di Mauro Serra
Dopo il restauro del caseggiato storico Giovanni Antonio Sanna l’opinione pubblica si chiede cosa intenda fare l’amministrazione comunale per utilizzare l’edificio. Da più parti si chiede che sia istituito il museo del territorio per esporre i reperti archeologici che attualmente giacciono negli scantinati delle Soprintendenze di Cagliari e Oristano. L’idea nasce perché da più parti si auspica un’economia della cultura aprendo la questione su come i Beni Culturali possano e debbano essere considerati non solo come una forma di profitto ma anche un volano per il Terzo Settore, l’impresa sociale ed il volontariato. Sulla possibilità invece di valutare la cultura come una possibile e concorrenziale fonte di reddito per le istituzioni dedicate e per tutta la comunità che riescono a autogestirsi con iniziative strategiche volte all’autosostentamento e all’indipendenza economica, tanto da premettersi di investire continuamente in nuovi progetti, nuove professionalità e nell’innovazione tecnologica.
Esempi di lungimiranza nostrani non mancano certamente come per esempio Barumini o altri luoghi che sono detentori ormai da svariati lustri di preziosi tesori nostrani, e sviluppando abilmente una rete di contatti e servizi sul territorio si è riusciti ad attirare una cospicua fetta del turismo nazionale europeo e internazionale. Sulla scia della funzione che le istituzioni culturali giocano nel territorio a livello dell’identità sociale si è proposto quindi un avvicinamento della comunità a queste tematiche attraverso strategie molto diverse.
A quanto pare la volontà di creare un’archeologia al servizio della comunità in senso civico, politico e sociale è un’idea relativamente recente. Una mentalità innovativa anche se “vecchia” di qualche decennio. La Public Archaeology, intesa come disciplina accademica, è nata a Londra negli anni ’80 alla University College London grazie a Peter Ucko, uno dei primi archeologi a fare dell’archeologia una questione politica e sociale. Oltre a difendere in più occasioni i diritti delle popolazioni indigene quest’archeologo così “controverso” arrivò persino ad escludere dal primo congresso mondiale di archeologia i colleghi del Sudafrica come protesta contro l’Apartheid ancora in corso in quel paese.
Spesso l’archeologia è vista (grazie anche alla cecità di alcune soprintendenze e alla scarsa capacità di comunicazione di molti archeologi) una materia destinata a un élite culturale e accademica. Un’occupazione riservata a ricercatori intenti a lunghe e costose ricerche che spesso non vedranno mai la luce o che non verranno “tradotte” a un pubblico non preparato a decifrare le dotte elucubrazioni dei professionisti del settore. Un pubblico che tende ad allontanarsi sempre di più da una materia considerata forse “noiosa”, non attuale, non comprensibile. Una materia vista da molti politici come un impiccio economico al progresso, alla vita reale. “Roba da archeologi” appunto. Trapassato remoto, polvere dimenticata nei magazzini delle istituzioni culturali. A volte materia di spunto per fantasiosi romanzieri e sedicenti presentatori tv senza alcuna preparazione per rocambolesche interpretazioni del passato. Versioni distorte e volutamente accattivanti della storia che rischiano di essere le uniche informazioni digerite dalla comunità.
Secondo Lidia Decandia (Università di Sassari) le istituzioni stanno perdendo infatti l’abitudine a “comunicare” con il territorio. C’è chi è convinto invece che solo pubblicando tutti i dati (anche in formato esclusivamente digitale) dei risultati degli scavi archeologici su grandi database liberamente accessibili agli utenti (con la consapevolezza di proteggere i diritti di “paternità” di chi li raccoglie) si possa arrivare ad una forma più partecipativa del cosiddetto pubblico. Altri invece come Valerio Massimo Manfredi (La7), archeologo di formazione e competente comunicatore di professione invocano il cosiddetto principio del “compromesso” fra dato scientifico e cosiddetta divulgazione (o meglio, condivisione) della ricerca archeologica per il beneficio di un pubblico non ancora preparato a decifrare il complesso gergo di accademici e ricercatori. Manfredi è diventato un “uomo di spettacolo”, “colpevole” all’occhio dei colleghi solo per via del suo approccio “mediatico” all’archeologia e della sua partecipazione alla realizzazione di documentari destinati al grande pubblico. E chissà che qualcuno nella sala non abbia considerato “blasfemo” il video sulla cosiddetta “realtà aumentata” (una ricostruzione tridimensionale molto simile a un “ologramma” se pur virtuale) e sulle ricostruzioni digitali molto sostenibili.
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