di Anna Luisa Garau
La passione di Pierangelo Orgiu per la scrittura inizia alle scuole elementari, in un collegio per orfani, dove rimase per nove anni, grazie a un’insegnante che lo guidò in questo percorso motivandolo e incentivandolo. Tutti noi scriviamo ogni giorno, in svariati momenti della giornata, in contesti differenti e per molteplici motivi. Meno frequente è scrivere le emozioni, quelle vere, i pensieri e i sentimenti relativi a una certa situazione personale. Scrivere fa bene, soprattutto sugli eventi negativi, ti permette una maggiore rielaborazione mentale ed emozionale degli avvenimenti, a comprendere perché ti senti in un determinato modo e attenuare eventuali ansie, aiuta a esternare le proprie emozioni e dare loro una forma per contenerle. Così è stato anche per Orgiu.
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Pierangelo Orgiu[/caption]
Pierangelo, noto Piero, nasce a Pabillonis nel 1954, è sposato con Gianna e ha una figlia, Erica. Ora in pensione, ha lavorato nella scuola come collaboratore scolastico. I suoi primi lettori sono stati gli insegnanti e i ragazzi delle scuole dove lavorava, che hanno sempre apprezzato i suoi racconti. Leggere, inventare, raccontare e scrivere erano i suoi passatempi preferiti fin da ragazzo. Il suo stile è semplice, lineare, familiare e accattivante. Da ragazzino affida le sue parole a un diario, nel quale annota gli avvenimenti più significativi della sua vita, le sue esperienze, le sue riflessioni, i suoi sentimenti e i suoi stati d’animo.
Nel 2008 pubblica un libro di poesie e brevi racconti in sardo e italiano, “Sussurri…. e grida”. La prima pagina, dedicato alla figlia, racconta l’emozione di essere padre, il timore di accostarsi a quel piccolo essere, l’emozione per i suoi primi discorsi, composti da due sole parole: mamma e papà. Per ritrovarla ormai adulta e ringraziarla di essere sua figlia.
I racconti di ”A volo radente”, “Luoghi comuni, curiosità e aneddoti… presi al volo" sono ambientati nella barberia, in campagna, al cinema, nelle botteghe artigiane e focalizzano episodi di caccia, di pesca, di emigrazione. Raccontano un paese con diversi esercizi commerciali e locali pubblici.
Numerosi bar, ma anche abitazioni, autorizzate alla vendita e alla somministrazione di vini sfusi. Luoghi in cui l’allegria era assicurata da suonatori di chitarra o fisarmonica e dai cori a tenores, «somiglianti», scrive Pierangelo Orgius», «a un gregge di pecore sfuggite alla custodia del pastore. Spesso scoppiavano accese discussioni che, però, venivano sedate a suon di vernaccine o di Nuragus annacquato». Troviamo personaggi come Tziu Benvenuto,Tziu Zenobiu, Tziu Filibertu e altri, che con i loro comportamenti «riuscivano a condizionare l’andamento sociale di un’intera comunità, attraverso piccoli fatti e aneddoti per lo più comici, che aiutavano nella socializzazione. Storie raccontate con leggerezza e ironia che danno uno spaccato di vita paesana. La chiesa, la bottega, la fontana erano i luoghi dove i paesani potevano incontrarsi e socializzare. Era, però, la piazza il centro del paese, dove si incontravano le comari al rientro dalla spesa, i bambini se ne impossessavano per i loro giochi e gli anziani la utilizzavano per godersi il sole o l’ombra a seconda della stagione. Per gli anziani la piazza era quasi una seconda casa. Vi trascorrevano gran parte della giornata affidando, alle chiome ombrose degli alberi, le risate, le ansie e i loro malinconici ricordi: “Storielle carpite in un immaginario volo radente effettuato tra le basse case e sui tetti di un qualsiasi paesino sardo”.
Nell’introduzione del terzo libro “Cogas” si legge: “Nelle fredde e oscure notti senza luna, si udiva un sinistro fruscio, lungo i muri di pietra nera che attorniava la grande torre nuragica, le madri stringevano i propri figli al seno mentre sa Coga cercava il suo nutrimento: il sangue dei neonati gli garantiva la sopravvivenza”, che attribuisce al racconto un che di magico e intrigante coinvolgendo il lettore dal prima all’ultima pagina.
Il racconto viene influenzato, sicuramente, dalla figura della mamma di Pierangelo, “tzia Laudina, che, come altre donne, faceva la medicina de S’ogu liau, recitava Is brebus e is’azziccusu. Il personaggio principale del racconto, Defenza Cabitza, era solita, di buon mattino, andare per la campagna a raccogliere foglie e germogli che utilizzava per le sue tisane, le pomate e gli unguenti. I campi, le siepi e gli anfratti, dove crescevano le erbe medicamentose, che circondavano il paese, non avevano segreti per lei. Al rientro, separava con cura le foglie dai germogli e le radici dalle cortecce. Alcune venivano triturate e messe a macerare nell’alcool, altre amalgamate con l’olio d’oliva e conservate in vasi di vetro; altre ancora le faceva essiccare e, dopo averle sbriciolate, ne riempiva grossi vasi di coccio che riponeva al riparo dalla luce. Era considerata alla stregua del prete, del sindaco, del brigadiere o del farmacista. I suoi cittadini si recavano da lei per guarire da una slogatura, dalls febbre, dai porri, dalle verruche o per sanare una piccola ferita. Gli allevatori la chiamavano quando erano convinti che il loro bestiame avesse su “liau ogu”. Riusciva a risolvere il problema in poche sedute. A lei si rivolgevano anche da altri paesi, dove era giunta la sua fama di guaritrice. Altro personaggio la figlia di Defenza, Rosa, che studiava medicina in città e non credeva nella “mexina” preparata dalla mamma ma riteneva che fosse l’effetto dei principi attivi che erano contenuti nelle piante che la madre utilizzava per le sue pomate e unguenti. La relazione che Rosa aveva con Nello, figlio del brigadiere, non era vista di buon occhio per via di quello che si diceva in paese della “guaritrice”. Il brigadiere non poteva permettere che gli abitanti facessero delle illazioni su di lui e che i suoi superiori ne venissero a conoscenza e potessero richiamarlo. Una storia d’amore e di passione quella tra Rosa e Nello che non si conclude bene.
Alcuni scritti in sardo di Pierangelo Orgiu sono stati letti recentemente da Maurizio Foddi nell’ultima serata del festival di Orbescidroxu, svoltosi a settembre a Pabillonis, nella Casa Matta. Questi scritti potrebbero sostituire o integrare una cura contro la noia e la tristezza. Scritti coinvolgenti, destinati a un pubblico vasto ed eterogeneo, considerate le tematiche affrontate darebbero la possibilità di scoprire o ricordare tradizioni, aneddoti, storie di una Sardegna che si stanno perdendo nel tempo, imprigionate nei ricordi, pagine ormai ingiallite da un tempo che trascorre inesorabilmente, dove sono racchiuse la felicità, la spensieratezza, i ricordi, le usanze dei paesi.
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