazione nel linguaggio comune. Questa teoria creata da Ryan e Deci a inizio duemila, individua tre bisogni psicologici di base: l’ autonomia, la competenza e le relazioni sociali il cui soddisfacimento è essenziale per la crescita psicologica, l’integrità, il benessere, la vitalità e la coerenza con se stessi. Tale teoria si focalizza sulle emozioni, sulle relazioni, sulle aspettative, sulle competenze che facilitano o minacciano il benessere in tutti i contesti e in tutti i cicli di vita. Il benessere diventa l’obiettivo che viene analizzato a livello intra e interpersonale, con un bilanciamento di soddisfazione tra tali bisogni.
L’autodeterminazione può essere definita più semplicemente come la “capacità di decidere e di
considerare le scelte effettuate come risultanti delle proprie azioni”. Sapere di essere noi gli artefici del nostro destino responsabilizza maggiormente ognuno di noi. Il cambiamento diventa “attivo”, come detto ripetutamente in questa rubrica, non si parla di fortuna/sfortuna, ma di impegno, di perseveranza, di tenacia; in loro le emozioni positive hanno la meglio e non sono direttamente correlate ad aspetti materiali o economici; una persona “autodeterminata” potremmo trovarla sia dentro una nave carica di disperati in fuga che in una qualsiasi competizione sportiva/politica/sociale del nostro territorio. E’invece correlata alla vitalità, alla salute, alla resilienza, al problem-solving, alla pro-attività dell’individuo; se poi dall’individuale passiamo alla collettività, capiremo perché è importante per una Società affidarsi alla psicologia per incentivare queste competenze tipiche dell’intelligenza emotiva. Anche quando un gruppo, una comunità, un territorio perseguono un obiettivo comune, può capitare che anziché collaborare e dividersi i compiti in base alle reali competenze soggettive ci si divida in tanti sottogruppi in modo disordinato, soggettivo, guidati da emozioni negative (paura, rabbia, invidia, disgusto ecc) che anziché semplificare il percorso verso l’obiettivo comune, lo smorzano, lo svalutano, lo rallentano e spesso lo impediscono.
È l’autodeterminazione più che il semplice ottimismo la risposta, perché l’ottimismo è un’emozione complessa, ovvero parte dalla gioia, mentre la prima è un complesso costrutto in cui si intrecciano, come abbiamo visto, numerose competenze emotive.
L’importanza di trovarsi, di confrontarsi, di lavorare in rete, di ragionare con intelligenza emotiva per arrivare a un traguardo, per agire consapevolmente e non come autòmi è risaputa, ma spesso difficile e talvolta esclusa a priori, perché significa prima di tutto lavorare su se stessi e impegnarsi, mettersi in gioco: cosa posso fare io per arrivare a un obiettivo comune che mi soddisfi anche come singolo? Come posso essere utile mettendo a disposizione le mie competenze, di qualsiasi tipo esse siano? Se aspiro a una certa carica, son in grado di svolgerla o è solo un capriccio, un opportunismo? Se affermo che gli altri son tutti sbagliati, allora io come sono? Visto che siamo tutti gli altri di qualcuno e visto che gli altri siamo noi, chi si deve mettere in gioco? Da chi deve arrivare il cambiamento?
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