Intelligenza Artificiale, Francesca Ervas: “ChatGPT può essere un valido aiuto, quando però si hanno già gli attrezzi del mestiere”


Per l’89% degli italiani i robot e l’intelligenza artificiale non potranno mai sostituire l’uomo, secondo i dati di BVA DOXA per il rapporto Aidp-Lablow 2019

  di Maurizio Onidi
   Si fa sempre più acceso il dibattito sull’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale. Da una parte chi ne mette in evidenza il contributo apportato al miglioramento del benessere e la qualità della vita in tanti settori, da quello industriale, manufatturiero a quello della logistica, trasporti, senza tralasciare il lavoro domestico, tanto per citarne alcuni fra i comparti dove maggiormente trova applicazione. Sul fronte opposto coloro che pur condividendone certe finalità, manifestano preoccupazioni sull’utilizzo dei dati personali e perplessità sull’attendibilità delle informazioni e dei giudizi prodotti, chiedendo più attenzione e norme capaci di disciplinare la materia, anche a seguito del clamore suscitato dal caso ChatGpt. Il software creato da Open Ai, importante realtà della Silicon Valley, lanciato nel nostro paese il 3 novembre 2022 è stato oscurato il primo aprile di quest’anno dal Garante per la protezione dei dati personali disponendo “La limitazione provvisoria del trattamento dei dati degli utenti italiani nei confronti di OpenAI, la società statunitense che ha sviluppato e gestisce la piattaforma”, aprendo contestualmente un’istruttoria, come si legge nel sito istituzionale. Per capirne meglio alcuni aspetti, circa l’attendibilità delle risposte e il contributo formativo fornito dall’Intelligenza Artificiale, abbiamo rivolto alcune domande alla professoressa Francesca Ervas, docente di “Teoria dei linguaggi e della comunicazione” e “Pragmatica del linguaggio” dell’Università di Cagliari. Quale è il grado di attendibilità delle risposte della intelligenza artificiale, dal suo punto di vista? «Le domande e insieme le perplessità sull’Intelligenza Artificiale sono tornate alla ribalta per il caso ChatGPT, potentissimo mezzo tecnologico chiuso attualmente in Italia per questioni legate alla privacy dei dati. Tuttavia il problema dell’attendibilità è piuttosto datato e dipende sostanzialmente dalla quantità e dalla qualità dei dati o dei corpora cui attingono queste tecnologie. Nel caso di ChatGPT, abbiamo a disposizione un’incredibile quantità di corpora che non sono però tutti allo stesso livello di attendibilità (molti sono blog o siti web non aggiornati), e soprattutto non abbiamo modo di verificare quali sono le fonti che sta utilizzando ChatGPT mentre risponde. Dunque non abbiamo modo di sapere, dall’interno della macchina, se si sta sbagliando o se ci sta dando dei riferimenti bibliografici sbagliati. Tuttavia le risposte che fornisce sono scritte in modo alquanto chiaro e coerente: per questo motivo potrebbe portarci alla conclusione (falsa) che tali risposte sono anche vere. Anche questo è un problema antico almeno quanto la prima teoria della verità aristotelica come corrispondenza ai fatti: ciò che è vero è tale perché corrisponde a come stanno le cose nel mondo. Altre teorie della verità, come appunto quella coerentistica, ci dicono che è vero ciò che è coerente al proprio interno. Tuttavia possiamo immaginare, così come può accadere in ChatGPT, che ci siano testi coerenti ma completamente falsi. Procedendo in modo combinatorio, ChatGPT è in grado di darci una risposta vera, ma ciò sarebbe alquanto casuale. Al momento, ChatGPT può sbagliare anche su verità molto banali: al saluto “Buon mercoledì” risponde per coerenza “Buon mercoledì anche a te!” anche quando è sabato». È immune da pregiudizi umani e bias cognitivi? «Nulla di ciò che crea l’uomo può essere privo di pregiudizi umani e bias cognitivi, nemmeno nel caso dell’Intelligenza Artificiale visto che è l’uomo stesso a programmarla. Questo non è necessariamente un limite: l’uomo può riconoscere i propri limiti e i limiti del proprio linguaggio e può insegnare alla macchina come superarli. La macchina infatti apprende dall’uomo: ciò vale anche per ChatGPT sebbene l’apprendimento sia limitato alla sessione aperta dal singolo utente. L’utente può ad esempio allenare la macchina a riconoscere le metafore o l’ironia, oppure a rispondere in una determinata lingua, per esempio il sardo, o un dialetto, per esempio il dialetto veneto. Tuttavia, gli sviluppatori di ChatGPT hanno allenato il programma in modo da riconoscere in ogni caso e per qualsiasi utente, per esempio, l’uso improprio del linguaggio, come nel caso degli slurs o epiteti denigratori, ovvero termini usati per insultare una persona in quanto membro di una determinata classe sociale. Un altro importante bias cognitivo sta nel fatto che ChatGPT non è aggiornata e non ha dunque una “memoria” corretta. Perciò potrebbe dare risposte che risentono dei limiti di conoscenze che le sono imposti. Tuttavia anche questo è un limite che può essere superato, per esempio aggiornando in tempo reale i corpora di testo da cui attinge. Però prima, a quanto sembra almeno in Italia, andranno affrontati i problemi di privacy legati all’uso di questa enorme quantità di dati». Quale contributo può dare alla formazione scientifica? «Sicuramente ChatGPT rappresenta una sfida per la formazione scientifica, sempre più tenuta a fornire gli strumenti per contrastare la diffusione di informazioni false e controllare le fonti e i metodi utilizzati per informare i cittadini. Qualsiasi persona può infatti creare facilmente e in poco tempo testi coerenti, ben scritti ma inaccurati o falsi, che possono essere poi diffusi e replicati nella rete. D’altra parte, ChatGPT può essere un valido aiuto alla scrittura: può infatti riformulare dei testi, correggerli o tradurli in più lingue, riassumerli entro un dato numero di parole, riscriverli seguendo determinate linee guida, ecc. Tutto questo però è d’aiuto a chi sa già scrivere un testo di carattere scientifico. Il problema si pone invece per chi deve imparare a scriverlo: scrivere infatti è un sapere di tipo procedurale che richiede pratica, tempo e impegno. Inoltre un testo è attendibile scientificamente se viene utilizzato un metodo scientifico (con formulazione di ipotesi e verifica), che richiede altrettanto impegno e studio per essere appreso e ChatGPT non può assolvere a questa funzione. Direi dunque che ChatGPT può essere un valido aiuto, quando però si hanno già “gli attrezzi del mestiere”».

CHI È FRANCESCA ERVAS

È Professoressa associata in Filosofia del linguaggio presso il Dipartimento di Pedagogia, Psicologia, Filosofia dell’Università di Cagliari. Ha svolto la propria attività di ricerca come Fellow del Netherlands Institute for Advanced Study in the Humanities and the Social Sciences (NIAS) di Amsterdam (anno accademico 2019/2020).  Si è laureata in Filosofia presso l’Università di Padova e ha conseguito il dottorato di ricerca in Filosofia e Teoria delle scienze umane presso l’Università Roma Tre con una tesi intitolata Equivalence in Translation: a philosophical approach. È stata assegnista di ricerca in Filosofia del linguaggio presso l’Università Roma Tre, Visiting Post-Doc presso il Dipartimento di Linguistica - University College di Londra, Post-Doc e più recentemente Visiting Professor presso l’Institut Jean Nicod, Ecole Normale Supérieure di Parigi e l’Università di Cagliari. I suoi interessi di ricerca riguardano, in particolare, la teoria della traduzione, la teoria della metafora e la pragmatica sperimentale. Attualmente insegna “Teoria dei linguaggi e della comunicazione” presso il Corso di laurea triennale di Scienze della Comunicazione e “Pragmatica del linguaggio” presso il Corso di laurea magistrale interclasse di Filosofia e Teorie della Comunicazione dell’Università di Cagliari. Nutrito l’elenco delle 53 pubblicazioni, tra volumi, volumi editi e saggi.

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