Il mondo è grigio, il mondo è blu


Il mondo è grigio, il mondo è blu, come nella vecchia canzone di Eric Charden, Le monde est gris, le monde est bleu, tradotta in italiano da Giorgio Calabrese e cantata da Nicola di Bari nell’ormai leggendario e storicamente incerto 1968, ma è anche nero come l’angoscia, verde come la speranza, giallo come il desiderio, rosso come la passione, bianco come il non essere ancora, azzurro come la scoperta, insomma: unu casinu a coloris! Immerso un tempo più che sufficiente nel tiepido bagno di una morte baluginante, ho fatto nuove e originali esperienze della vita, check and balance, tutto sommato, il viaggio è valso il prezzo del biglietto, ovviamente andata e ritorno! Il tempo fa il suo dovere, è un segretario inesorabile, non tralascia, non dimentica niente, prende nota di tutto. E ti passa il conto. Se sei fortunato, trovi in tasca una moneta, un soldo che avevi dimenticato di avere, e scampi, temporaneamente, si capisce, al destino di pelapatate per l’eternità nelle cucine di Satanasso, direbbe Tex Willer Aquila della Notte, … o il suo amico Kit Carson Capelli d’argento? Non ricordo più. Mia madre, madonna popolana dentro la cornice di un quadro di Antonello da Messina e Mamma Luigina, mater dolorosa pasoliniana, mi dicono: non è posto per te questo, non è ancora uscito dai cardini il tuo tempo. Io, dentro il trittico del Giardino delle delizie di Hieronymus Bosch, come Martin Scorsese-Vincent van Gogh, nel film Sogni di Akira Kurosawa. Tua figlia che ti legge Prendiluna, la sua voce perfettamente impostata al racconto, pare arrivi da lontano, da un mondo fresco, pulito, profumato. Ecco! Mia figlia. Mi sono perso qualcosa, mi sono perso tanto, come ogni padre mediocre. Ho lasciato un’adolescente problematica, testarda, autolesionista, e all’improvviso, al risveglio da un pisolone di una settimana mi trovo di fronte una donna caparbia e volitiva, capace non solo di badare a sé stessa, ma pure a me, che in quel momento di badare a me stesso non sono assolutamente in grado, e lei, che di mia madre porta il nome, in quei giorni terribili e meravigliosi della mia crisi, si prende cura di me, come la madre di un figlio. Cosa ho fatto di buono nella mia vita per meritarmi questi momenti di pura bellezza? Niente! Semplicemente fortuna, sfacciata e benedetta fortuna. Tuo figlio che fingendo di credere al mio fingermi addormentato mi arpeggia lievemente sulla mano sperando continui  a fingere, e io fingo un sonno profondo, perché possa continuare il contatto dei nostri corpi raro, siamo da generazioni affetti dalla sindrome Johnny Stecchino, non siamo mica uomini sessuali noi, e che diamine! La presenza continua e instancabile e vigile della compagna di una vita, ora di una Vita Nuova, la donna con la quale stai invecchiando, che ti ha regalato i figli. Certo, l’amore che strappa i capelli è perduto ormai, è nell’ordine naturale delle cose, fa parte della riorganizzazione aziendale, della riconversione domestica del nostro essere spirito funzione di quella materia che per brevità e abitudine chiamiamo corpo. Adesso la sera lunghe passeggiate per le strade di campagna, la notte a letto, parole crociate, anche quelle difficili, sillabiche! Cose mai fatte insieme, prima d’ora, nonostante i quasi cinquant’anni di frequentazione: che meraviglia! L’affetto ritrovato di persone che credevi aver perduto per sempre. Ecco: l’amore, il bisogno, la mancanza, Poros e Penia, Platone insegna. Pensiamoci. Anche nell’esercizio dell’amore adolescente solitario e autistico, nell’intimità dell’incombenza, intenti a risolvere la questione, a venire a capo della faccenda, sistemare l’affare, non soccorrono immagini legate alle proprietà del triangolo rettangolo, o a problemi di fisica teorica, o chennesò, di chimica sperimentale, ma corpi, immagini di uomini e/o donne desiderabili, cantanti, attrici, sportivi, (politici non risulta in letteratura scientifica). Uomini o donne, comunque persone, l’altro umano, perché si possono elaborare le  più arzigogolate filosofie moniste, le finestre ognuno di noi le ha, da quelle guarda il mondo, da quelle aperture il mondo entra. Al di là di quest’ultimo grève esempio, resta il fatto che l’amore, a qualsiasi età e in qualsiasi forma, nasce dal bisogno, da una mancanza; amiamo chi ci soccorre in quel bisogno, chi quella mancanza colma, ma anche chi ci chiede aiuto per il suo bisogno, chi ci consente di colmarla quella mancanza, perché il bisogno, la mancanza sono sempre reciproci. L’amore cambia modi e forme nel tempo e nel contesto, ma resta immutato il motivo, la sua ragion d’essere: il bisogno, la mancanza, dovuti al nostro essere animali sociali. E poi, senza questa capatina nei territori limitrofi dell’Ade, bagnati dalla risacca del gelido Acheronte, non avrei conosciuto l’equipe, la band, quella combrìccola solo all’apparenza scombiccheràta, ironica, umanissima, di filantropi veri, medici e infermieri interventisti che mette capo al Dottor Gianfranco De Candia della Clinica Universitaria di Monserrato. Mi svegliavo dal sonno quando vidi un mercante di rose./Ne fui molto felice: Mi dai, gli chiesi, una rosa una/rosa in cambio del cuore?/Avevo un cuore solo, pieno di tristezza e miseria,/non credevo che avrebbe dato una rosa per il mio/cuore una rosa per il mio cuore./Il contratto l’abbiamo stretto disse, non posso/aggiungerci nulla./Chi ama molto la rosa, dà insieme l’anima e il cuore/dà insieme l’anima e il cuore./Io chiesi: Chi dà l’anima e il cuore per una rosa?/È il contratto rispose./Dammi il cuore e la sua/tristezza dammi il cuore e la sua tristezza./Detti l’anima e il cuore. Il cuore lanciò un grido/e disse: o Gegherxhuìn, dai il tuo cuore per una/rosa dai il tuo cuore per una rosa! (Gegherxhuìn = cuore ferito, pseudonimo di Sheikhmus Husayn, poeta e uomo politico curdo, 1903-1984, Il mercante di rose, traduzione di Joyce Lussu, in Joyce Lussu, Tradurre poesia, Robin. I libri bianchi, 1999, TO)   Ai medici, agli infermieri, al personale tutto dei reparti emodinamica e cardiologia della Clinica Universitaria di Cagliari-Monserrato, ma soprattutti, al Dottor Gianfranco De Candia, al medico impareggiabile, all’uomo ch’è al medico pari; è il caso di dirlo? Di vero cuore. Antonio Loru  

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