San Gavino Monreale: la fonderia


di Lorenzo Argiolas
Era la mattina di venerdì sette febbraio del 1975 e i sangavinesi si svegliarono con aria stranita. Una delle due ciminiere che sovrastavano il panorama sangavinese, dal 1931, non c’era più. Secondo la cronaca, poco dopo le 20 del 6 febbraio la ciminiera più vecchia, alta 105 metri, venne giù rovesciandosi su sé stessa. “Cadde in piedi, come gli eroi” riportano i giornali dell’epoca. Fortunatamente non ci fu nessuna vittima, alcuni suppongono per via dell’orario, ma i danni provocati dalla caduta furono comunque ingenti. Il crollo si verificò all’altezza del primo serbatoio, a 40 metri, diranno i tecnici «Se avessimo cercato di buttarla giù senza ulteriori danni non ci saremo riusciti». Sta di fatto che per qualche tempo lo stabilimento lavorò a regime ridotto. La fonderia ha rappresentato un cambiamento sociale molto importante per la San Gavino del ‘900. Unico presidio industriale nel territorio ancora in attività iniziò la sua produzione nel 1932. Nel 1930, infatti, le società Monteponi e Montevecchio diedero vita alla Società Italiana del Piombo. L’obiettivo voleva essere quello di lavorare i minerali provenienti da Montevecchio di modo tale che potessero essere piazzati direttamente sul mercato. Inizialmente non fu presa in considerazione l’idea di realizzare fonderia a San Gavino, poi la posizione strategica del paese fece propendere per la scelta della zona di Piscina Linu, ad ovest del centro urbano, per la costruzione della fonderia. Infatti dal 1872 a San Gavino passava la rete ferroviaria e dal 1876 una linea a scartamento ridotto metteva in collegamento il paese alle miniere di Montevecchio, in cui sorgeva una piccola stazione in località Sciria. Da Sciria il minerale viaggiava poi su dei binari fino a “Sa Statzionedda” a San Gavino, poco distante dalla stazione ferroviaria per passeggeri, dove oggi ha sede il “Museo due fonderie” (vengono ospitati i reperti provenienti dalla fonderia sangavinese e da quella, meno conosciuta, di Villacidro). L’incarico del progetto per la realizzazione dello stabilimento venne affidato all’ingegner Giovanni Rolandi (a cui oggi è intitolato anche il parco comunale), noto anche per pubblicazioni di rilievo come “La Metallurgia in Sardegna”. La fonderia portò a uno stravolgimento dell’assetto urbano sangavinese e, oltre a ciò, va considerato l’impatto economico e sociale con una realtà che, fino ad allora, si era retta prevalentemente su un’economia agricola. I cambiamenti nell’urbanistica sangavinese furono evidenti fin da subito, basti pensare solo all’edificazione degli alloggi dei dipendenti e delle loro famiglie, che tutt’ora sono abitati. Per anni l’impianto industriale della fonderia è stata una delle realtà produttive più importanti in Europa, ma è a partire dagli anni ’70 che la crisi dell’attività estrattiva, inevitabilmente, portò con sé anche un forte momento di difficoltà per la fonderia. La proprietà della fonderia stessa, a partire da quel periodo, passò in mano alle partecipazioni statali. Tutta l’area dello stabilimento venne suddivisa e nel 2009 cessò la produzione. Dal 2013 la Portovesme Srl (proprietà della società svizzera Glencore) ha riavviato l’attività produttiva e oggi, oltre al piombo, vengono lavorati metalli preziosi, vi operano oltre cento dipendenti. Dopo il ’75, in seguito alla costruzione del nuovo fumaiolo, venne abbattuta anche l’altra ciminiera più piccola. A sostituire la vecchia ciminiera ce n’è una nuova, indubbiamente meno armonica rispetto a quella precedente.

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