Gruppi scout provenienti da diversi paesi della Sardegna e da Brescia si sono incontrati a Montevecchio e Ingurtosu


Filo conduttore dell'incontro: lo sfruttamento, in particolare quello minorile

  di Sandro Renato Garau
  Sessanta partecipanti dei clan scout Agesci dei gruppi Guspini 1, Oristano 1, Nuoro 1, Nuoro 2, Nuoro 4, Abbasanta 1, Siniscola 1, Brescia 7 si sono ritrovati per camminare insieme nel territorio minerario di Montevecchio e Ingurtosu. Filo conduttore scelto lo sfruttamento, in particolare quello minorile. Tre giorni di strada intensi, una mini ruote che ha preso avvio dalla sede Scout del Guspini 1, il giorno 2 gennaio, dove Capi e ragazzi/e hanno incontrato un prete eccezionale “Padre Alvarez, sacerdote a Ventimiglia, che ha fondato una onlus e che ha sottratto migliaia di ragazzi alla schiavitù delle coltivazioni di coca nel suo paese”. Una testimonianza che ha messo in evidenza le contraddizioni di un mondo profondamente ingiusto. Così scrive uno dei contadini che raccolgono la coca: “Il problema non è nostro: viene da lontano. Noi la coltiviamo, ma all’estero è dove va a finire. Sono i gringos che se la mettono nel cervello, dai più poveri alla più alta società. Noi, lavoratori a giornata, raccogliendo le foglie di coca sopravviviamo”. Quasi una provocazione. Un’ingiustizia. Il secondo giorno tappa a Montevecchio dove il gruppo ha incontrato i membri dell’associazione di minatori Sa Mena, che quest’anno compie i suoi 25 anni. I minatori hanno raccontato, partendo dai giacimenti minerari, del lavoro necessario per farli produrre e dei lavoratori che con fatica hanno carpito il minerale alla montagna, sino dal 1848. Messi gli zaini in spalla, dalla piazzetta che ricorda le bambine morte in miniera si sono avviati per un ripido sentiero verso il Cantiere minerario di Azuni, dove ad attenderli c’erano alcuni testimoni, tra questi la scrittrice Iride Peis che ha ricordato la tragedia del 4 maggio 1871 quando, per il crollo di un deposito d’acqua posto sul camerone dove riposavano, morirono in 11, donne e bambine. Ancora zaino in spalla si è iniziata a percorrere lo sterrato che attraversa i cantieri minerari di Ponente sino ad Ingurtosu dove hanno potuto riposare e giocare. Sì, giocare, perché il gioco mette allegria e lo si fa per gioco, appunto. Qui, in un salone messo a disposizione dall’amministrazione comunale di Arbus, hanno potuto sentire l’ultima testimonianza, quella dell’architetto Vinci che ha narrato della nascita e delle vicende che hanno accompagnato le miniere di Ingurtosu. Prima di cena la Messa officiata dal parroco della Parrocchia di san Sebastiano di Arbus don Daniele Porcu, che ha portato giovani e adulti a riflettere sul valore della propria vita e sulla necessità di diventare, ciascuno, per la sua parte, costruttori di pace facendo propria la parola di Cristo che crea, che vuole pace. I saluti del sindaco e dell’amministrazione tutta con l’invito a tornare in questo territorio, sono stati portati dall’assessora comunale all'Agricoltura Sara Itria Vacca. I canti, la preghiera e le ultime riflessioni prima di infilarsi nel sacco a pelo hanno chiuso la giornata. L’ultimo tratto di strada è uno sterrato che porta da Ingurtosu alla spiaggia e le dune di Piscinas. Ambiente meraviglioso e selvaggio. Per i 60 rover scolte e capi che hanno partecipato all’evento sono stati giorni di strada ricchi d‘esperienza, tra incontri, scoperta del territorio, riflessioni, gioco e preghiera. Forse per qualcuno lo zaino è stato pesante, ma ne valeva la pena. Tre giorni per capire qualcosa in più di sé stessi al ritmo dei passi, osservando l’orizzonte da raggiungere e cercando la strada da scegliere per condurre la propria vita.

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