>La Casar, industria conserviera sarda per antonomasia, è stata per tanti anni una delle “grandi” realtà industriali locali del settore agroalimentare per Serramanna e il circondario. Nell’ultimo decennio del ventesimo secolo, l’azienda ha vissuto gli anni di risanamento e conseguente transizione verso la gestione privata. Ripercorriamo questo passaggio con la testimonianza dell’epoca da parte di Fulvio Tocco. Prima di tutto le informazioni essenziali sul tuo ruolo nella Casar. Lei è stato al vertice come Presidente del Consiglio di amministrazione, dall’1989 al 1994. Esatto? Esattamente, dal febbraio 1989 al 1994 ho ricoperto, su indicazione della Sipas, la finanziaria agricola regionale, la funzione di Presidente del Consiglio di Amministrazione della Casar, appena ristrutturata. Un’esperienza interessantissima a sostegno del comparto e dell’economia agricola regionale. Furono anni di riappacificazione del mondo agricolo con l’industria conserviera; dell’allargamento dell’attività alla produzione del carciofino da industria, delle olive da mensa, dei legumi in scatola e della polpa di pomodoro. Ma anche gli anni dell’introduzione della micro irrigazione del pomodoro, per far fronte a due terribili annate di siccità. Ricordo anche a fronte della riduzione dell’uso dell’acqua per scopi irrigui del 70% riuscimmo, attraverso l’irrigazione a goccia, a garantire la stessa produzione del pomodoro delle annate ordinarie. Di norma l’azienda commercializzava tra i 18 e i 20 miliardi l’anno di prodotti trasformati. In quegli anni 19 miliardi di fatturato furono garantiti dall’uso virtuoso da parte dei contadini del 30% dell’acqua disponibile. All’azionista Sipas, che aveva garantito circa un milione a ettaro per trecento ettari, detta operazione venne a costare, appunto, 300 milioni di lire. Gli agricoltori, investirono di tasca propria 600 milioni di lire portando la superfice irrigua a 900 ettari. Questa è la dimostrazione che quando all’imprenditore agricolo si garantisce la sicurezza di un programma di lavoro esso non si tira indietro. Un risultato ottenuto grazie alla collaborazione reciproca tra l’Industria, l’Arpos e le Organizzazioni professionali agricole. I tecnici della Casar Pino Spano e Giampiero Serrenti, che a quei tempi avevano il polso della situazione delle campagne, mi suggerirono d’accordo col direttore Nino Crudele, di compiere quell’azione eccezionale per mantenere i livelli produttivi anche con le restrizioni imposte dai Consorzi di Bonifica. Ricordo il gran lavoro svolto dalla Sipas, dagli apparati amministrativi, commerciali e tecnici della Casar, in tempi rapidissimi. Alcuni agricoltori, come i fratelli Picci di Serramanna, furono encomiabili nel dare l’esempio sul campo. Ripeto, solo in quel modo si è potuto conseguire quel risultato straordinario. Dopo le prime esperienze compiute col sostegno finanziario della Sipas (primi anni Novanta), l’Ersat si occupò della micro irrigazione tecnologica del pomodoro da industria col coinvolgimento dei tecnici israeliani. Dal 1994 a quando la Casar è stata ceduta ad un imprenditore privato della Sardegna, il Consiglio di amministrazione della Sipas nominò Amministratore unico il mio collega di lavoro Carlo Caocci, l’ultimo responsabile di nomina della Finanziaria agricola. Nell’area serramannese allargata, ci si poteva vantare di tre industrie locali, efficienti e produttive, la Casar, la Cantina e lo Zuccherificio; come mai, dal suo punto di vista, si sono verificati destini così diversi? La questione è complessa, dello zuccherificio posso dire che se ci fosse stata più convinzione dei governi regionali e degli stessi agricoltori quell’attività si sarebbe dovuta mantenere in piedi. La politica nazionale dell’epoca di fronte alla pressione dei capitalisti e alla debolezza sarda razionalizzò gli stabilimenti della penisola chiudendo quello di Villasor, appena ristrutturato con soldi pubblici, roba da dissennati! La riduzione della superfice coltivata a 2.700 ettari, anziché dei 6000/7000 necessari e della promessa di aiuti agli agricoltori facilitò quelle tragiche decisioni. Ma a pochi venne in testa che la storia della bieticoltura in Sardegna aveva preceduto di 20 anni l’Unità d’Italia. Il primo zuccherificio fu realizzato a Sanluri Stato nel 1841. I resti della bellissima struttura sono ancora visibili. E che fare bieticoltura in Sardegna è più semplice che farlo altrove per la facilità di raccolta delle zone a clima mite. Ma non ci fu nulla da fare. Nel silenzio generale è stato smantellato l’opificio appena ristrutturato di sana pianta e cancellati beffardamente i posti di lavoro di Villasor e dei comuni vicini. La bieticoltura rappresentava una fonte straordinaria di ricchezza e di economia generale la Sardegna agricola, zootecnica ed artigianale. Oltre alla produzione dello zucchero era fonte eccezionale della produzione delle polpe pallettate. Due industrie in una. Due industrie che davano una mano consistente alla bilancia commerciale isolana. Oggi il comparto zootecnico isolano si regge utilizzando alimenti aggiuntivi provenienti dai mercati esterni per circa 120 milioni di euro. Della Cantina di Serramanna non ho la conoscenza necessaria per fare delle analisi corrette. Conosco la questione della Cantina di Sanluri, fu, in un primo momento, salvata dall’allargamento alle attività cerealicole. Ricordo che il fatturato, nonostante gli espianti e il mal dell’esca dei vigneti, fu riportato a 12 miliardi di lire, nei primi anni Novanta. Ci fu una virtuosa politica di risanamento e la successiva adesione al Cosacer, che inizialmente faceva ben sperare sul futuro cerealicolo della Marmilla del Campidano e della Trexenta. Poi anche quella struttura, con la crisi del comparto cerealicolo, e nel disinteresse della politica ad ogni livello, 10 anni dopo la Cantina di Serramanna, ha chiuso i battenti. Un vero peccato!
Perché sostanzialmente si fa ancora poco per sostenere l’agricoltura intensiva, che per definizione richiede applicazione specifica, impiego razionale delle risorse e che offre migliori prospettive per l’innovazione produttiva?
Una delle ragioni di fondo va attribuita alla mancanza di imprenditori nel comparto agroalimentare che abbiano la forza e il coraggio dei Cellino, Muscas e Manca di Alghero. Di fronte ad una precisa domanda sul mercato, gli agricoltori non si sono mai tirati indietro. Se togliamo le eccellenze del comparto lattiero caseario e del vitivinicolo, gli esempi virtuosi della Casar, della “Pasta di Sardegna”, dell’olio San Giuliano, non sono stati replicati da altri imprenditori; neanche di quelli extra isolani, eppure la Sardegna è una terra che dal punto di vista ecologico ha una buona immagine. Evidentemente non attrae chi ha i capitali per investire sui prodotti della terra. È vero, abbiamo anche altre eccellenze dell’agroalimentare nei comparti dei dolciumi e degli insaccati, ma da sole non bastano per creare ricchezza aggiuntiva e posti di lavoro da busta paga. Forse non c’è mai stata una politica finalizzata alla cura di tutta la Campagna, di quella di montagna, di collina e di pianura. Avevamo una attività vivaistica apprezzabile, (fatturava oltre 5 miliardi di lire) e i benpensanti del decennio precedente a questo l’hanno irresponsabilmente chiusa. Come abbiamo visto il Psr da solo non basta. Non interviene a favore degli agricoltori di buona volontà ma su quelli benestanti. Alla Sardegna, occorre un Piano Straordinario, a burocrazia “quasi zero”, di facile implementazione, fuori dai canoni organizzativi conosciuti, che coinvolga gli enti locali, finalizzato alla coltivazione dei vegetali, che favorisca la presenza del contadino in campagna e dia una mano consistente al miglioramento della bilancia commerciale… ma con chi ne parli?
Giovanni Contu
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