In riferimento ai precedenti articoli dove affrontavamo il problema della sicurezza informatica, abbiamo sempre raccomandato l’importanza di affidarsi a personale specializzato per evitare il fai da te. Sembrerà eccessivo e superfluo, però non possiamo abbassare la guardia. Tutti i dispositivi connessi ad internet sono potenziali criticità; è infatti sufficiente disporre di competenze medio alte per violare la nostra privacy, a volte in maniera bizzarra altre decisamente più pericolosa. Non si vuole assolutamente creare alcun allarmismo, bensì richiamare maggior attenzione non solo nella scelta ma anche nella installazione dei dispositivi intelligenti. Come esempio citiamo i baby monitor, equipaggiati di telecamera con tecnologia auto-follow attraverso il quale sorvegliare il proprio figlio anche in remoto. Già nel 2013 un genitore aveva denunciato il caso di uno sconosciuto che insultava la propria figlia; episodi del genere non sono rimasti isolati. (Rif. forbes.com)
Uno degli strumenti più utilizzati ma anche più semplice da usare è Shodan: un motore di ricerca che a differenza di quelli che siamo soliti utilizzare per acquisti online o avere notizie sul meteo, ci consente di trovale le vulnerabilità presenti sulla rete domestica e sui dispositivi collegati ad Internet. Il suo funzionamento è accessibile da una fascia medio alta di appassionati informatici, ma se opportunamente istruiti il range si allarga. L’utilizzo prevede seppure con alcune limitazioni anche una modalità gratuita.
La ricerca dei dispositivi può essere effettuata in riferimento ad una città ben precisa (city); alla nazione indicata (country) ma anche alle coordinate geografiche (geo); può far riferimento ad una stringa di testo (hostname) e così via. La parola più cliccata è webcam.
Così facendo individuiamo non solo gli ID dei dispositivi collegati alla rete, ma anche gli aggiornamenti effettuati ed una serie di informazioni ai più pressoché incomprensibili ma in realtà indispensabili ai male intenzionati per accedere al nostro dispositivo. L’errore più comune che commettiamo è quello di non cambiare la password una volta installato l’apparecchio: la produzione in scala industriale non consente di personalizzare con identificativi dedicati tutti i dispositivi usciti dalla fabbrica; generalmente amministratore e password vengono spesso indicati con “admin”. Spinti dal desiderio di usare l’oggetto appena acquistato manteniamo i dati di fabbrica, uguali per tutti.
Altre volte le criticità sono imputabili unicamente alla tecnologia usata, segnalate su siti internet e riviste specializzate.
I dati nazionali indicano quasi 8.000.000 device, cioè dispositivi collegati ad internet ma non necessariamente hackerabili. Di questi oltre 14.000 sono webcam; circa 70 quelle installate nella provincia di Cagliari.
Ecco perché ci si raccomanda di rivolgersi sempre al personale specializzato: si rischierebbe di affrontare una importante spesa economica per sentici più sicuri e vanificare tutto per leggerezza e approssimazione.
Ripeto con questo articolo non si vuole assolutamente provocare un ingiustificato allarmismo, bensì sensibilizzare sul tema della cyber security soprattutto in questo periodo dove ormai tutti viviamo connessi h24. Smart working e home working saranno gli strumenti ai quali lo Stato e le aziende private faranno costante riferimento nell’era post Covid. Non dobbiamo farci trovare impreparati sia come competenze, ma anche in termini di sicurezza.
Chiudo con una frase attribuita ad un esperto informatico statunitense: “L’unico vero sistema sicuro è un sistema spento”.
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