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>Ad ammirarle così, riunite nel frastagliato e vociante semicerchio del dopocena estivo, sulle spalle (strette, indebolite, a volte leggermente ricurve, eppure irrobustite negli anni da pesi non sempre visibili) i caratteristici scialli più impalpabili e leggeri del maestrale notturno,sembrano appena giunte dall'epoca dalla quale effettivamente provengono. Alla luce del solitario lampione di piazza Maria Ausiliatrice, le mani di pergamena delle anziane di Guspini appaiono impegnate ora a sgranare il rosario, ora a ricomporre crocchie d'inossidabile e finissimo argento, quindi a lisciare con pazienza orli di gonne, grembiali e muccadorisi impunemente sollevate dalla brezza. Nelle loro voci, unite in coro nei Coggius, c'è la religiosità senza compromessi e la devozione all'Assunta, "mamma cara, filla e sposa, totu bella e totu 'ermosa", ma anche un indefinibile senso d'eterno che nulla ha a che vedere con la divinità.
«Cosa ci faceva apprezzare tanto la festa? Su famini - sorride tzia Luciana, 80 anni - uno spettro che non ci abbandonava mai a eccezione dei giorni de "Is Festas Mannas" e in particolare di Santa Maria, quando la famiglia si riuniva per consumare insieme malloreddus a cibiru, caboniscu in sa bagna, e poipiricchitus, amarettus e puru gallettinasa. Il tutto, naturalmente, condito dall'ottimo pane che le donne della famiglia avevano cura di preparare due giorni prima: su coccoi de sa festa, rigorosamente a sette sfoglie. Quattro di questi pani sarebbero poi stati inseriti nelle travi che sorreggevano la lettiga della santa, accompagnando il suo viaggio lungo la processione. Inutile dire che tutti dopo tentavano di accaparrarsi un pezzo di coccoi benedetto».
«C'era un altro motivo - spiega tzia Luciana - per il quale Santa Maria era così attesa, ossia la paga del raccolto e il rinnovo dei contratti agricoli. La raccolta dei fondi da parte de "is oberaius", i componenti del comitato organizzatore come mio padre, avveniva alcuni mesi prima e si intensificava nei giorni che precedevano la festa: chi non aveva denaro offriva il bene più prezioso, cioè il grano, prontamente riconvertito in moneta. Le donne erano escluse da questo tipo di attività, mentre gli uomini non potevano attendere, al contrario, alla vestizione della Madonna dormiente di San Nicolò con l 'abito in taffetà di seta bianco o azzurro, bordato in oro,i preziosi ex voto, i raffinati sandali d'argento . Dieci pie donne, nel primo pomeriggio dell'antivigilia, avevano il compito di pulire, sollevare e vestire il simulacro, facendo attenzione a non toccarla più del dovuto- per rispetto e pudicizia- e nel più assoluto silenzio. Era un momento magico».
Intanto, dalla provincia e dal resto dell'Isola, si apprestavano ad arrivare gli artigiani e i rivenditori di calderoni,padelle,pentole e campanacci, spiedi, coltelli, attrezzi agricoli e brocche, ma anche nuxeddas, turroni, biancheddus. E poi c'era, oggi come allora, la carapigna. «La mangiavamo da piccoli bicchieri di vetro, non certo sui coni gelato o le coppette, come fate oggi. E non si gustava all'aperto bensì in sas pararas, un locale al chiuso. La portavano gli uomini da Capo di Sopra- spiega tzia Rosina (nome di fantasia), classe 1929, dal bixinau "Su Pei Trottu" - ed era squisita. Ma senza marito una donna sposata non poteva uscire da sola, neppure per mangiare un gelato nel giorno di festa. Nel caso in cui fosse fidanzata, invece, doveva portare con sè almeno un fratello: non stava bene che ci si facesse vedere in giro assousu».
«C'erano anche is battorinasa, le gare poetiche, e la corsa equestre. Per il vincitore di quest'ultima c'era in palio "Is pabarasa de pretzianas", un pezzo di broccato di grande valore con il quale le donne erano solite confezionare la parte posteriore del corpetto nel costume tradizionale. Noi stesse in occasione di Santa Maria indossavamo l'abito migliore- spiega Luciana- e in particolare ricordo il bel grembiule in taffetà di mia madre, che si legava dietro con una catena d'argento invece del solito fiocco, del quale andava molto orgogliosa».
«E poi c'era Sa Roda, che a me piaceva tanto. Penso che fosse più bella di adesso». «E perché, mamma?», chiede divertita la figlia di tzia Rosina. «Perché nonostante la vita ci offrisse poco, anche quel poco aveva più sapore di adesso. Perché non avevamo niente. Perché eravamo persone così semplici che ci bastava qualche luce e un po' di bellezza a farci dimenticare per un momento la durezza delle nostre vite. Avevamo orari per tornare a casa, regole rigidissime da seguire in ogni ambito: eppure - conclude l'anziana gli occhi verdi come gemme, straripanti di ricordi e dolcezza - la gente era più felice, e non solo in occasione di Santa Maria».
Francesca Virdis
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