La riforma Pigliaru, Solinas e il sistema sanitario regionale: quell’appello inascoltato


L’emergenza del coronavirus ha messo in evidenza i problemi del sistema sanitario sardo. Alcuni di questi sono legati all’inadeguatezza della giunta regionale del Presidente Solinas, incapace di dare risposte adeguate al diffondersi della pandemia. Molti altri, invece, derivano dal degrado cui è stata abbandonata la sanità negli ultimi decenni e dall’incapacità della politica sarda di badare ai bisogni dei cittadini. L’ultima riforma del sistema sanitario regionale, approvata dalla giunta Pigliaru e formulata sulla base di soli criteri contabili, ha peggiorato lo stato della sanità in Sardegna. Claudia Zuncheddu ha recentemente osservato che il Covid-19 “è il banco di prova degli effetti dei tagli di posti letto, di interi ospedali, di medici, di infermieri, della ricerca e delle Università”. In questa emergenza sono infatti mancate risorse importanti in termini di strutture ospedaliere e ambulatoriali, di personale (è inammissibile la carenza di medici, infermieri e assistenti, ma anche i ritmi, i carichi e le condizioni di lavoro cui questi sono quotidianamente obbligati) e di dotazioni strumentali indispensabili (la scarsità di dispositivi di protezione individuale, ventilatori, posti letto, reagenti e tamponi è scandalosa). L’elevato numero di contagi registrato in Sardegna negli ambienti sanitari è una delle tante evidenze di queste difficoltà. Il collasso del sistema sanitario viene da lontano e lo smantellamento della sanita sarda è stato completato dalla riforma Pigliaru. In una nota del luglio 2018, indirizzata al Ministro della Salute e agli allora Presidente Pigliaru e Assessore alla Sanità Arru, la Rete Sarda per la Difesa della Sanita Pubblica aveva richiamato l’attenzione sui rischi di quella riforma. “Il Piano di riordino della rete ospedaliera in Sardegna” – si diceva – “sta decretando la chiusura degli ospedali pubblici dei territori disagiati e delle città. Paradossalmente si aprono grandi ospedali privati con finanziamenti pubblici. È il caso del Mater Olbia, un ospedale che non serve per le esigenze dei sardi”. La scelta di dirottare risorse pubbliche sulla sanità privata è stata poi confermata anche dalla giunta Solinas che ha inserito l’ospedale olbiese nella rete dedicata all’emergenza Covid-19. Proseguiva l’appello del 2018: “I processi di privatizzazione della sanità pubblica, che creano un impoverimento generale, privano i sardi di un diritto inalienabile per la propria sopravvivenza”, e aggiungeva: “La Prevenzione è ormai un miraggio per gli alti costi dei ticket, per importanti prestazioni totalmente a carico del cittadino e per le lunghe liste d’attesa. La ferocia dei tagli alla sanità pubblica in Sardegna ha accresciuto le disuguaglianze sociali e il diritto alla salute è tornato ad essere un privilegio”. In questo senso, i dati dell’Osservatorio Nazionale della salute sono preoccupanti: quasi il 15% dei sardi rinuncia alle cure mediche e nel 69% dei casi questo avviene per ragioni economiche. La Rete osservava che “I numeri in sanità, sono molto importanti, ma solo se calati nella realtà del territorio interessato e confrontati con i bisogni reali delle persone. Questi bisogni variano da popolazione a popolazione, da area geografica ad area geografica. I numeri ci aiutano nella programmazione politica solo quando valutati nella loro globalità e solo quando mettono la tutela della salute del cittadino al centro di scelte che non possono prescindere dalla storia e dalla specificità dei luoghi e delle comunità. I numeri non si usano per chiudere gli ospedali di vitale importanza per le nostre piccole, medie e grandi comunità. Semmai bisogna impedire l’isolamento degli ospedali periferici favorendo la circolazione di competenze e professionalità fra ospedali piccoli e grandi”. Concludeva quella nota: “È un crimine negare l’assistenza sanitaria ai nostri ammalati, chiudere i punti nascita per bizzarre ragioni di numeri e di sicurezza, negare la chirurgia H24 negli ospedali dei territori più disagiati, declassare e avviare alla chiusura le eccellenze ospedaliere di Cagliari al servizio di tutta l’Isola, come il Microcitemico, l’Oncologico, il Marino, il Binaghi, il San Giovanni di Dio. È un crimine tagliare le terapie ai pazienti cronici e permettere che nelle emergenze si muoia per strada tentando di raggiungere gli ospedali difficilmente vicini”. L’appello rimase inascoltato. Appare oggi, tuttavia, di grande attualità perché coglie le difficoltà e i limiti della sanità sarda davanti all’emergenza attuale. Per sconfiggere il Covid-19 non basta la quarantena. Occorre ripensare la sanità pubblica come un diritto dei cittadini e organizzarla come un servizio pubblico, anziché farne un business da spremere a beneficio di pochi. (w. t.)

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