>L’arrivo dell’anno nuovo, si sa, porta con sé un bel carico di aspettative e buoni propositi. Fra le questioni di spicco su cui riversare i migliori auspici, ovviamente, anche quella legata alle positive attese di sviluppo economico e occupazionale; quest’anno più che mai, viste le imminenti elezioni politiche, siamo già preparati a sorbirci il solito teatrino delle promesse e dell’ottimismo ben orchestrato dai candidati futuri politici nazionali. Tutto ciò avviene, mentre tanti territori sono con l’acqua alla gola o lì per arrivarci, per via delle scelte passate e presenti di un governo centrale che, su numerose tematiche, non tiene conto del fatto che l’Italia dalle Alpi alla Sicilia, passando per la Sardegna, non sia un paese “uniformato”. Il caso della Marmilla è emblematico: gli ultimi dati parlano di uno spopolamento dilagante con un indice di natalità bassissimo. Eppure, nonostante ciò, imperversano come una scure i paletti nazionali imposti agli Enti locali che, prima con il patto di stabilità e ora con il bilancio armonizzato, si trovano sul groppone un peso non indifferente alle possibilità di crescita territoriale.
La strada da percorrere, inutile girarci attorno, è quella che i Comuni diventino sempre più virtuosi, che imparino a programmare le proprie strategie in netto anticipo e, al contempo, che la popolazione, messi da parte gli atavici campanilismi extra ed intra territoriali, impari al più presto e bene a fare squadra. Eppure c’è chi dice che, pur condividendone questi aspetti, il cambio di marcia potrebbe non bastare. Il perché è presto detto: si può credere in un futuro migliore se, anno dopo anno, vengono meno le risorse per potenziare servizi e infrastrutture fermi al secolo scorso? In tante occasioni, giusto per citare qualche caso riportato su questo giornale, abbiamo denunciato come la Marmilla annoveri strade da terzo mondo e servizi essenziali spariti o prossimi a farlo. Il caso della scuola, a fin d’esempio, è emblematico. Appena poco più di un mese fa l’Unione dei Comuni della Marmilla convocava un’assemblea per discutere delle difficoltà oggettive delle scuole per sopravvivere al dimensionamento e al conseguente accorpamento o, nei casi degli istituto superiori, alla chiusura vera e propria dei battenti.
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Barumini, casa Zapata, interno, esposizioni e scavi archeologici-Foto Simone Nonnis[/caption]
In soldoni: gli iscritti sono al limite del minimo sindacale per permettere alle scuole di stare in piedi e lo Stato italiano applica le medesime regole sia che si parli di un istituto lombardo che di uno della Marmilla infischiandosene del fatto che lo Statuto della Sardegna preveda la Legge Regionale 3/09 articolo 9 commi 3 e 4 che da margini organizzativi maggiori rispetto alla normativa nazionale sugli organici delle scuole oltre che l’esistenza degli articoli 4 e 5 che, in materia legislativa, concede maglie un po’ più larghe in virtù delle caratteristiche insediative, linguistiche, geografiche e infrastrutturali della Sardegna. Un quadro che, letto così, sembrerebbe la panacea per il nostro territorio; eppure l’Unione si è dovuta riunire per chiedere alla Regione che si attivi per far sì che quelle righe possano essere convertite in applicazione alla realtà. No, non è questo un esempio di abuso di “assistenzialismo”; semplicemente si tratta di una richiesta di minor rigore per un’area vasta che, con la chiusura o il dislocamento delle scuole, obbligherebbe tante persone agli straordinari.
La scuola è solo un caso, ma altri esempi non mancano: gestione delle pulizie e del verde pubblico, servizi di trasporto pubblico, rifacimento di strade e così via. Ben venga quindi la crescita culturale fra le genti di un territorio forse ancora poco votato a unirsi, così come una gestione della cosa pubblica più oculata rispetto a quella del passato più votata, invece, allo sperpero. Ma per favore, non si venga a chiedere a un centometrista di arrivare al traguardo alla pari di un avversario che di metri ne deve percorrere appena cinquanta. Quello no: si rischierebbe di creare come effetto indesiderato quello di intristire un territorio già di per sé depresso. Alle elezioni politiche del 2018 perciò si ascoltino le voci di una parte d’Italia che si sta spopolando e dove i decessi superano le nascite; sarà pur vero che la Marmilla non porterà con sé un carico pieno di voti, ma non si può continuare a trascurare il fatto che da tempo chieda che, ragionevolmente, la sua voce venga ascoltata.
Simone Muscas
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