di Dario Frau
Il 24 dicembre si avvicinava; sa notte’ e xena, la vigilia de Paschixedda, era attesa in tutte le famiglie, anche in quelle più povere. Anzi, soprattutto da loro.
Dopo la cena, molti andavano a sa missa’e mesunotti. Anche in casa Floris, si attendeva sa notte’e xena, mamma Antonica, aveva racimolato qualcosa da presentare alla famigliola, nella notte speciale e per il pranzo di Paschixedda. I cinque figli, tutti piccoli, dai 13 ai due anni, come gli altri coetanei del paese, attendevano con ansia questi due giorni particolari. Nella piccola casa in lardiri, due stanze e una cucina, annerita dal fumo del focolare sempre acceso, la gioia era smorzata però, da una certa tristezza: l’assenza del padre Attilio, minatore a Montevecchio, che non poteva venire in paese, per sa notte’ e xena. Non si sentiva bene. Non aveva una bicicletta e andare a piedi, in paese con i polmoni pieni di silicosi, era impossibile
Paschixedda era una festa piena di significato anche per lui: pensava alla famiglia riunita intorno al tavolo, il fuoco che ardeva e, ai figli piccoli che non vedeva da alcuni mesi. Era da un po' di tempo, malato, ma non si arrendeva, la busta paga di minatore era necessaria per sfamare i cinque figli piccoli che erano a casa. Anche la moglie Antonica era preoccupata per la salute del coniuge, e intanto aveva già preparato la biancheria pulita per il marito, qualche provvista, insieme a sa crocoriga di vino novello per “festeggiare” sa notte’ e xena, in miniera. Tutto era pronto dunque. Anche, i figli più grandicelli, Srabadori 13 e Antiogu 10 anni, sapevano già, da alcuni giorni, che dovevano andare dal padre nella miniera di Montevecchio:erano già andati altre due volte e conoscevano la strada.
Mamma Antonica, in silenzio, sistemò is betuas sulle spalle dei figli. “Adiosu mammai, si bideus prima de scurigai”, salutarono i piccoli. “Donai attenzioni, nosi firmeis cun nixunus, e d’in tanti, in tanti si depeis pasiai”, soggiunse Antonica trattenendo le lacrime. I due piccoli “corrieri” s’incamminarono verso la meta. Superata la passerella sul fiume Bellu, presero la vecchia strada per Guspini. Era ancora buio, il percorso campestre si snodava tra ovili, campi arati e macchie de mudegu; qualche cane abbaiava, ma i due ragazzi non avevano paura. Dopo un’ora e mezza circa, arrivarono alla casa cantoniera di Nuraci, della ferrovia San Gavino-Montevecchio (costruita nel 1876 per trasportare il minerale). Si riposarono una decina di minuti e poi, ripresero la marcia. Camminando ai bordi della ferrovia, e anche sui binari; casello dopo casello, arrivarono a Sciria: erano vicini alla miniera.
La strada era in salita, ma il più era fatto. A metà mattina giunsero nei pressi della direzione. Poi si diressero verso i casermoni, dove alloggiavano i minatori senza famiglia. Un operaio chiese chi cercavano, e loro si presentarono. “Attiliu castia ka ci funti fillus tuus”, chiamò, affacciandosi ad un buio corridoio. Alla porta si presentò un uomo magro e tirato, che tossiva. “Babbai”! Esclamarono i due ragazzi; poggiarono is betuas nei gradini e corsero ad abbracciarlo,lui li strinse con forza e affetto. “Intrai e setzei in sa branda;comenti stainti mammai, Marieddu e Pedru?Antoisceddu est crescendi?” chiese subito Attilio.“Stainti totus beni. E fustei?” chiesero a loro volta, i piccoli. Lui cercò di tranquilizzarli. Poi svuotò le tasche de is betuas, e da sotto la branda, prese un pacchetto legato accuratamente. “Custu du donais a mammai po’ sa notte’ e xena”.
Parlarono per circa due ore. Verso mezzogiorno, dopo aver dato loro, un po’ di pasta e fagioli, una scatoletta di carne già iniziata e un tozzo di pane nero, li congedò. “Andai, si fait tradu, depeis’ arribai prima de scurigai”. Il commiato fu doloroso, strinse a sé a lungo, i figli, con la sensazione che non li avrebbe più visti. I due fratelli, un po' turbati, ripresero il cammino di ritorno. Arrivarono a casa, impiegando meno tempo che all’andata. Mammai Antonica, che li aspettava trepidante, fece loro, mille domande sul marito: capì tutto, dalla loro faccia triste e preoccupata. Poi si mise a svuotare is betuas. Alla vista del pacco, tutti i fratelli s’incuriosirono e chiedevano di aprirlo: “At nau babbai de dd’aperri in sa xena de notesta” precisò Srabadori. Sembrava un ordine; tutti si zittirono. Infine, alla fioca luce di alcune steariche, si raccolsero intorno a sa mesedda. Mammai Antonica, aveva cercato di preparare qualcosa di speciale, almeno per sa notte’ e xena. In su tianu aveva anche cucinato sa tratabia che le aveva regalato una vicina, moglie di un pastore, conoscendo la povertà della famiglia.
Il salario del padre, infatti, era diminuito, spesso era decurtato da assenze per malattia e da multe per non aver tenuto, per il fisico debole, il ritmo di produzione. Lui ci metteva tutte le forze, ma la maledetta silicosi gli toglieva il respiro. E questo lo faceva sentire in colpa. Nella piccola casa, i bambini, da tempo, non vedevano tanto ben di Dio: tratabia, qualche fetta di salsiccia, grandua, formaggio, coccoi, fichi e prugne secche, pani ‘e saba e due mandarini. Alla fine fu aperto il pacco di babbai. Tra la varie sorprese, apprezzarono con entusiasmo, le due barrette di cioccolato e una piccola scatola di latta, piena di biscotti. Attilio aveva messo da parte un po' di risparmi e allo spaccio della miniera aveva acquistato questi prodotti per sa notte’ e xena della famiglia. All’improvviso, come un fulmine a ciel sereno, Marieddu, domandò: “ma babbai fai sa notte’ e xena”? Tutti fecero silenzio. “Eja, issu pappada cun is cumpangius e is sennoris de sa miniera”, spiegò la mamma, con voce che voleva essere convincente. Ma la festa non era come prima, i più piccoli gustavano un pezzo di cioccolata, gli altri restavano pensierosi.
Dopo un po’, la mamma ordinò: “dai, sciaccuais’ is peis e crocaisi”. Tutti obbedirono e ciascuno si sdraiò nella propria stoia. Anche Attilio, intanto, proprio in quella medesima ora, nel casermone, “festeggiava” sa notte’ e xena, insieme a tre minatori e offrì loro alcune provviste che la moglie gli aveva preparato.
I compagni rifiutarono con cortesia. Accettarono, comunque, di buon grado, il vino rosso di Is Arenas, bevendo dalla crocoriga, che si passarono l’uno con l’altro: “at passai sa nott’ e xena in domu nosta s’annu ki bennidi”, si augurarono tutti. “Deus bollada”, rispose Attilio, poi, stanco, chiese di ritirarsi nella branda. Una tosse cavernosa scuoteva il suo petto. La coperta non riusciva a scaldare il suo corpo. Forse aveva anche febbre. Entrò in una fase di allucinazione, forse era sonno o forse delirio. Chiamava i figli, uno per uno, e la moglie Antonica. “Attiliu t’intendi beni?” Chiedevano i compagni, preoccupati. Ma Attilio non rispondeva. Dopo un po' si addormentò. Ma le visioni continuarono: l’infanzia a Buggerru, con il padre minatore, la dura vita in trincea, nel 15-18, gli amici dilaniati dalle granate, ma anche, la scuola elementare, fino alla terza; is meris dove aveva trascorso diversi anni, e poi Santu Juanni, che aveva invocato, in guerra e lo aveva protetto.
Poi il ritorno a casa, il matrimonio con Antonica, nel ‘21, la nascita del primo figlio, il lavoro che mancava e la decisione, su invito di un compaesano, di andare in miniera. Fu impiegato subito in galleria. Dopo alcuni anni però, i polmoni risentirono della polvere che respirava nel sottosuolo. Si ammalò, ma non si arrese. Continuò anche se aveva pochissime forze. Intanto nel casermone semibuio e freddo, i compagni lo guardavano preoccupati, ad un certo punto lo videro sereno e con un accenno di sorriso sulle labbra. Attilio, sognava, era felice: seduto in sa mesedda, nella piccola cucina, riscaldata dal focolare, con Antoixeddu sulle gambe e con tutti gli altri, felici e contenti, festeggiava sa notte’ e xena, come lui aveva desiderato.
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