Lardaiollu de Crannovalli o segarì pezza


[caption id="attachment_51089" align="alignleft" width="160"] Roberto Loddi[/caption] Saturno, la divinità romana dell’agricoltura lo adorava. Il Carnevale è stato da sempre identificato con banchetti e smisurate gozzoviglie a base di grassi, fritture dolci o salate e bevute esagerate. Il suo nome infatti deriva da “carnem levare”, eliminare la carne, ma anche da “carrus navalis”, che sta ad indicare l’inizio della Quaresima. Nei paesi di culto cattolico, da sempre bisogna astenersi dal mangiare carne o derivati e si inizia a rispettare il canone dei precetti. Il carnevale è una festa popolare le cui origini sono molto antiche e nascono da tradizioni e costumi pagani, che per secoli ha avuto come uso il lancio di cibi, una consuetudine che nei momenti di carestia e fame dei secoli passati provocava un sensazionale consenso e gioia da parte della gente. L’apice di successo si raggiunse in una storica “festa della porchetta” ideata per il Carnevale di Bologna nel 1279, per festeggiare la vittoria sui ghibellini e, a Roma nella famosa cinquecentesca “cuccagna del porco”. Durante queste due feste infatti vennero lanciati alla folla pezzi di carne di maiale. Il Carnevale trova la sua origine simbolica come rappresentazione della fine dell’inverno e l’inizio della primavera, la celebrazione del risveglio della natura e l’irrompere della luce. Maschere, scherzi, coriandoli, stelle filanti, carri allegorici, montagne di frittelle dolci e salate, da Venezia a Viareggio a Rio de Janeiro, in tutto il mondo o quasi si festeggia il Carnevale nel modo più bizzarro possibile. Ma il Carnevale più famoso del nostro paese, è certamente quello che si svolge a Venezia. Durante questa manifestazione, le piazze, le calli e i campielli della città lagunare si riempiono di maschere e turisti di ogni parte del mondo, che assistono alle sfilate e agli spettacoli che si organizzano ogni anno. Pare che le origini del Carnevale veneziano risalgano al X secolo, attraverso notizie storiche sappiamo che il giorno di Giovedì Grasso si ricordava la vittoria del Doge Vitale Michiel sul patriarca Ulrico di Aquileia, avvenuta nel 1162. Per ricordare la sconfitta subita, ogni anno i successori del Patriarca dovevano come pegno inviare al doge un numero cospicuo di maiali, che venivano macellati e la loro carne distribuita tra nobili, clero e popolo. La festa continuava con giocolieri e saltimbanchi, fuochi d’ artificio e il “Volo della Colombina”, eseguito da un artista acrobata che si arrampicava, con l’aiuto di una fune fino alla loggia del campanile di San Marco, per poi riscendere con un mazzo di fiori da offrire al Doge. Allora come oggi, il costume che simboleggiava il Carnevale era la “bautta” formato da un mantello, “tabarro”, una cappa di merletto ed un cappuccio di seta nero.  Tutti potevano mascherarsi a Carnevale, qualunque fosse il ceto o il sesso, non c’erano distinzioni, le maschere permettevano la massima libertà e soprattutto l’anonimato.  I veneziani hanno saputo creare dei costumi preziosi e di pregiata fattura artigianale, che raggruppano insieme lo stile e la piacevolezza di tre diverse epoche storiche: il medioevo, il rinascimento e il settecento. Il risultato crea splendidi abiti di lucida seta color oro, nero o argento completati da mantelli di merletto, parrucche e naturalmente da una maschera che nasconde il viso, così che ognuno ancora oggi, come secoli fa, si senta libero di ballare e divertirsi, certo di non essere riconosciuto. Anche in Sardegna, da sempre, si festeggia il Carnevale ed è un fascino antico quello che l’avvolge, una festa folcloristica seducente che sa dare incommensurabili suggestioni. In tutta l’Isola, in ogni paese, per piccolo che sia, ognuno festeggia il suo carnevale, secondo le usanze locali, sempre allietato da sfilate allegoriche con le più originali attrazioni, cosi come accade a Laconi, dove il Carnevale locale propone "Segari a Pezza", ovvero mangiare carne prima dell’austerità quaresimale. A Laconi, la presenza più remota della figura dell’uomo nel luogo risale al Neolitico Antico 6000-4500 a. C., a confermarlo sono le testimonianze di resti ritrovati all’interno della “Grotta Leori” e di quella di “Sa Spilunga Manna”, che fanno pensare alla sosta abituale di gruppi di cacciatori o bracconieri che vi bivaccarono con il loro bottino. Laconi è il regno degli esperti in fitologia, per la presenza di lussureggianti boschi e uccelli di rara bellezza. È un territorio favorevole alla raccolta di tartufi e comprende il maggior numero di varietà di orchidee dell’Isola. Il territorio è ambiente ideale per il cervo sardo, presente con oltre 6000 esemplari sparsi nelle boscaglie dell’arburese, nei boschi del Serrabus - Gerrei e in quelli del Sulcis, così come per il cinghiale sardo e il muflone, la cui origine viene fatta risalire al Neolitico, mentre il daino fu introdotto quasi certamente dai Fenici e dai Romani. Tra il 3700-2400 a.C., ha origine l’agricoltura, periodo nel quale nascono i primi allevamenti di bestiame e le prime baraccopoli, testimonianze infatti sono visibili a Sarcidanu, Monte Feurrèddu e a Cirquìttus, mentre tracce di parecchi menhir sono visibili nel territorio di Laconi e risalgono al ciclo che va da dal 2500 al 1800 a. C. Tra il nono e il dodicesimo secolo Laconi risulta menzionato su documenti cartacei di periodo bizantino. Agli inizi del 1388 a Laconi si sigla la pace tra arborensi e aragonesi, nel 1421 Laconi viene data in custodia insieme a Genoni e Nuragus a Giovanni De Sena. Nel 1479, nasce il marchesato degli Agostino Castelvi, quartogenito maschio di Francesco, marchese di Laconi e visconte di Sanluri. Nel 1870 a Laconi viene realizzata la prima via di comunicazione pubblica. Nel 1889 nasce il primo percorso ferroviario tra Isili e Meana Sardo e la stazione di Laconi è posta lungo il collegamento di Isili a Sorgono, infine nel 1997 viene utilizzata esclusivamente come ferrovia turistica, “Trenino Verde”. Il Carnevale laconese, come già detto propone “Segarì a Pezza", mangiare carne prima dell’austerità quaresimale. Nel dialetto laconese “Segari a Pezza” o “Segarì Pezza” indica il carnevale che secondo la tradizione antica invitava le persone al consumo della carne, pezza, prima dell'astinenza quaresimale. Ma anche Segarì Pezza, letteralmente tagliati carne, molto probabilmente tale affermazione deriva da: tagliati della carne finché sei in tempo, in quanto si trattava del Martedì grasso, l'ultimo giorno di Carnevale, che preannunciava e introduceva l’inizio dell’astinenza e del digiuno della Quaresima. Il personaggio principe della manifestazione di Laconi era e tutt’ora è la maschera de su Corongiaiu, contraddistinto da braghe lunghe di pelle sgualcita, un pastrano di lana di pecora stropicciato con una collana di campanacci e sonagli a bandoliera (larga striscia di cuoio). Sul volto una maschera di sughero con un lungo naso e una bocca bizzarra con il capo avvolto da una fitta criniera di lana e corna di capra. Laconi, Làconi in sardo, Lacana confine o limite in sardo preromano, è un incantevole paese di circa 2000 abitanti, ubicato in provincia di Oristano. Paese ricco di storia e di tradizioni, nel quale trovano posto immagini dai tratti fiabeschi che non hanno eguali al mondo, nella quiete di una natura intatta e selvaggia. Di grande interesse sono i resti archeologici, tra i quali spicca il nuraghe “Genna ‘e Corte”, che si affaccia sulla macchia di questa meravigliosa terra. I laconesi sono fieri di essere sardi, di appartenere alla comunità di persone legate alle antiche tradizioni di questa terra che rimangono saldamente ancorate alla storia, e dove la bellezza e la cultura si fondono in modo armonico.  Tra le antiche tradizioni c’è il piatto della “favata di Carnevale”, preparato per l’occasione dalla Proco Loco con cura e grande esperienza, che insieme al piatto della zuppa di ceci vengono impreziositi dalle parti meno nobili del maiale: cotenne, costine, zampini, il musetto e le orecchie del cinghiale, il tutto condito con abbondante vino locale. Una vera leccornia carnevalesca, degna dei palati più esigenti e tra una burla, una sregolata abbuffata, una smodata bevuta; il tutto all’insegna dell’allegria. D’altronde a Carnevale, tutto è lecito e ogni scherzo vale, l’importante… ne cum santos ne cum maccos non servit bugliare -  né con i santi né con i pazzi bisogna scherzare!. Ingredientis: g 600 di fave secche, g 80 di lardo o guanciale, grandua, g 200 g di salsiccia di cinghiale semistagionata, g 300 di costine, g 300 di cotenna di cinghiale, g 200 di orecchio di cinghiale, 2 piedini di cinghiale, g 300 di finocchietto selvatico, a piacere un peperoncino rosso piccante, 5 spicchi di aglio sardo, 2 pomodori secchi ben dissalati, vino bianco secco, olio extravergine d’oliva, pane carasau, sale q.b. Approntadura: per ottenere un buon risultato in cottura, la mattina prima (24 ore) poni le fave in ammollo in acqua leggermente tiepida. La mattina seguente, prepara un battuto con il lardo o il guanciale assieme ai pomodori secchi, uno spicchio di aglio e il peperoncino, versa il ricavato dentro ad una capace pentola di terracotta (olla mamma, pingiada, caccavella), poi unisci la cotenna fatta a listarelle, i piedini tagliati a metà, le costine e l’orecchio precedentemente fatti bollire (tre quarti d’ora circa) per eliminare il grasso in eccesso. Fatto, fai rosolare il tutto con un giro di olio, unisci mezzo bicchiere di vino e dopo cinque minuti le fave ben risciacquate, quindi coprile di acqua, aggiungi due cucchiaini di sale grosso e prosegui la cottura dolcemente. Passata una mezz’ora, aggiungi la salsiccia a rondelle spesse un dito, il restante aglio, il finocchietto e lascia cuocere a fiamma moderata ancora per un’ora e mezza a recipiente semicoperto (le fave devono risultare gonfie ma intere). Trascorso questo tempo, regola il sapore di sale, controlla se la carne delle costine e dei piedini si stacca dall’osso e orecchio e cotenna sono diventati morbidissimi. Appurata la cottura, disponi dei pezzi di pane carasau sul fondo di quattro terrine, scodellaci sopra la favata con parte delle cotenne e tutto il suo godurioso seguito, un filo di olio e porta immediatamente in tavola. Un tempo era usanza porre la pentola sul tavolo e ogni commensale si serviva da solo. Vino consigliato: Monica di Sardegna frizzante, dal sapore sapido, con tipico retrogusto asciutto.

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