Funtanazza è tutto oppure niente. Martirizzata, ma anche frustrata, spezza il cuore e la mente di chi ha vissuto e toccato con mano i momenti di grande splendore della più imponente e moderna colonia estiva mai realizzata in Europa. La realtà maltratta, i sogni invece accarezzano senza pudore i ricordi indelebili di intere generazioni, soprattutto arburesi e guspinesi, ma non solo, avvolti nella struggente nostalgia dei tempi che furono.
Il 13 maggio del 1956, infatti, veniva inaugurata a Funtanazza alla presenza del direttore della miniera, ing. Filippo Minghetti, del presidente della Regione Sardegna Giuseppe Brotzu e di mons. Antonio Tedde vescovo della diocesi di Ales-Terralba, la “Casa al mare Francesco Sartori”, una maestosa e moderna struttura superbamente dotata di due piscine (una delle quali omologata dal Coni quale olimpica) adagiata a pochi metri dal mare su un’ampia e suggestiva insenatura che la “Montevecchio Società Italiana del piombo e dello zinco” per volontà dell’ingegnere minerario Giovanni Rolandi fece costruire quale colonia marina estiva destinata ai figli dei minatori.
Costata 1.587 milioni di lire offriva confortevole soggiorno della durata di 25 giorni a circa 600 bambini divisi in tre turni. Dalla metà degli anni sessanta i venti di crisi in quello che era considerato il più importante polo minerario d’Europa iniziarono però a spirare sempre più forti e inarrestabili.
Nel 1991 con l’occupazione di Pozzo Amsicora si certificò la definitiva cessazione delle attività estrattive, atto finale che “costrinse” l’Eni a esporre nella “Francesco Sartori” già qualche tempo prima, esattamente estate 1983, il cartello “chiuso per cessata attività”.
Da allora solo degrado e campo libero per smisurati e incontrollati atti vandalici. Qualche proposta accompagnate da tante, tantissime polemiche politiche (spesso e volentieri strumentali) e imprenditoriali che di fatto hanno finora vanificato le giuste aspettative di chi vede nella riqualificazione di Funtanazza il primo e forse più importante tassello verso l’auspicato riscatto economico e sociale di un intero territorio.
La ribellione pacifica del 13 maggio 1994 che portò alla simbolica occupazione della colonia fu il primo campanello d’allarme del rifiuto da parte degli arburesi di quell’immobilismo burocratico, allora ancora in stato embrionale, che da lì a poco avrebbe caratterizzato in senso fortemente negativo tutti i passaggi politico-istituzionali-imprenditoriali che avrebbero dovuto portare alla rinascita di Funtanazza.
Nel 1996 si comincia a parlare di una possibile trasformazione della colonia in struttura alberghiera. Nel 1998 il comune di Arbus attraverso una variante al proprio piano regolatore concede alla SNAM S.p.A. una volumetria complessiva di 70.000 mc. Un semplice buco nell’acqua per il dossier Funtanazza che neppure la nuova proprietà in mano a Renato Soru, nel frattempo sceso in politica, rimasto vittima delle stringenti norme urbanistiche da lui stesso emanate, riesce a modificare.
Da allora ancora un ventennio di progetti e bocciature, illusioni e delusioni, e tanto tanto degrado. E nei pietosi titoli di coda di una storia infinita con il posizionamento di sbarra che ne impone l’off-limits e il libero accesso nel più completo disinteresse della classe politica l’ultimo affronto, forse ultimo definitivo schiaffo a un intero territorio.
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