Giacomo Mameli e la sua "Foghesu"


di Sergio Portas
Ogni volta che Giacomo Mameli dà alle stampe l’ennesimo libro mi sento pervadere da un moto di ottimismo e mi dico che “noi degli anni quaranta” (lui del ‘41, io del ‘46) siamo duri a morire, per quello che riguarda la creatività della scrittura e la curiosità che ci spinge a cercare le storie e a darne contezza in libri e articoli. Giacomo è stato giornalista di vaglia per tre quarti della sua vita (uno che ha fatto interviste, tra gli altri, a Gorbaciov e a Bush padre, giusto per non far torto a nessuno tra Oriente e Occidente) e poi si è messo a scrivere libri, uno più bello dell’altro. Con a sfondo, spesso, la sua Perdasdefogu, la sua “Foghesu”, la culla che gli ha dato i natali e il senso delle cose che contano veramente. Non ha bisogno di inventarsi un paese letterario lui, subito mi viene in mente la Macondo di Marquez o la mitica contea in cui  William Faulkner fa vivere le storie dei suoi personaggi: l’impronunciabile Yoktnapatawpha, basta che ricorra alla memoria della sua fanciullezza e, come d’incanto, prendono nuova vita i suoi paesani, tutti con relativo soprannome, che con quello sono per lo più conosciuti e di cui tutti sparlavano allegramente l’uno dell’altro, per vicende più o meno vere, un paese di “mormoranti”, si legge nel suo ultimo libro, che di titolo fa: “Pedrito”, lamette a Caracas-fiori a Orgosolo. Edito per Il Maestrale. Fulcro delle vicende che vi si svolgono è Pietro Demontis, ultimo di sette figli ( ma altri due se li è portati via la Spagnola) di Celestrino e Luisicca che pure avevano a Foghesu “casa da ricchi”, due piani con sette camere, tetto di vere tegole messe su da uno di Villacidro e, udite udite, nel ballatoio una sorta di buco riparato che faceva da bagno, l’unico nel paese, siamo intorno al 1933, tutti gli altri compaesani si dovevano arrangiare con la legnaia o, meglio ancora, la campagna tutta. Tanto per darvi un’idea è giusto per quel “servizio” che un tedesco molto intraprendente e un po' matto, figuratevi che si era messo in testa di studiare i dialetti sardi del sud Sardegna, tale Max Leopold Wagner, etnologo della prima ora e linguista e filologo, era stato ospitato nella dimora dei Demontis, la mamma di Pietro usava fare anche da locandiera e allora i figli venivano sfrattati dalla loro camera e si accomodavano a dormire sulle stuoie di giunco del Flumineddu, tra le patate. “A casa nostra, ci vantavamo, hanno dormito un avvocato di Lanusei, una maestra di scuola di Iglesias, il veterinario Carboni che veniva da Armungia col cavallo che era stato del padre di Emilio Lussu...” (pag.84). Su Tedescu era arrivato anche lui a cavallo dalla parte di Escalapiano, del resto non c’era alcuna strada praticabile che portasse a Foghesu. “Unu maccu”, un pazzo lo avevano bollato in paese, “che cosa ci sarà da studiare se dico abba o tronu, sirboni o stria?”. Era accompagnato da uno di Escalapiano, i foghesini l’avevano capito dalla cadenza e dall’abuso della doppia elle, diceva scuolla e fucille. Il Wagner aveva sin una macchina fotografica, la prima vista in paese. Chiacchiera con tutti, a lungo col banditore “Piedistorti” e col becchino “Zappainsieme”. Come lo chiamate il seppellimento? S’interru. Per le condoglianze come dite? Passiensa. E l’ultimo saluto al morto?  In sa santa gloria. Si fa accompagnare dal maestro Felicino, vice podestà, (siamo in periodo di fascismo, ndr) che gli traduce le domande ai soggetti improvvisati per le sue istantanee: davanti all’uscio di una casupola c’è una donna anziana Maria Eloisa Carta, detta Malisa, sta filando lana grezza. Buongiorno signora, posso farle una fotografia? No, no, mamma mia. Mai fatto una fotografia. Che vergogna, sono alfabeta, e poi non c’è mio marito, per una cosa così devo chiedere il permesso a lui. Come si chiama il fuso, quello che ha nella mano sinistra? Su fusu. Su fusu o su vusu? Fusu ho detto. E la canocchia con la rocca? Crannuga. Crannuga o grannuga? O carnuga? Noi la diciamo crannuga, come ho detto. È crannuga anche quella per prendere i fichidindia. E il cuore?  Su coru. Su coru o su coro? Coru, appu nau (pag.92). Gli faranno grande festa a Wagner, con carne di capra che si scioglie in bocca, e con Orazio, quinta elementare, che di metrica nulla sa ma canta in endecasillabi, con un coro di sottofondo di Mauro e uno di Fonni, tale Falconi di mestiere carabiniere: “Ti saludo tedescu de iscenza/ a nomene ‘e tottu sa ‘idda mea// Bim-bò, Bim- bò //praghere nos faghet tua presenza //   in terra ‘e Ozastra e de Sardigna intrea// Bim-bo, Bim-bò... (pag.97). Ma è ora di tornare al nostro eroe: Pietro,Tittone di soprannome, che da bambino era innamorato delle tette di ogni donna, è calzolaio provetto ma a Foghesu di soldi ne girano pochi, quindi si trasferisce a Cagliari dove un intraprendente siciliano gli dà lavoro. È lui che, emigrato in Venezuela, lo convince a raggiungerlo lì, dove i bolivares (soldi) spuntano come funghi d’autunno. Non sono tutte rose e fiori, tocca tapparsi la bocca quando qualcuno incautamente parla di politica. Che c’è un generale golpista a capo del governo. E chi viene scoperto a “mormorare” finisce direttamente in galera, dove i veri criminali sono i secondini ed è un miracolo uscirne vivi, piuttosto che essere buttati nell’Orinoco, dove pullulano i coccodrilli. Capiterà anche a Pietro (oramai diventato Pedrito) assaggiare le galere venezuelane, tutto per un pacchetto di sigarette acquisto durante il coprifuoco, ma di documenti in regola naturalmente manco l’ombra. Tre giorni di incubo, assistendo a soprusi d’ogni sorta, un poveraccio sgozzato con una lametta arrugginita, per tacere delle scudisciate con nerbo di bue che sono all’ordine del giorno quotidiano. Ne esce per uno di quei miracoli che la sorte riserba a suo capriccio (lui e altri due non vengono registrati) e può quindi continuare a lavorare alacremente al suo dischetto di ciabattino, ma qui ci sono le fila di gente ad attendere il loro turno e che paga in contanti. Altro che baratto di grano o di formaggio come a casa. Ma la fortuna, si sa, è come una bella donna che oggi ti sorride e domani ti gira le spalle. In incidente automobilistico muore il padrone della fabbrica, quello che per Pietro era un vero secondo padre, e tutto va velocemente a rotoli. Tittone comunque sempre più spesso sogna del suo paese, di quell’Antonietta che abita a cinquanta passi da casa sua, con la quale si lanciavano occhiate che tutto volevano significare. E rifà il viaggio di ritorno in ultima classe come sempre, sbarcando a Genova in pieno sciopero dei marittimi, in Venezuela non si scioperava mai. Quindi treno per Civitavecchia e traghetto per Cagliari. In corriera per Foghesu, a buttarsi tra le braccia di mamma che piange, e i fratelli e sorelle anche loro. Babbo, lui al solito di poche parole: Viaggio buono hai fatto? Molto ti fermi o torni a fare scarpe in America?  No, resto qui. E mi sposo. Domani vado a chiedere Antonietta, la domando a zio Salvatore. Così si fa, per educazione. Una figlia per prima cosa si chiede in sposa al padre. Solo mia sorella Giuseppina mi dice sottovoce: Devi dirlo anche ad Antonietta, deve decidere lei non solo il padre. Di mattina il grande passo, cambio pantaloni e camicia, brillantina Linetti sui capelli, vado a casa di Antonietta. Zio Salvatore non c’è, tornerà all’ora di pranzo, c’è la mamma zia Fortuna. Appare Antonietta sta tornando dalla fontana di Su, in testa la brocca d’acqua poggiata su un cercine. Ciao Antoniè. Ciao. Stasera vengo a casa tua a parlare con tuo padre.  Giogo di buoi devi comprare? No, no. È per un’altra commissione. Cose di uomini saranno. Di uomini e di donne, e la donna sei tu (pag. 166). Nasceranno i figli, Pietro dovrà sciropparsi altri tre anni di Fiat a Torino, dopo i sei passati in Venezuela, prima di mettere su la sua di casa. Ma poi sarà solo Foghesu e la sua famiglia, la casa sul fiume, dove c’è l’orto la vigna e tante piante di pere, prugne e olivi...A dodici metri dal cancello della nostra tenuta scorre il torrente Su Luda, acque che scendono chiassose dai monti di Ulassai, chiare che ci vedi trote, anguille, e tanti girini neri sulla superficie. Risento il concerto delle cascatelle che danno verso l’orto del Bue Zoppo e dove andavamo a lavarci le mani, faccia e collo, prima del pranzo e della cena...Sento un rumore da bosco, sul tronco di un fico vedo la coda di una martora (pag. 167). Il libro tutto procede con una scrittura quasi frenetica, ma è anche denso di innumerevoli vite di sardi, e non solo, che hanno tentato la fortuna dell’America. Per chi resta in Sardegna i rischi di un periodo oscuro segnato anche dall’ “anonima sequestri”. Toccherà anche a Mario Demontis, fratello di Pietro, incappare in un sequestro che si concluderà con la morte dell’ostaggio a opera (forse) di un giovane bandito di Orgosolo (da qui il sottotitolo). A fine libro pagine dedicate a cosa succede nel Venezuela del 2025, in un libro che racconta le violenze atroci di ieri, scrive Mameli, è giusto dare spazio a quelle altrettanto atroci di oggi. Il sequestro di Alberto Trentini, operatore umanitario italiano, in carcere da più di un anno senza che un capo d’imputazione gli sia stato notificato. Come lui un francese è stato rilasciato. Il nostro governo non riesce a venire a capo della vicenda. Troppo schierato com’è sulla politica di Donald Trump che si è messo in testa di far fuori l’attuale presidente venezuelano Maduro: schierati mezzi navali e quattromila uomini, sottomarini, unità anfibie. La più grande portaerei a trazione nucleare del modo: la Gerald Ford. Sono già morti più di ottanta uomini “narcotraficanti”, in barche colpite dai droni statunitensi. Forse occorrerebbe che il governo italiano rilasciasse una qualche dichiarazione che così non si fa, che questi sono crimini di guerra. E magari Alberto Trentini sarebbe restituito all’abbraccio dei suoi cari.

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