La ricorrenza del Natale, è considerata da sempre la festa dei bambini, ma per gli adulti è anche un nostalgico evento che rievoca i ricordi del passato. È la festa della tradizione per eccellenza, dove ogni gesto, ogni momento assume un valore unico, umano e assolutamente degno di essere vissuto. Ed è in occasioni come queste che è piacevole ascoltare nonna Speranza, che lo racconta e lo descrive con quegli occhi velati di malinconia e, al tempo stesso, abili a mettere nuovamente in luce quei riti natalizi legati al passato che, nella società di oggi, sembrano essere quasi scomparsi. Ricordi che riaffiorano, quasi magicamente nella mente e nel cuore di lei che racconta e di chi l’ascolta. Nonna Speranza, attraverso i suoi tanti racconti ha la straordinaria capacità di profanare quei ricordi facendoli godere di luce e prestigio. I suoi aneddoti trapelati da una mente lucida, da una voce dolce e piena di calore, infondono curiosità e nostalgia per quelle tradizioni che oramai, per molti aspetti, non ci sono più ma che offrono un segno indelebile di un indimenticabile e caro passato. Come nel presente, anche nel passato la festa del Natale, oltre alle celebrazioni religiose, si festeggiava la famiglia. Il Natale era, infatti, l’occasione per riunirsi in casa dove ogni componente della famiglia s’impegnava nella preparazione di ogni pietanza in attesa della cena della Vigilia di Natale, considerato il momento più importante della festività. Si organizzava e si imbandiva una festosa tavola di natale. «Allora - racconta nonna Speranza - si realizzava il pane in casa, la pasta e soprattutto dolci di tanti tipi. Noi, ci specializzavamo nella preparazione de su pai e saba che si ponevamo in grandi sciveveddasa». Spesso ne sfornavamo in grandi quantità in modo da poterli scambiare con altri dolci tra i vicini di casa. Gli uomini invece si dedicavano ad arrostire l’agnello o il maialetto.
Dopo la cena si sparecchiava e, nell’attesa della mezzanotte, momento in cui si usciva di casa per andare in chiesa, la famiglia amava riunirsi per giocare intorno a delle grandi tavolate riscaldate dal calore del camino e del braciere posto al di sotto di esso. «A quei tempi – ricorda - non tutti conoscevano la tombola, ci divertivamo a giocare e su barraliccu: una sorta di trottola numerata che si faceva rotolare sul tavolo. Chi riusciva ad ottenere il punteggio più alto vinceva, ovviamente non soldi ma frutta secca». I premi in palio, infatti erano castagne, mandorle, noccioline che provenivano direttamente da Aritzo che portava un uomo del posto il quale si faceva a piedi tutta la strada in compagnia del suo mulo e della sua bisaccia. In cambio della frutta secca non voleva soldi ma barattava, con gli abitanti dei paese che visitava, legumi e cibarie varie, tipiche del posto.
Subito dopo ci si preparava per andare, tutt’insieme, alla messa di mezzanotte. «All’indomani si andava anche alla “messa grande”. Il rituale religioso era molto sentito. La chiesa era considerata non solo come luogo di culto ma anche punto d’incontro per ritrovare parenti e amici e scambiarci gli auguri».
Ci sono tradizioni che con gli anni sono scomparse e che il Natale ha lasciato nascosto dentro il cassetto. Tuttavia c’è un rito, un momento fondamentale che rimane parte integrante dei esso, quella tradizione che non cesserà mai di esistere: il calore familiare e la gioia di vivere il Natale in compagnia dei propri cari e di chi si ama. La celebrazione della famiglia rappresenta il significato più autentico del Natale e, finché si festeggerà e si amerà questa festività, la gioia di riunirsi in famiglia non morirà mai.
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