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>É nel racconto dell’ingegner Giorgio Floris, classe '29, che riecheggia l’ultima giornata di Antonio Murgia. A settant’ anni da quella famosa notte in cui il professore di Guspini fu ucciso in piazza, la voce di un vecchio amico rompe il silenzio e racconta quella telefonata che da Guspini a Cagliari li unì per l’ultima volta.

«Ricordo tutto come se fosse ieri. Era la mattina del 30 Agosto 1947. Un giorno d'estate come tanti altri. La scuola era finita. Stavo per prendere il tram che mi avrebbe condotto a fare il bagno al Poetto, quando all’improvviso il professore mi chiamò. «Ora che hai finito la scuola, ricorda che dobbiamo fare quella cosa». L’ingegnere tace. Lascia scorrere lo sguardo sulla stampella che lo accompagna in ogni spostamento, e in quel gesto così semplice sembra riassumere buona parte della sua vita. «Con “quella cosa”, parlava dell’intervento che intendeva fare sulla mia gamba. Nel ‘45, in via Roma, a Cagliari, un incidente fra un autotreno e un tram davanti al palazzo della Regione mi lasciò invalido per sempre. Il professor Murgia sapeva della mia condizione ed, essendo stato osteggiato nell’ intervenire sulla mia gamba al tempo, si riservava di farlo non appena possibile. Avrebbe voluto rompere nuovamente la gamba nella frattura mal aggiustata per poterla rimettere in posizione corretta. Lo ringraziai, riattaccai il telefono. Il resto è storia».

Quel sabato di settant’anni fa, come pressappoco ogni finesettimana, Antonio Murgia si trovava in paese per trascorrere del tempo con la sua famiglia. Alle 21,39, dopo un pomeriggio trascorso nella piazza adiacente la chiesa di San Nicolò in compagnia del medico Giovanni Camoglio e del geometra Silvio Saba, la piazza piombò nel buio. Contemporaneamente, qualcuno lanciò un a bomba a mano contro il gruppo. Dilaniato dall’esplosione, il prof. Murgia morì sul colpo. Danni più lievi per Camoglio, che da quel giorno rimase però cieco ad un occhio, e ferite di minore entità per il geometra.
Antonio Murgia era nato a Guspini il 23 Settembre del 1896. Decorato al valore, si era laureato in medicina nel 1924 con una tesi sulla tubercolosi e la litiasi renale. Direttore del Reparto Medico del Laboratorio Micrografico Sardo e dell’Ambulatorio Antirabico, insegnava alla facoltà di Medicina di Cagliari. Il movente del delitto ? La politica. «Il professore- confesserà alcuni giorni dopo Virgilio Mannai, l’esecutore materiale dell’attentato- era iscritto nella lista nera dei “nemici del popolo” e la sua uccisione sarebbe stata soltanto l’inizio di una lunga catena che avrebbe presto colpito “reazionari e fascisti”».

«Generalmente amato, rispettato, professionista stimato, combattente valoroso nell’ultima guerra mondiale - scriveva l’Unione Sarda del 1° settembre ’47 - trascinato alla politica da una natura impulsiva e generosa (…) prima sardista e poi fascista, podestà, ispettore federale, non poteva non aver suscitato dei rancori, nei piccoli centri la passione politica è fatalmente esasperata, invelenita dal ripicco personale, dall’odio atavico tra famiglia e famiglia, dal contrasto di interessi (…)». « Mio cugino mi chiamò la sera stessa. Mi disse «Dobbiamo portare una bara a Guspini: hanno assassinato “zio Tonino”. Ricordo bene quel viaggio di tre ore sul motocarro, accanto la bara che avrebbe ospitato il corpo del dottore. Sono stati momenti difficili: lui era molto legato alla nostra famiglia. Mi aveva curato la malaria».

Poco più di una settimana dopo il delitto, all’alba dell’8 Settembre, l'arresto del sindaco di Guspini Eugenio Saba, dell'’assessore Giulio Fanari e di Luigi Sanna. «Una delle pagine più nere della storia del paese. Da parte mia, a prescindere dal suo colore politico - conclude Giorgio Floris - lo ricordo come un medico umano e competente che svolgeva il suo lavoro con passione non comune. Straordinaria fu anche sua sorella Caterina, che riuscì a perdonare Guspini e quella sua gente piena d'odio che le aveva tolto il fratello. Ma questa è un'altra storia».
Francesca Virdis Sergio Montis© Riproduzione riservata