“Generale - mi diceva un mio bravo professore di Lingua italiana - è parola che resta tale e quale, cosí come nel maschile anche nel femminile. Si tratta, infatti, di un aggettivo che è usato come sostantivo. La donna “generale” era chiamata anche “la generala”, parola che significava anche l’adunata dei militari.. Si usava piú spesso il femminile “generalessa”, ma soprattutto per indicare la moglie del generale. Talvolta si usava per indicare una donna cui piaceva comandare con imperiosità, come quelle mogli che pènsano di aver sempre ragione. E questo tèrmine le sta a pennello, come dicévano i maestri di sartoría fino agli anni Cinquanta, che cucívano comunemente le vesti addosso ai pròpri clienti, pochi ricchi, oggi sempre piú rari. Sarebbe meglio, in ogni caso, adoperare il femminile “normale”, cioè proprio dell’aggettivo in “e”, che resta invariato, uguale al maschile. Perciò: la Generale della Marina… la Generale delle Suore Benedettine e cosí via. Ma, se vogliamo, usiamo pure “generalessa”, quando ci rivolgiamo a una donna piena d’arie, di prosopopea, come diceva il professore, per prènderla in giro. E allo stesso modo diremmo “vigilessa”, “sindachessa”, “avvocatessa”, “giudicessa”…, per non dirla troppo seriamente, anche se queste due últime parole si úsano nel parlato comune, con espressione e valore positivi, sia per la giúdice, sia per l’avvocata, anche se, nella Storia, di “giudicessa” o, meglio, di “iudicissa”, ce n’è una sola, Eleonora; e “avvocata”, solitamente con la prima vocale maiúscola, “Avvocata”, è l’attributo di María, della Madonna cristianamente invocata. Eppure le parole giuste sono proprio queste: vígile, giúdice cosí come diciamo còmplice, úmile, sémplice, dòcile, fàcile, cèlibe, cèlere, nòbile, molle, dolce, immune, comune, fedele e cosí via… Vígile lui e vígile lei; giúdice lei e giúdice lui. E, giustamente, avvocata, femminile di “avvocato”. Per quanto concerne la parola “síndaco” (una volta si diceva anche “síndico”) si deve usare il femminile “síndaca”, poiché il maschile ha la terminazione in “o”. È una sémplice regoletta grammaticale. Colei che pretende la sua “càrica” al maschile, come si dice, può dire o scrívere di sé quel che vuole: il presidente resti pure tale, anche quando è una presidente o, se preferisce, “presidentessa” e il prèside è lui, ma lei è la preside ed è pur sempre “prèside”. La studentessa è anche studente, ma una studente. “Studente” è un normale participio contemporàneo che diventa sostantivo. Ma scèlgano pure d’esser il presidente, il prèside, lo studente, anche se nascóndono col nome della loro funzione, professione, attività, la loro femminilità. Ciascuno, ciascuna faccia ciò che ritiene sia piú cònsono al suo quotidiano. Ma non usi, collegando artícoli e aggettivi al suo ufficio, alla sua púbblica funzione, il gènere maschile. Se ciò facesse, sarebbe davvero un’evidente ridícola cosa. Sarebbe non certo meglio per una ufficiale, una magistrata, una generale, una marescialla, una principessa, una mèdica, una síndaca ecc… ecc…, cadere nel ridícolo di una frase “maschilista” sintatticamente penosa. Sarebbe deleterio per la dignità di ciascuna di loro. E, forse peggio sarebbe per “il primo cittadino” (uso il tèrmine al maschile in maniera impersonale, com’è d’uopo), sempre a contatto con i suoi concittadini.. Non vorrei ancora lèggere, come qualcuno potrebbe sostenere sfacciatamente: “la síndaco è nel suo ufficio…” oppure “il nostro síndaco questa mattina ha indossato una camicetta verde e una gonna bianca ornata di rose…” oppure “il síndaco di Villacidro usa il rossetto ed è veramente bella” oppure “la dolcíssima síndaco è amareggiata, ma è sempre puntuale”. Speriamo che non si giunga a questo e stiamo attenti che qualcuno non si ponga il problema se chiamarla la síndaco o chiamarlo il síndaca, cosí confuso tra il gènere e il sesso, in una eccitazione còmico-grammaticale da condurlo, nel nostro comune-convento, in qualche gabinetto di qualche “professora” o di qualche alto funzionario che non riuscirebbe, neppure lei o lui, a darci qualche buon definitivo consiglio. Non ho alcun dubbio. È certo che non sarebbe d’accordo con noi, che già ci abitueremo, se non siamo già abituati, a chiamare “síndaco” la nostra “síndaca”, ma sempre con gli opportuni suoi attributi e artícoli “maschili”, per evitare a lei e a noi stessi le brutte figure beduine, l’òttimo Gabrielli, che parlerebbe súbito di “mascolinità” femminile, magari citando Giàcomo Devoto, sentendo parlare di Marta, preparatíssima síndaco, come Caterina II, famosa imperatore di Russia. Ci griderebbe in faccia: “… la concordanza nel gènere s’impone, non ci sono santi!”
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