Certo, l’amore che strappa i capelli è perduto ormai, è nell’ordine naturale delle cose, fa parte della riorganizzazione aziendale, della riconversione domestica del nostro essere spirito funzione di quella materia che per brevità e abitudine chiamiamo corpo. Adesso la sera lunghe passeggiate per le strade di campagna, la notte a letto, parole crociate, anche quelle difficili, sillabiche! Cose mai fatte insieme, prima d’ora, nonostante i quasi cinquant’anni di frequentazione: che meraviglia! L’affetto ritrovato di persone che credevi aver perduto per sempre. Ecco: l’amore, il bisogno, la mancanza, Poros e Penia, Platone insegna. Pensiamoci. Anche nell’esercizio dell’amore adolescente solitario e autistico, nell’intimità dell’incombenza, intenti a risolvere la questione, a venire a capo della faccenda, sistemare l’affare, non soccorrono immagini legate alle proprietà del triangolo rettangolo, o a problemi di fisica teorica, o chennesò, di chimica sperimentale, ma corpi, immagini di uomini e/o donne desiderabili, cantanti, attrici, sportivi, (politici non risulta in letteratura scientifica). Uomini o donne, comunque persone, l’altro umano, perché si possono elaborare le più arzigogolate filosofie moniste, le finestre ognuno di noi le ha, da quelle guarda il mondo, da quelle aperture il mondo entra. Al di là di quest’ultimo grève esempio, resta il fatto che l’amore, a qualsiasi età e in qualsiasi forma, nasce dal bisogno, da una mancanza; amiamo chi ci soccorre in quel bisogno, chi quella mancanza colma, ma anche chi ci chiede aiuto per il suo bisogno, chi ci consente di colmarla quella mancanza, perché il bisogno, la mancanza sono sempre reciproci. L’amore cambia modi e forme nel tempo e nel contesto, ma resta immutato il motivo, la sua ragion d’essere: il bisogno, la mancanza, dovuti al nostro essere animali sociali. E poi, senza questa capatina nei territori limitrofi dell’Ade, bagnati dalla risacca del gelido Acheronte, non avrei conosciuto l’equipe, la band, quella combrìccola solo all’apparenza scombiccheràta, ironica, umanissima, di filantropi veri, medici e infermieri interventisti che mette capo al Dottor Gianfranco De Candia della Clinica Universitaria di Monserrato.
Mi svegliavo dal sonno quando vidi un mercante di rose./Ne fui molto felice: Mi dai, gli chiesi, una rosa una/rosa in cambio del cuore?/Avevo un cuore solo, pieno di tristezza e miseria,/non credevo che avrebbe dato una rosa per il mio/cuore una rosa per il mio cuore./Il contratto l’abbiamo stretto disse, non posso/aggiungerci nulla./Chi ama molto la rosa, dà insieme l’anima e il cuore/dà insieme l’anima e il cuore./Io chiesi: Chi dà l’anima e il cuore per una rosa?/È il contratto rispose./Dammi il cuore e la sua/tristezza dammi il cuore e la sua tristezza./Detti l’anima e il cuore. Il cuore lanciò un grido/e disse: o Gegherxhuìn, dai il tuo cuore per una/rosa dai il tuo cuore per una rosa!
(Gegherxhuìn = cuore ferito, pseudonimo di Sheikhmus Husayn, poeta e uomo politico curdo, 1903-1984, Il mercante di rose, traduzione di Joyce Lussu, in Joyce Lussu, Tradurre poesia, Robin. I libri bianchi, 1999, TO)
Ai medici, agli infermieri, al personale tutto dei reparti emodinamica e cardiologia della Clinica Universitaria di Cagliari-Monserrato, ma soprattutti, al Dottor Gianfranco De Candia, al medico impareggiabile, all’uomo ch’è al medico pari; è il caso di dirlo? Di vero cuore.
Antonio Loru
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