Roberto Procedda in acrobazia[/caption]
Può spiegarci, visti i salti che esegue, quali emozioni si provano lassù in aria?
«Si tratta di uno sport di adrenalina pura. Convertire in parole ciò che provo non è facile: per capirlo, so che può sembrare scontato ciò che sto per dire, ma è ciò che realmente penso: bisognerebbe provare».
Per praticare il freestyle serve possedere un’indole particolare? Lei, per esempio, ha una personalità fuori dalle righe nella sua vita privata?
«Il fatto che sia chiamato anche sport di “estrema unzione” potrebbe far pensare che per praticarlo occorra essere un po’ “pazzi”: le assicuro, nonostante ciò, che sono un tipo abbastanza prudente e razionale».
Quindi, se lei esclude l’audacia come virtù, cosa bisogna possedere per praticare questa disciplina?
«Credo che l’ingrediente principale non stia tanto nel coraggio, quanto, invece, nell’essere un buon calcolatore: è importante conoscere le leggi fisiche dei movimenti che può fare un pilota insieme alla sua moto; sapere, in sostanza, cosa puoi e non puoi permetterti di fare. Contano, inoltre, le emozioni: devi essere bravo a caricarti al punto giusto e a concentrarti bene prima di iniziare».
Le persone a lei vicine, dati i naturali pericoli che implica questo sport, cosa pensano riguardo a ciò che fa?
«I miei genitori, per esempio, erano contrari in principio. Poi però, quando hanno visto che la cosa è diventata un po’ più seria, nel senso che sono stato in TV, ho partecipato a eventi importanti, ho firmato persino qualche autografo, si sono un po’ ricreduti anche perché, allo stesso tempo, credo abbiano capito come avessi una così grande passione per questa disciplina che niente e nessuno mi avrebbe potuto fermare a proseguire».
Soddisfazioni personali?
«Tante, però, su tutte, ne ho una in particolare: essermi esibito una volta insieme al campione del mondo della specialità. C’era un abisso tecnico fra di noi visto che lui, rispetto a me, riusciva a fare delle figure acrobatiche incredibili. É stata comunque una bella soddisfazione essergli stato vicino, seppur solo per qualche ora».
La cosa più strana che le è capitata da quando ha iniziato?
«Qualche anno fa, in un ufficio di collocamento, sono venuto a sapere di possedere la qualifica lavorativa di “acrobata”, datami dai miei ex datori di lavoro. All’apprendere di essere “ufficialmente” un acrobata mi è scappata una risata spontanea visto che mai, prima di allora, avevo pensato a questa cosa; questo perché, seppur è vero che ho avuto esperienze lavorative nel freestyle, lo è altrettanto il fatto che nella vita sono principalmente un operaio edile e corro in moto principalmente per pura passione».
Sogni?
«Vorrei imparare a fare il “giro della morte”, una difficile figura acrobatica che, come si intuisce dal suo nome, ha un alto grado di pericolosità. Se dovessi riuscire e eseguirla correttamente, potrei entrare a far parte di circuiti più prestigiosi e chissà trasformare la passione in un qualcosa di più. La volontà certo non mi manca: vedremo se, anche questa volta, l’impegno mi ripagherà».
Cosa consiglia a chi si avvicina per la prima volta al freestyle?
«Di usare le giuste protezioni, avere la massima prudenza e, soprattutto, metterci tanta passione. Senza quest’ultima, sarà pur scontato ciò che dico, ma non si va da nessuna parte».
Si sente di ringraziare qualcuno?
«Tutti quelli che mi seguono, nessuno escluso. Non c’è cosa più bella nell’emozionarti quando vedi che hai fatto provare forti emozioni al tuo pubblico».
Simone Muscas
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