Il collasso del sistema sanitario viene da lontano e lo smantellamento della sanita sarda è stato completato dalla riforma Pigliaru. In una nota del luglio 2018, indirizzata al Ministro della Salute e agli allora Presidente Pigliaru e Assessore alla Sanità Arru, la Rete Sarda per la Difesa della Sanita Pubblica aveva richiamato l’attenzione sui rischi di quella riforma. “Il Piano di riordino della rete ospedaliera in Sardegna” – si diceva – “sta decretando la chiusura degli ospedali pubblici dei territori disagiati e delle città. Paradossalmente si aprono grandi ospedali privati con finanziamenti pubblici. È il caso del Mater Olbia, un ospedale che non serve per le esigenze dei sardi”. La scelta di dirottare risorse pubbliche sulla sanità privata è stata poi confermata anche dalla giunta Solinas che ha inserito l’ospedale olbiese nella rete dedicata all’emergenza Covid-19.
Proseguiva l’appello del 2018: “I processi di privatizzazione della sanità pubblica, che creano un impoverimento generale, privano i sardi di un diritto inalienabile per la propria sopravvivenza”, e aggiungeva: “La Prevenzione è ormai un miraggio per gli alti costi dei ticket, per importanti prestazioni totalmente a carico del cittadino e per le lunghe liste d’attesa. La ferocia dei tagli alla sanità pubblica in Sardegna ha accresciuto le disuguaglianze sociali e il diritto alla salute è tornato ad essere un privilegio”. In questo senso, i dati dell’Osservatorio Nazionale della salute sono preoccupanti: quasi il 15% dei sardi rinuncia alle cure mediche e nel 69% dei casi questo avviene per ragioni economiche.
La Rete osservava che “I numeri in sanità, sono molto importanti, ma solo se calati nella realtà del territorio interessato e confrontati con i bisogni reali delle persone. Questi bisogni variano da popolazione a popolazione, da area geografica ad area geografica. I numeri ci aiutano nella programmazione politica solo quando valutati nella loro globalità e solo quando mettono la tutela della salute del cittadino al centro di scelte che non possono prescindere dalla storia e dalla specificità dei luoghi e delle comunità. I numeri non si usano per chiudere gli ospedali di vitale importanza per le nostre piccole, medie e grandi comunità. Semmai bisogna impedire l’isolamento degli ospedali periferici favorendo la circolazione di competenze e professionalità fra ospedali piccoli e grandi”. Concludeva quella nota: “È un crimine negare l’assistenza sanitaria ai nostri ammalati, chiudere i punti nascita per bizzarre ragioni di numeri e di sicurezza, negare la chirurgia H24 negli ospedali dei territori più disagiati, declassare e avviare alla chiusura le eccellenze ospedaliere di Cagliari al servizio di tutta l’Isola, come il Microcitemico, l’Oncologico, il Marino, il Binaghi, il San Giovanni di Dio. È un crimine tagliare le terapie ai pazienti cronici e permettere che nelle emergenze si muoia per strada tentando di raggiungere gli ospedali difficilmente vicini”.
L’appello rimase inascoltato. Appare oggi, tuttavia, di grande attualità perché coglie le difficoltà e i limiti della sanità sarda davanti all’emergenza attuale. Per sconfiggere il Covid-19 non basta la quarantena. Occorre ripensare la sanità pubblica come un diritto dei cittadini e organizzarla come un servizio pubblico, anziché farne un business da spremere a beneficio di pochi. (w. t.)
© Riproduzione riservata