Guglielmo Moro: “Sono un batterista versatile”


more
> Guglielmo Moro, 33 anni, è un batterista che, nonostante la giovane età, vanta una grande esperienza nel mondo della musica avendo accompagnato diverse band e artisti di successo nell’isola e fuori dai confini della Sardegna. Attualmente residente a Verona, tuttavia sempre in contatto con la propria terra d’origine, lo abbiamo incontrato per conoscerlo meglio.  Quando e come nasce il suo amore per la musica e in particolar modo per la batteria? Intorno ai nove anni, quando i miei genitori iniziarono a farmi frequentare le lezioni di musica nella banda Giacomo Puccini del mio paese. Scelsi la batteria come strumento e subito mi accorsi che stare dietro ai tamburi sarebbe stato quello che avrei voluto fare da grande. Come si sviluppa la sua passione? È cresciuta dedicando anima e corpo allo studio e alla pratica giornaliera. Nella musica non esistono scorciatoie: o ti impegni o è meglio che ti dedichi ad altro; è questo, secondo me, l’unico modo per poter ambire ad arrivare sempre più in alto ed esprimersi al meglio. È stata questa “ricetta” che mi ha permesso prima di diplomarmi in batteria moderna con specializzazione jazz e, successivamente, di collaborare con artisti nazionali e internazionali quali Antonella Ruggiero e Henry Padovani cofondatore dei “The Police”. Che tipo di batterista ritiene di essere e qual è il genere musicale a lei più congeniale? Mi definisco un batterista “versatile” e “ibrido” per via del fatto che ascolto tanti generi musicali. Adoro il funk di Scofield e Martin Medeski & Wood, il jazz di Jarrett o Mehldau, il sound psichedelico dei Pink Floyd sino al rock geniale dei “The Police” o la fusion dei Water Report. Sono stati principalmente questi artisti a “condizionare” il mio modo di suonare la batteria. A chi si ispira come batterista? Ne ho tanti. Faccio alcuni nomi: Stewart Copeland, Jeff Porcaro, Tony Williams, Vinnie Colaiuta, fino a nomi più recenti apparsi nella scena mondiale come Mark Guiliana, Eric Harland o Chris Dave. A un certo punto della sua vita lascia la Sardegna. È più facile “vivere di musica” nella penisola? Pesno che in Sardegna esistano semplicemente dei “confini geografici” rispetto al resto d’Italia: essere in un’isola porta a meno situazioni di confronto fra chi fa musica; tutto ciò determina una mancanza di sana ambizione e competizione di contaminazione artistica che si ripercuote inevitabilmente sulla formazione artistica del musicista.  Conosco, a tal proposito, tantissimi bravi artisti sardi che avrebbero potuto o potrebbero esprimersi a livelli più alti semplicemente varcando i confini della propria terra di origine. Credo che il segreto stia tutto nell’avere il coraggio di fare il primo passo. Ciò che è successo a un caro amico scomparso recentemente, Andrea Marongiu, è un chiaro esempio di ciò che dico: solo una volta trasferitosi a Londra è riuscito a sfruttare tutto il suo enorme talento arrivando a suonare ad alti livelli. Attualmente con chi collabora? Lavoro come turnista con vari artisti.  Principalmente mi sto dedicando alla creazione del mio primo progetto discografico coinvolgendo diversi musicisti e colleghi che ho incontrato nel corso della mia vita. Oltre a sé stesso, si sente di ringraziare qualcuno per quanto fatto sinora? Ringrazio i miei genitori che mi hanno permesso di coltivare il mio talento e la mia passione supportandomi e aiutandomi sempre ad andare avanti nel mio percorso artistico e professionale. Ultima, ma non per questo meno importante, mia moglie che mi sostiene ogni giorno nel mio lavoro. Sogni? Tanti… e non solo artistici. Simone Muscas

© Riproduzione riservata