di Antonio Corona
Si è soliti sentire soprattutto in circostanze particolarmente difficili e complicate, che la speranza è l’ultima a morire. La speranza non veniva mai meno secondo il mito greco. Essa restava tra gli uomini anche quando gli altri dei abbandonavano la terra per risiedere nell’Olimpo. Facendo riferimento alla tradizione degli antichi romani si potrebbe dire “Spes ultima dea est et omnium rerum pretiosissima quia sine Spe homines vivere nequeunt”. La speranza è l’ultima dea, la più preziosa di tutte le cose, perché senza la speranza gli uomini non possono vivere. La speranza era una dea onorata con un culto divino alla quale venivano dedicati templi, altari e simulacri. In suo onore venivano fatti anche dei sacrifici. In questi tempi non facili sarebbe più che legittimo coltivare la speranza; la speranza di venir fuori dal Covid-19 in tempi rapidi. Sarebbe legittimo auspicare tempi migliori, il ritorno ad una normalità ed il pieno recupero delle attività lavorative. Insomma quella speranza che ti spinge ad andare avanti, ad investire energie, capacità ed impegno, che ti consente di riappropriarti per intiero della tua vita. Purtroppo in questo tempo, la speranza si sta sempre più affievolendo, sta venendo meno soprattutto nelle persone più indifese e più fragili, ma nessuno ne è esente. Troppi morti si annoverano fra questi, molti sono costretti a campare senza risorse, facendo la fila per altro interminabile al fine di ottenere un pasto alle mense dei poveri. Gli indigenti sono aumentati a dismisura così come chi ha perso il lavoro e chi vive sotto le stelle. L’uomo della strada ascolta, osserva, riflette e sogna. Ma non riesce a comprendere appieno purtroppo. Non riesce a comprendere perché la classe dirigente è impegnata quotidianamente in discorsi, proclami, zuffe e diatribe sui social normalmente inconcludenti. Avrebbe bisogno di una classe dirigente diversa, autorevole soprattutto, preparata, pragmatica, che punta alle priorità la prima delle quali, la più urgente è il bene comune. Ha bisogno di gente capace di lavorare in unità di intenti per venir fuori prima dalla pandemia e per rilanciare poi la nostra economia. È un’utopia? Forse, ma il buon senso e l’appello dei cittadini lo richiede. La gente non vuole una classe dirigente impegnata a conseguire interessi di piccola bottega, personali o di gruppo. Non è tempo di conflitti, men che meno fra istituzioni a vari livelli, né di egoismi. Il buon senso deve prevalere, altrimenti da questa pandemia nonostante i proclami costanti non ne verremo mai fuori. Molti segnali fanno maturare infatti ipotesi non troppo ottimistiche: vaccini che non arrivano e non possono essere inoculati nei tempi programmati, presidi di terapia intensiva in molti contesti insufficienti, progetti lenti e non condivisi di utilizzo delle risorse del recovery fund. E mentre come succede spesso, i vari galletti come i capponi di Renzo, si contrappongono a suon di sonore beccate, gli imprenditori, gli artigiani, i professionisti, la ristorazione, il personale dello spettacolo, dello sport etc, annaspa, nella migliore delle ipotesi tira la cinghia quando non chiude bottega. Si prospetta un futuro poco roseo per le generazioni che verranno e sulle quali ricadranno le scelte che oggi soprattutto la classe politica è chiamata a fare. Gli italiani vorrebbero legittimamente che si guardasse in faccia la realtà per affrontare i problemi con grande responsabilità e per alimentare quella fiammella flebile non ancora del tutto spenta della speranza, la più preziosa di tutte le cose, senza la quale gli uomini non possono assolutamente vivere.
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