Perché il Festival del Monreale lascia San Gavino Monreale


Intervista a Francesca Spanu, direttrice artistica del Festival

di Lorenzo Argiolas
[caption id="attachment_146363" align="alignleft" width="266"] Francesca Spanu[/caption] Dal 2019, il Festival Letterario del Monreale ha rappresentato un appuntamento fisso del calendario culturale sangavinese. In sette anni, l’evento ha raccolto consensi, ma ha anche alimentato forti polemiche. Con l’insediamento della giunta guidata da Stefano Altea, il rapporto si è progressivamente deteriorato, fino all’annuncio, da parte della direttrice artistica Francesca Spanu, dell’uscita del Festival da San Gavino. Una scelta che solleva interrogativi più ampi. Abbiamo incontrato Francesca Spanu per fare il punto sulla storia del Festival, sulle difficoltà affrontate e sul futuro dell’evento. Quale bisogno culturale pensavate di intercettare a San Gavino? Che traccia concreta pensate di aver lasciato nella comunità? «L’idea era portare la letteratura e i libri a San Gavino attraverso un format che favorisse l’incontro diretto tra pubblico e autori. Volevamo un Festival accessibile, partecipato, non ingessato. Credo che questo obiettivo sia stato raggiunto. Negli anni si è creato un rapporto forte con il pubblico e gli autori, tanto che molti chiedevano di tornare o di essere invitati. Abbiamo fatto conoscere il paese». Guardando al percorso complessivo del Festival, quali ritiene siano stati i risultati? Esistono elementi concreti che secondo voi raccontano l’impatto dell’iniziativa? «Un dato concreto è la vendita dei libri, lo dicono le librerie che hanno collaborato con noi in questi anni. Poi c’è stato un indotto più ampio: autori e pubblico che hanno frequentato il paese, le attività commerciali, i ristoranti. Anche i miei cambi d’abito erano comunque legati alla promozione di realtà sangavinesi. Ovviamente non parliamo di numeri enormi, ma di una presenza reale e riconoscibile durante i giorni del Festival, e non solo». Nel corso degli anni non sono mancate critiche sull’uso dei fondi pubblici e sulla gestione del Festival. Ritiene che quelle critiche fossero mosse sul merito, oppure che il Festival sia diventato un terreno di scontro? «Credo proprio che il Festival sia diventato un pretesto per lo scontro. Le critiche relative alla mia direzione, alla scelta degli autori, ai contenuti o alla mia esuberanza non mi hanno mai turbata. Mi hanno colpita, invece, le accuse di lucro, che considero infondate. Il Festival non è stato uno strumento per arricchirci, anzi in alcuni casi ci abbiamo rimesso. Quelle polemiche hanno diviso, mentre il nostro intento era unire». Com’è cambiata la relazione tra l’amministrazione comunale sangavinese e la direzione artistica del Festival? «La direzione artistica è composta da me e da Giovanni Follesa, con ruoli distinti. Io mi sono occupata soprattutto dei rapporti istituzionali. Probabilmente ha pesato anche il mio rapporto con l’ex vicesindaco Nicola Ennas, che ho sostenuto pubblicamente alle ultime elezioni comunali. Ma ho l’impressione che questa amministrazione rappresenti solo una parte della comunità. Con l’assessore Pinna, nonostante alcune difficoltà, c’è stata collaborazione, ma è stato fortemente condizionato dalla linea del sindaco». L’amministrazione Altea parla di massima disponibilità, ma sostiene di non aver percepito apertura dall’organizzazione, lei ha parlato di interferenze sul progetto culturale. Pensa che il problema sia stato un conflitto sul merito delle scelte artistiche o una frizione di natura politica e di metodo, che ha reso impossibile una collaborazione stabile? «Io sono sempre disponibile al confronto, anche con chi mi critica duramente. Quello che non accetto sono le ingerenze. È difficile ricevere indicazioni da persone che ammettono esplicitamente di non essere lettrici. Ho avuto l’impressione che mancasse il coraggio di dire apertamente che forse si voleva semplicemente eliminare una manifestazione come il Festival». L’annuncio dello spostamento del Festival a Sardara è stato letto come una scelta obbligata. Crede sia una sconfitta per San Gavino o ritiene che possa rimanere un legame con il paese? «Innanzitutto voglio dire che vi aspettiamo a Sardara dal 26 al 29 marzo per il primo appuntamento del Festival, ci rivedremo poi a settembre, dal 10 al 13. Ci saranno tante belle novità. Per San Gavino è una sconfitta. Per noi, invece, è stato un riconoscimento. Dopo l’annuncio della nostra uscita, l’amministrazione di Sardara ci ha invitato ad andare avanti. Questo ci ha fatto molto piacere. Il legame con San Gavino resta, ma ora il Festival si apre a tutto il territorio del Monreale. Ovviamente in quest’edizione coinvolgeremo le realtà sardaresi. Spero sia un arrivederci, ma finché ci sarà questa amministrazione non vedo possibilità di ritorno». Secondo lei, a San Gavino esiste oggi un’idea condivisa di politica culturale prevale una gestione più legata a scelte episodiche e relazioni personali? «San Gavino ha molte competenze culturali e, proprio per questo, spesso restano frammentate. Ognuno tende a restare nel proprio spazio, mi ci metto io per prima, e fatichiamo a costruire un progetto comune. Questo è un problema».

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