Life-skills e emozioni


di Alice Bandino*
  [caption id="attachment_49148" align="alignleft" width="250"] Alice Bandino[/caption] La rubrica EmotivaMente,  nata nel gennaio 2015 su La Gazzetta del Medio Campidano, ha come scopo la diffusione di argomenti  della Psicologia delle Emozioni applicati alla vita quotidiana; cerchiamo attraverso la prevenzione e la sensibilizzazione di far conoscere quali competenze proprie dell’intelligenza socio-emotiva possano rivelarsi utili nella vita di tutti i giorni per gestire efficacemente le proprie azioni nel raggiungimento di obiettivi a breve, medio e lungo termine sul lavoro, nella scuola, nelle relazioni affettive e amicali. Conoscere le proprie emozioni (alfabetizzazione emotiva) è utile per riconoscere e capire anche le emozioni degli “altri”, conoscere il lessico emotivo (verbale e non), permette di condividere le nostre emozioni (condivisione primaria, secondaria, terziaria ecc…); non si può comunicare con gli altri se non si ci si parla con lo stesso linguaggio. Le psicologhe Manuela Franco e Laura Tappatà nel loro libro “Intelligenza Socio-Emotiva” (un immancabile testo per gli addetti ai lavori), definiscono l’intelligenza emotiva come fattore adattivo alla sopravvivenza (personale e della specie) le cui competenze sono volte a favorire efficacemente la convivenza con l’ambiente, migliorando le interazioni tra individui, tra popoli, tra interi Continenti. In questo ultimo decennio abbiamo assistito a un’esplosione di progetti e figure professionali (più o meno tutte riconosciute per Legge) che si occupano di “emozioni”, partendo dalle basi della psicologia delle emozioni, dalle teorie e dalle ricerche nate dal secondo dopo guerra in poi, prima in America e poi nel resto delle scuole di psicologia interpellate per ricostruire intere Società distrutte dalle Grandi Guerre e da quelle successive (Vietnam, Cambogia ecc.), con la conseguente povertà economica, sociale, politica a livello mondiale. I soldati americani tornavano dalle zone di Guerra con evidenti traumi dovuti agli eventi stressogeni vissuti, irriconoscibili spesso dai loro familiari che (da casa), non immaginavano neanche lontanamente quali potessero essere le azioni e le emozioni di questi soldati spesso giovanissimi, cosa potessero aver vissuto in trincea, gli incubi, le esplosioni improvvise, vedere i propri commilitoni saltare su una mina; eseguire gli ordini, la gestione dei prigionieri, vedere le popolazioni civili subire violenze di tutti i tipi e tutto ciò non poteva essere raccontato a mogli, figli, conoscenti. In casi estremi, i soldati rientrati dopo anni di guerra, avevano lasciato una vita affettiva parallela in Europa (motivo comprensibile per non confidarsi con mogli e figli), ma in generale tutti facevano fatica a condividere le emozioni negative sperimentate in battaglia. Non poterne parlare non cancellava però il ricordo, anzi, peggiorava la loro salute bio-psico-sociale, talvolta portando le persone al suicidio. Primo Levi in “I Sommersi e i Salvati” testimonia queste conseguenze psicologiche nei salvati (dai campi di concentramento): i “salvati" sono riusciti a vivere perché hanno accettato di abbandonare parte della propria moralità e integrità, riuscendo a divenire "utili" al funzionamento del campo. Da ciò capiamo l’angoscia provata da Levi al momento della liberazione da parte degli alleati, che non viene vissuto con totale gioia, perché porta con sé la vergogna per essere sopravvissuti, e insieme l’onere delle testimonianza di ciò che i sopravvissuti avevano visto. Il Disturbo Post Traumatico da Stress divenne nei decenni a seguire la diagnosi di questo comportamento.  I reduci di guerra avviarono sostenuti dagli psicologi la nascita di circoli (come le nostre sedi degli ex combattenti) dove si poteva parlare della guerra tra i soli veterani, senza paura di essere giudicato un “mostro”, senza traumatizzare i propri parenti. In quel luogo sicuro si potevano condividere le proprie esperienze, le proprie emozioni, si potevano esprimere liberamente, sicuri di essere compresi, senza bisogno di spiegarsi, giustificare atti riprovevoli in tempo di pace, ma atti diffusi e comuni nei territori di guerra. Ribadita l’importanza dell’intelligenza emotiva e socio emotiva nel processo di benessere e salute (globale) per l’individuo e per la società, cerchiamo di capire cosa sono le Life-SkillS di cui si sente sempre più spesso parlare. È del 1992 la definizione data dall’OMS secondo la quale “indica un nucleo fondamentale di 10 skills for life suddivise in tre diverse aree (cognitiva, relazionale e emotiva) che dovrebbero rappresentare la base di ogni programma di prevenzione, mirato alla promozione del benessere dei bambini, degli adolescenti e degli adulti”. Queste prime ”competenze” erano: la capacità di prendere decisioni, la capacità di risolvere i problemi, avere un pensiero creativo, avere un pensiero critico (area cognitiva); avere una comunicazione efficace, la capacità di relazionarsi con gli altri, avere un’autoconsapevolezza (area relazionale); avere empatia, la capacità di regolare e gestire le emozioni, la capacità di gestire lo stress (area emotiva). Da allora, in trent’anni, l’apprendimento delle life skills ha interessato tutti gli ambiti sociali e personali dei cittadini. Sono capacità non innate ma apprese attraverso l’educazione: famiglia, scuola e tutte le agenzie educative possono organizzare l’insegnamento o il rafforzamento di queste capacità. L’ambito che ad oggi investe maggiormente nelle life skills è quello formativo e lavorativo: le maggiori aziende, quelle più importanti, hanno da tempo accantonato l’idea che per rendere meglio, il lavoratore debba essere vessato, controllato, punito. L’atteggiamento migliore di un vero leader è quello basato sull’empatia e sull’importanza del gruppo-lavoro. Far sentire il lavoratore parte attiva dell’azienda, dipendente ma allo stesso tempo sponsor stesso del benessere percepito attraverso l’utilizzo delle life skills, migliora il clima tra colleghi, aumenta la produttività e diminuiscono le criticità dovute ai conflitti nell’ambiente lavorativo (mobbing, burn out ecc.). L’ambito in cui invece sarebbe necessario investire maggiormente è la scuola, perché apprendere sin dalla primissima infanzia queste competenze, darebbe ai bambini maggiori risorse per crearsi un’autostima robusta, capace di prevenire episodi di bullismo, cyber bullismo, adescamento e altre problematiche correlate ad una bassa autostima e alla regolazione delle emozioni (sia nel bullo che nella vittima designata). *psicologa Tel. 347 1814992      

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