“Pastori” o “Allevatori”: assegniamo il giusto significato al termine


La recente ondata di proteste messa in atto dagli allevatori ovini della nostra Sardegna, in conseguenza del fatto che il prezzo del latte, appena € 0,60 il litro, non consente di far fronte neanche alle spese di alimentazione del bestiame in allevamento, ci da l’opportunità di manifestare la nostra solidarietà nei confronti di quello che da secoli è il settore trainante dell’economia isolana e, giacché tale, meritevole di maggiore attenzione da parte delle istituzioni. Tale protesta, da tutti riconosciuta come legittima nella sostanza, non ha tuttavia riscosso unanimità di consensi nella forma, per via del fatto che ha visto disperdere un’inestimabile quantità di alimenti che, impiegati diversamente, avrebbero contribuito ad allevare le sofferenze di quanti non riescono a sbarcare il lunario, dando origine a commenti sui quali intendiamo soffermarci di seguito. La protesta, come nelle aspettative, sta determinando una circostanziata risposta da parte del potere politico, pronto a impegnarsi a risolvere i gravi problemi, specie perché in prossimità di alcune competizioni elettorali. A tal proposito, il nostro ruolo di “profani” ci autorizza a ritenere che, ancora una volta, siano le dinamiche del “Dio Mercato” a condizionare il buon andamento dell’intera filiera che, nel caso di specie, assume i connotati del mercato americano, principale sbocco delle nostre esportazioni di pecorino romano. Si da il caso che negli Stati Uniti il consumo di pecorino ha subito recentemente un drastico calo per via della concorrenza di altri prodotti locali di provenienza vaccina. Tutto ciò ha determinato un surplus nella produzione di pecorino romano, che ha originato enormi giacenze invendute (mai pubblicamente quantificate) che, di conseguenza, hanno condotto alla drastica riduzione del presso del latte. Lasciamo agli esperti del settore il compito di analizzare più compiutamente il fenomeno e trovare, unitamente al potere politico e alla ricerca, le soluzioni atte ad assicurare la giusta remunerazione del prodotto, che ripaghi i produttori di degli enormi sacrifici che quotidianamente affrontano. Ovviamente, come ultima cosa, ci sia consentito di ipotizzare che le giacenze di cui si è detto, oltre che dal calo delle importazioni, siano anche un’indiretta conseguenza dell’indiscriminato aumento delle produzioni di latte, frutto del miglioramento genetico della specie ovina e del conseguente adattamento del piano di alimentazione della stessa. Tale incremento, che aveva l’obiettivo di compensare in termini di quantità i progressivi cali di quotazione del latte. ha prodotto per contro un intasamento del mercato, con le conseguenze prima citate. Nel comparto lattiero caseario, orfano di un’adeguata programmazione, si continua ad andare avanti per tentoni, risolvendo problemi singoli che, se da un lato appagano i beneficiari, dall’altro possono concorre a determinarne altri problemi di ben più grave portata. È il caso, ad esempio, delle misure finanziate dai Regolamenti comunitari del recente passato, finalizzati al miglioramento delle condizioni igieniche sanitarie degli allevamenti ovini e al contenimento della flora batterica del latte che, grazie alla consistenza degli incentivi, pur avendo centrato gli obiettivi fissati, hanno anche determinato un consistente aumento delle produzioni, assolutamente non preventivato. Si potrebbe continuare citando anche le misure comunitarie che, con allettanti incentivi, hanno portato all’azzeramento della superficie vitata in Sardegna, peraltro a suo tempo incrementata grazie ai generoso incentivi pubblici, a tutto favore della viti-vinicoltura francese. Dio non voglia che ciò succeda anche per gli allevamenti ovi-caprini sardi favorendo, ancora una volta, di quelli francesi, ai quali abbiamo incautamente venduto in passato addirittura le quagliate congelate prodotte con il nostro latte, per poi riacquistarle in parte, opportunamente integrate attraverso procedure particolari, come specialità casearie d’oltralpe! Confidiamo perciò che la collaborazione fra gli allevatori e le loro organizzazioni, la ricerca e la politica, porti alla soluzione di quest’annoso problema, per il bene di chi opera nel comparto e nell’interesse dell’intera regione. Lasciando, quindi, a chi di dovere il compito di attivarsi per la soluzione del citato problema, come figli di questa splendida terra di Sardegna, non possiamo certamente sorvolare sull’abuso  dell’appellativo di “Pastore”, che la citata vertenza ha messo in risalto. Teniamo subito a precisare che il termine in parola ci onora, poiché dal “Pastore” è partita la rinascita della nostra isola, da lui hanno avuto origine molte personalità nel campo della politica, della medicina, della magistratura, dello sport e quant’altro, che hanno contribuito a portare nel mondo il buon nome della Sardegna in tutti i campi. Vorremo che però fosse riservato solo a noi il diritto di usare tale termine consapevoli, come siamo, che nell’altra sponda del Tirreno, al termine suddetto vengono assegnati ben altri significati. Noi siamo onorati di essere definiti “Pastori”, per ciò che tale figura ha rappresentato per la nostra isola, ma ci sentiamo alquanto irritati quando si ipotizza: “Pastore = pecoraio = persona rozza e ignorante, dai modi villani”. Tornano in mente, a tal proposito, i cori di “Pastori-Pecorai-Banditi”, rivolti al Cagliari del grande Gigi Riva nei grandi e nei piccoli stadi della penisola, come pure quelli che ancora oggi accompagnano gli atleti delle compagini sarde di tutte le specialità sportive, in occasione di eventuali successi, anche se piuttosto rari! Di recente è bastato qualche deprecabilissimo coro di “Buuuu”, rivolto ad atleti di colore, peraltro gratificati da lauti compensi, per minacciare la chiusura degli stadi, ma mai è venuto in mente a nessuno, ora come allora, d’intervenire per porre fine a tali indecenze. Sarebbe ora di far capire a quanti, volutamente o inconsciamente, continuano a usare impropriamente il termine “Pastore”, quasi a voler indicarne l’appartenenza a un’altra specie del genere umano. A costoro vogliamo ricordare che il “Pastore” era chi andava giorno e notte appresso al proprio gregge, che aveva il viso solcato e tumefatto dalle intemperie e dai sacrifici, che solo saltuariamente si univa alla propria famiglia; un essere umano che dotato di “mastruca” e di sacco di “orbace” dormiva in piedi, si fa per dire, appoggiato al tronco di un albero o al riparo di qualche anfratto naturale pur di vigilare sul proprio gregge, impedendo sconfinamenti e preservandolo dai predatori di tutte le specie. Era chi non aveva mai sentito parlare di televisione, di telefonini, di tablet, di smartfon, che gioì quando ebbe l’opportunità di dotarsi di una radiolina portatile poiché, nonostante il suo alterno gracchiare, lo metteva in contatto col mondo. Tale figura appartiene ormai al passato, in quanto soppiantata da quella propria di “Imprenditore-produttore di latte e di carni ovine”. Come le altre figure imprenditoriali, adotta di volta in volta le proprie scelte avvalendosi dell’esperienza tramandatagli dagli antenati ma adeguandole alle esigenze imposte dalla realtà attuale. Diversi imprenditori vantano oggi il possesso di una laurea, moltissimi altri di un diploma di scuola media superiore, solo pochissimi hanno frequentato la scuola dell’obbligo. Praticano l’allevamento con sistemi razionali, su basi territoriali fisse  oltre che adeguatamente sezionate ,per un migliore utilizzo delle risorse e per il suo parziale disimpegno. Proprio per i motivi citati pocanzi, ci auguriamo che in un prossimo futuro il termine di “Pastori” sia usato dai più solo per identificare una figura del passato che ha segnato la storia del popolo di Sardegna; nello stesso tempo, però, ci rivolgiamo ai nostri amici allevatori perché la loro protesta sia contenuta nei limiti imposti dalle norme che regolano la civile convivenza, evitando eccessi che possano essere citati ad esempio dai citati detrattori, a giustificazione del significato da loro attribuito al termine “Pastore”o, ancora peggio, al “Pastore Sardo”. Francesco Diana

© Riproduzione riservata