Con tali finalità ripercorriamo serenamente quei tempi, ricordando innanzitutto che, non disponendo di acquedotto pubblico, l’approvvigionamento idrico era assicurato da pozzi freatici esistenti in moltissime abitazioni, spesso ubicati ai confini fra le proprietà al servizio di due o più famiglie, o dalle numerose fontane pubbliche situate nei punti strategici del centro abitato: Sa Mitza, Caddoi, Funtana Cruccu, Funtana Scasus, Funtanedda, Funtana Mamucci, Funtana Marcu e Pitzuregu ecc. Funtana noba, in alternativa al rio Caddoi, rappresentavano il fulcro per le operazioni comuni riguardanti il bucato, come pure Funtana pira, L’abbeveraggio del bestiame era assicurato dalla struttura di S’orcili, ubicata in prossimità di Funtana noba o da quelle periferiche di Funtana Seddi o Su Angiu, ubicate nelle località omonime.
Mancando l’acqua corrente, le abitazioni non disponevano ovviamente di servizi igienici adeguati. In alternativa, un semplice recinto in muratura con copertura di fortuna, spesso di frasche, all’interno del quale veniva scavato un piccolo pozzo (pozzo nero) sovrastato da un solaio realizzato con travi di legno su cui veniva praticato un foro centrale: "Su Comudu", ossia la latrina.
All’igiene corporale, si fa per dire, si provvedeva mediante l’ausilio di bacinelle in lamiera zincata “su paiolu”, all’interno delle quali, opportunamente rannicchiati, avveniva il primo lavaggio corporeo, per essere poi completato con una salutare doccia ottenuta facendo cascare sul capo un getto di acqua pulita contenuta in un apposito recipiente di acciaio smaltato: “su buccalli”, opportunamente sistemato a portata di mano. L’igiene delle mani avveniva mediante l’utilizzo dei lavamani “su lavamau”, spesso incorporati in strutture di sostegno più o meno artistiche e “sofisticate”, attinenti al rango delle singole famiglie.
Molta cura veniva assegnata, invece, all’approvvigionamento idrico per il consumo diretto. L’acqua da bere non poteva certamente essere attinta dai pozzi ubicati nei cortili delle abitazioni (anche se in casi di emergenza avveniva anche questo), per via dei possibili inquinamenti derivanti dalla presenza dei citati dai pozzi neri o dalla convivenza con bestiame di natura diversa quali: maiali, ovini, cavallo, buoi e bestiame di bassa corte. Anche le fontane pubbliche non davano sufficienti garanzie in tal senso, fatta eccezione per “sa mitza”, per via della distanza dalle abitazioni e della natura del terreno su cui insisteva. La portata limitata di detto pozzo, specie nel periodo estivo, a fronte dello sfruttamento generalizzato, determinava lunghe file di attesa con una miriade di “brocche” in terra cotta, rigorosamente allineate per il rispetto del proprio turno.
Nella maggior parte dei casi l’approvvigionamento idrico per il consumo diretto avveniva dalle numerose sorgenti naturali ubicate in tutto il territorio comunale, particolarmente note ad agricoltori, pastori e cacciatori come: Piccadori, Mitza frundida, mitza s’onnu, mitza siccada, mitza canaudu, mitza ranas, mitza sa figu, mitza roja sa latia, mitza sa canna, mitza francu, oltre al pozzo di funtana pira e agli abbeveratoi di funtana seddi e di su angiu ecc. Tutte queste sorgenti hanno sempre soddisfatto le esigenze di quanti si sono trovati a operare in zona, come pastori, agricoltori e cacciatori. In tutte queste sorgenti, a prescindere dalle caratteristiche dell’acqua, la presenza numerosi insetti acquatici, la "Notonecta maculata" in primo luogo, rappresentava sufficiente garanzia contro i pericoli d’inquinamento. Attingere l’acqua da dette sorgenti, spesso comportava l’onere di dover competere con gli insetti di superficie presenti, acquatici e no. I cacciatori, in particolare, dovevano assolutamente precedere i cani per evitare che questi ne approfittassero per un salutare bagno ristoratore! Alcune di queste sorgenti, come ad esempio “Mitza siccada” o “Mitza S’onnu”, si erano procurate una fama molto negativa per via della particolare durezza delle proprie acque che comunque, in emergenza, costituivano anch’esse il toccasana per tutti i mali.
Fra le tante, la fonte eletta è stata quella di “Piccadori”. Ubicata alle falde di Monte fortuna è stata costante meta dei collinesi per i particolari caratteristici dell’acqua nonostante, si diceva, contenesse una quantità eccessiva di ferro (sicuramente rilevata in virtù delle sedimentazioni che lasciava nei contenitori). La sua particolare ubicazione a quota 235 circa s.l.m., immersa in una vasta area naturale priva di coltivazioni, al riparo da possibili inquinamenti derivanti dalla assoluta assenza di ricoveri di bestiame, la rendeva preferita rispetto a tante altre di più agevole accesso.
Era raggiungibile attraverso un impervio sentiero che si snodava sul costone di Monte Fortuna, percorribile a piedi o in groppa all’asinello. Nonostante ciò si registrava un via vai continuo di utilizzatori. Chi per questioni di età o per impegni di lavoro non era in grado di provvedere all’approvvigionamento diretto, assegnava il compito ad altri dietro congruo compenso. Conservata in brocche di terra cotta tenute in ambiente fresco, costituiva “l’acqua minerale” dei giorni nostri.
Ricordando le condizioni del passato, ci dovremo attivare tutti per utilizzare meglio il bene acqua, a cominciare dall’agricoltura che, in base a quanto pubblicato dall’OCSE, preleva circa il 70% dell’acqua dolce disponibile, per soddisfare le nostre sempre crescenti esigenze in carni, frutta e cereali.
Francesco Diana
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