La lepre sarda


La lepre è stata introdotta in Sardegna dal nord Africa in epoca preistorica o dai Cartaginesi ed è presente nelle pianure, nelle aree collinari e montuose, è rara in quelle con pratiche agricole intensive. Il successo riproduttivo è collegato alla qualità ambientale e alle perdite annuali dovute alla mortalità giovanile, all’impatto dei predatori carnivori terrestri e rapaci che incidono nella percentuale irrisoria del 3-5%, altre perdite sono dovute a malattie e parassitosi, per il 10 – 15%, in particolare brucellosi, pasteurellosi, salmonella e altre, nonché diverse parassitosi intestinali. Altre perdite sono ascrivibili all’inquinamento ambientale 7-10%, agli incidenti stradali e durante le pratiche agricole meccaniche per il 7-8%; pertanto, la perdita preminente è riconducibile alla pratica del bracconaggio che si attesta tra il 20-30%. Purtroppo non vengono condotte ricerche sulle popolazioni per darci un quadro realmente attendibile della situazione, sia per documentare eventuali differenze fenotipiche, che per programmare interventi sanitari e piani di prelievo oculati. La lepre è un erbivoro in senso stretto, si ciba di essenze pabulari spontanee e coltivate, il contenuto di acqua delle piante e la rugiada sono sufficienti per il fabbisogno. L’intestino cieco della lepre ha un grande sviluppo e può incamerare una quantità di cibo superiore a quella contenuta nello stomaco. A tale particolarità è connessa la cosiddetta ciacotrofia o scatofagia, che consiste nel far passare due volte il bolo alimentare attraverso il tubo digerente, inghiotte una seconda volta gli escrementi molli e avvolti di muco prodotti dalla prima digestione per una più completa assimilazione delle vitamine del gruppo B e C e dei prodotti della degradazione della cellulosa. Le lepri che ho cacciato negli anni 60 – 70 erano nettamente diverse da quelle presenti, erano più snelle, le adulte pesavano massimo 1,5Kg , avevano zampe e orecchie più lunghe e le chiamavamo “lepiri matacai” o “sizzi origasa”, negli stessi anni illuminanti esperti si ostinavano a lanciare lepri europee (lepus europaeus) che definivano con l’epiteto “lepiri maltesu” e le descrivevano “mannus che crabittus – drollas – du boccis a fusti”. Questi soggetti venivano attribuiti alle sezioni dei cacciatori che incrementavano il tesseramento e spesso facevano parte del montepremi di gare di tiro al piatello. Ho avuto il piacere di valutare diversi soggetti catturati in aree diverse e ho accertato che le “regole di Bergmann e di Allen” stanno avanzando e mi chiedo, biascicando, rivedrò matacai – sizzi origasa che sfidando badruffa e cruccueu, ausiliari lepraioli, diceva: costa costa tottu sa dì è nosta, punta a susu no mi sighei prusu, punta a basciu sa vida si lassu! Franco Pascalis Ibba

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