I Cabilli: ricordi di un antico passato


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>Pubblicato per la prima volta, oltre cinquanta anni fa, dal maturo architetto appena cinquantenne, “I Cabilli” racconta una sintesi autobiografica, carica di emozioni, ricordi di un antico passato ma ancora vivissimi. Nella cornice di un’antica “Pendiogrande” per i lettori di oggi rivivono i racconti dei nonni e di vicende il luoghi chissà quante volte ascoltate ma a cui forse non abbiamo riservato la meritata attenzione. Motivo in più per rileggere il libro e recuperare qualcosa sulle nostre tradizioni, prima che vengano irrimediabilmente perdute.

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Molte sono le immagini che riprendono forma. Torna in vita ad esempio - quasi come se si la sua consistenza si ricompattasse miracolosamente - la storia di “Noè”. Personalmente ne ebbi mai sentito parlare prima che mio cognato, più grande di me – non eccessivamente – mi raccontò di essersi a sua volta meravigliato, vedendo dal vivo, l’opera monumentale, dopo che la famiglia Mossa, come oggi con l’archivio personale, dando prova di grande generosità, ne fece dono alla gloriosa Cantina e quindi alla comunità agricola serramannese.

Fra le righe si apprezza il valore delle proprie radici e la consapevolezza di far parte di una comunità viva e attiva. L’uso di termini nelle descrizioni paesaggistiche non impedisce la narrazione, in prima persona, con un linguaggio è scorrevole. Il libro si legge volentieri e quasi d’un fiato, almeno per la parte che più direttamente coinvolge in modo specifico noi serramannesi.

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I personaggi, gli ambienti, sono di un “paesone” autosufficiente. I “Cabilli” agli occhi di un ragazzino, non hanno una fisionomia precisa, nemmeno nell’aspetto fisico. In paese tutto avviene in modo naturale e non manca nulla; anzi, molti arrivano “da fuori”; i Cabilli appunto, che spesso vivono di espedienti, non si capisce bene che intenzioni abbiano e dove vogliano arrivare.

Per noi serramannesi è diverso; conosciamo le vicende storiche come effettivamente sono, nella nostre strade, nel quadro di ciò che avviene nel mondo. Lo scopriamo poco per volta, con lo scarto temporale imposto dalla vita della provincia. Ciò non ha impedito che i nostri compaesani affrontassero i problemi delle stagioni politiche, la contingenza economica, la moda e le comodità. Comprese le contraddizioni e gli atteggiamenti incomprensibili della borghesia sviluppatasi nel benessere prodotto delle rendite fondiarie.

Questo si capisce dai tanti paragoni con i paesi più piccoli del circondario, immobili, bellissimi, piccoli e veramente poveri.

Chi ha saputo migliorarsi lo ha fatto nonostante tutte le avversità del vivere in un’isola, aspra, selvaggia, ancora oggi difficilmente esplorabile.

Le descrizioni dei paesaggi e dei costumi sono quelle di un architetto; è naturale che appaia lo sguardo estetico sensibile all’arte.

Un famoso personaggio sportivo, tanti anni fa diceva che se un giocatore normale vede sentieri, un campione vede autostrade. Il paragone, metaforicamente, si adatta benissimo alla circostanza. “I Cabilli” rappresenta la testimonianza di una società divisa in classi, ma ricca di valori, diffidente ma leale, ricca di talento e disposta ad affrontare grandi sacrifici. Certo il paesone non sarà mai la città. E per i cittadini “cabilli” siamo noi. Ma c’è chi ha tutto e chi un po’ meno. Ma grazie alla capacità di inventarsi nuovi stimoli, con la giusta dose di ironia, si compensano i momenti di imbarazzo e trasfigura il grottesco. Per questo non ci si avviliva. Si trovava sempre qualche modo per smorzare la paura dell’ignoto e di ciò che ancora non si conosceva. Col tempo, lentamente ma inesorabilmente si andava avanti, sempre con l’obiettivo di migliorare e arricchire il nostro sapere con nuove sfide e nuovi traguardi.

Questa è la più grande lezione che possiamo trarre dal volume di Vico Mossa.

Giovanni Contu

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