Salvatore Vecchio nasce a Giarre (Catania) il 6 agosto 1927 da Leonardo e da Greco Giuseppina. Durante la sua infanzia si trasferisce con la famiglia in Libia per gestire un podere a loro assegnatogli dal regime fascista. La colonizzazione della Libia era iniziata in sordina già dal primo decennio del Novecento a opera del banco di Roma e vedeva all’opera poche migliaia di italiani che coltivavano complessivamente appena 20.000 ettari di terra. Ma verso la fine degli anni Venti del Novecento la colonizzazione agricola ebbe un impulso notevole in quanto lo Stato si assumeva l’onere della costruzione delle opere pubbliche necessarie per l’insediamento. Nel 1932 venne creato l’Ente per la Colonizzazione della Cirenaica poi trasformato in Ente per la Colonizzazione della Libia. Ancora nel 1938 ci fu una vera e propria colonizzazione di Stato in quanto si propose di popolare le zone agricole delle province libiche mediante il trasferimento in massa di contadini ed operai dall’Italia per formare villaggi colonici. Lo Stato si accollava tutte le spese mentre il colono doveva solo rimborsare quelle sostenute per la costituzione del podere che poteva poi essere riscattato divenendone proprietario. Sorsero così tra il 1936 e il 1939 ben 24 villaggi, dodici dei quali in Tripolitania e dodici in Cirenaica. Il Governatore della Libia Italo Balbo, infine, si impegnò moltissimo affinché la Colonizzazione demografica decollasse definitivamente portando prima ventimila coloni nel 1938 ed ulteriori undicimila nel 1939. La famiglia Vecchio fu una delle migliaia di famiglie che decisero di tentare la fortuna trasferendosi, nel 1929, in Libia, la così detta “IV Sponda”. La vita nelle colonie seguiva il ritmo del lavoro e delle stagioni vedeva tutti i componenti della famiglia impegnati. Ma il regime fascista aveva in serbo qualcosa per i giovani figli dei coloni trasformando in modo deciso la loro vita. Non si sa esattamente quando né il perché fu presa la decisione di rimpatriare una buona parte dei giovanissimi figli degli italiani residenti in Libia alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia nel secondo conflitto mondiale. Balbo predispose che i giovani dai 5 ai 14 anni fossero inviati in Italia per una vacanza di 3 mesi presso le colonie marine e montane gestite dalla GIL, Gioventù Italiana del Littorio. Dai porti libici di Tripoli, Bengasi e Derna partirono nei primi giorni del mese di giugno del 1940, numerose navi con a bordo migliaia di giovani e giovanissimi con destinazione Italia. Erano circa 13.000 giovani che furono sistemati nelle 37 colonie estive dislocate sulla riviera adriatica fra Venezia e Pescara. Salvatore Vecchio non aveva ancora compiuto tredici anni e così ricorda il momento dell’addio dalla famiglia: “l’agitazione, la lunga attesa al porto sotto il sole, le grandi navi alla fonda e, una volta a bordo, la folla di genitori che dalle banchine sventolava i fazzoletti in segno di saluto ed augurio, la responsabilità di controllare i miei due fratelli più piccoli, Sebastiano di 9 e Paolo di 6 anni”. Nessuno poteva, in quel momento, immaginare le traversie che questi giovani avrebbero passato prima di poter riabbracciare i propri cari, molti anni dopo la loro partenza. La nave che ospitava i fratelli Vecchio giunse a Napoli il giorno 10 quello dell’entrata in guerra dell’Italia. Salvatore sbarcò dalla nave tenendo per mano i due fratelli più piccoli e furono accolti dagli autoparlanti che diffondevano la nefasta notizia. Essi furono destinati, assieme ad altri 850 bimbi italo/libici alla colonia “Costanzo Ciano” di Cervia (RA) gestita dalla GIL di Varese. Salvatore così racconta la vita in colonia: “La vita in colonia era organizzata in modo paramilitare: sveglia, pranzo, riposo ecc. venivano impartiti a suon di cornetta. La giornata iniziava e si concludeva con le funzioni dell'alza ed ammaina bandiera accompagnate da inni nonché preghiere per i famigliari lontani, per la Patria e per i nostri soldati. Ai bagni di mare ed alle passeggiate in pineta seguivano altre attività come il canto, l’educazione fisica, teatro, spettacoli cinematografici ecc. Inoltre, non mancò l’opportunità a molti di noi di inviare per radio i saluti ai nostri cari tramite un programma radiofonico dell’E.I.A.R.”.
Il conflitto era oramai in corso ed alla fine dell’estate i giovani non rientrarono in Libia ma furono trasferiti in altre colonie al fine di essere iscritti a scuola. Fu così che Salvatore perdette di vista i fratelli più piccoli in quanto egli fu traferito in Liguria presso la colonia marina “Gustavo Fara” di Chiavari (GE), ove poté frequentare la prima classe dell’Avviamento industriale. Anche qui come nella precedenza residenza tutto avveniva a suon di cornetta. Al termine della scuola egli fu trasferito alla colonia montana di Montemaggio (GE); poi fu trasferito a Mentone, ed ancora a Loano. Insomma, girò da una colonia all’altra per anni approdando alla fine alla colonia “Olivetti” di Pietra Ligure. Lì fu assunto presso il Cantiere Navale di Pietra Ligure (allora CA. MED.). Nel frattempo, Salvatore come le migliaia di giovani libici vide la caduta del fascismo nel luglio del 1943 e la successiva nascita della Repubblica Sociale Italiana. Egli fu spostato a Clusone in Val Seriana nella provincia di Bergamo. Egli racconta che: “Il fabbricato questa volta è un seminario per sacerdoti diviso in tre zone: una riservata ai seminaristi, un’altra ai militari tedeschi con i prigionieri sovietici collaborazionisti ed infine una terza per i ragazzi della Libia”. Salvatore Vecchio così racconta gli inizi del 1945: “Venne a farci visita un gruppo di gerarchi del regime per dirci che, in considerazione della grave situazione del Paese, tutti i giovani di età superiore ai sedici anni sarebbero stati dimessi dalle colonie per cui bisognava scegliere: 1) cercarsi un lavoro e sistemarsi per proprio conto; 2) andare a lavorare in Germania; 3) arruolarsi nella Repubblica Sociale Italiana. Il provvedimento veniva esteso anche ad una parte del personale. La direttrice Piera P. prese a cuore il problema prodigandosi per la sistemazione di alcuni di noi in paese in modo da non perderci di vista, ma ciò fu possibile solo in piccola parte in quanto alcuni andarono ad allungare la lista dei “dispersi”. Dopo una esperienza negativa presso una famiglia del posto ed una prova di lavoro non superata - nelle officine Ansaldo di Gazzaniga (Bg.) - anche perché sostenuta in stato di agitazione per essere appena scampato da un tremendo mitragliamento aereo, trovavo lavoro presso l’organizzazione TODT (Genio Civile Militarizzato) a Castione della Presolana e poi distaccato a Romano Lombardo”. Egli si trovò invischiato nei terribili giorni che vedevano l’insurrezione dell’Italia contro il fascismo e “assieme ad un compagno di colonia e di sventura Giuseppe P. si va in cerca di un ricovero in una città impazzita e sospettosa di tutti. Dopo varie peripezie fummo accolti al Conventino (oggi Casa Del Giovane – Bergamo) che da collegio e scuola “Arti e Mestieri”, era diventato un centro di raccolta di profughi e sbandati. Successivamente ottenevo il trasferimento presso il collegio “Il Seminario” della stessa città che ospitava alcuni ragazzi “libici”.
Nonostante la fine dell’incubo della guerra tanti giovani libici non potevano rientrare presso le loro case e questa sorte toccò anche a Salvatore Vecchio, il quale poté riabbracciare i suoi anziani genitori solo nel 1948. Così egli narra: “L’otto marzo 1948, esattamente dopo sette anni e otto mesi, un trimotore delle Aviolinee Italiane mi riportava a casa. Il pullman si fermò nell’allora Corso Vittorio Emanuele a Tripoli, a lato di un affollatissimo marciapiede. Attraverso i finestrini notai molti ex compagni, alcuni mi chiamavano per nome. Malgrado l’impegno non riuscivo a localizzare i miei genitori, poi i miei occhi si bloccarono per un attimo per passare subito oltre. Troppo vecchi per essere loro, pensai. Quei “vecchietti” però mi avevano riconosciuto e invocavano il mio nome facendo segni con le mani. Non li pensavo così … consumati. Quei volti così scavati e bruciati dal sole mi facevano perdere la cognizione del tempo. Nei loro occhi vedevo tanta tristezza ed il loro aspetto non nascondeva le ristrettezze della loro esistenza, sicuramente aggravata nell’ultimo periodo, anche dalle malattie. Appena misi i piedi a terra si aggrapparono a me come due naufraghi esausti. Era finalmente arrivato il figlio “più grande!” Rimasi stretto a loro sotto l’effetto di mille sensazioni mentre altrettanti pensieri bombardavano la mia mente. Una presa di coscienza cancellava quell’attimo tanto atteso mettendomi di fronte una realtà: avevo vent’anni, non avevo un mestiere e neppure un valido titolo di studio. Quali prospettive? Come figlio primogenito si faceva molto affidamento su di me e mi rendevo conto che non avevo tempo per chiedere alcuna proroga, neppure limitatamente al completamento degli studi. Forse per me la guerra non era ancora finita! Un altro conflitto si profilava all’orizzonte, questo però riguardava soltanto me, adesso non potevo e non volevo sottrarmi. La prima battaglia stava per avere inizio, era il pomeriggio dell’otto marzo 1948”.
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