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Roberto Loddi[/caption]
La candelaria, sa candelarìa, è un’antica rievocazione storica del Capodanno, Cabudann, che si ripete ogni anno a Orgosolo in Barbagia da tempi antichi. Orgosolo è un paese fantastico, unico, che conserva il sapore del passato, dove convergono secoli e secoli di tradizioni e memorie. La macchia esuberante di colori di questa meravigliosa terra proiettata sull’orizzonte incanta gli occhi e, lo sguardo non può rimanere indifferente. Una cascata di fiori che sbocciano sui campi della rigogliosa vegetazione, circondano le rocce modellate dal vento come dalle mani di un ciclope. Questi luoghi naturali ormai di culto, hanno lasciato testimonianze di una storia antica che tutti dovrebbero conoscere. Le tradizioni locali hanno origini antiche come la notte dei tempi e rimangono saldamente ancorate e custodite.
Orgosolo è un meraviglioso paese di circa 4200 abitanti in provincia di Nuoro, immerso nel cuore dell’Isola, dove la vita quotidiana è dura e faticosa e la terra è severa ma incantevole. Nel paese dei murales che abbelliscono le strade e le case, le tradizioni di certo non mancano, anche perché a tenerle vive ci pensano numerose associazioni che con il loro operato contribuiscono a mantenere e divulgare storia, cultura, tradizioni e cucina con rievocazioni, appuntamenti e sagre ai visitatori e turisti.
I primi uomini ad aver calpestato il suolo orgolese in età preistorica risalgono al neolitico, periodo certificato dai parecchi ritrovamenti di ceramiche, piccoli utensili in pietra tagliata e frecce con la punta in vetro vulcanico (ossidiana). Parecchi sono anche i monumenti megalitici, infatti sono stati censiti diciassette, Menhir, nelle zone denominate: Gorthene, Locoe, Galanoli, Sa Lhopasa e un, Dolmen, in località Oleìli. Sempre nell’area del concentrico, esistono circa sessanta, domus de janas, tombe preistoriche scavate nella roccia tipiche della Sardegna prenuragica, le necropoli di Oreharva con quindici tombe e quella di Sirilò con nove grotticelle funerarie.
Dell’era nuragica invece sono visibili i resti di una trentina di nuraghi, alcuni ancora in buono stato di conservazione, oltre a otto tombe dei giganti, una fonte sacra e un recinto di pietre usate per costruire a secco una struttura o monumento e diversi resti di abitazioni. Famoso è il nuraghe Mereu nel Supramonte, non da meno i nuraghi Duvilinò e Ruiu. Altri reperti archeologici interessanti sono le ceramiche puniche ritrovate in due vani di tipo abitativo, in uno di questi sono venuti alla luce dei resti di un vaso attico a figure rosse, riconducibile dall’arte di fabbricazione e dalla pittura greca a una produzione databile intorno al 530 a. C. Tanti altri ancora sono i reperti ritrovati nei siti archeologici sparsi nel territorio orgolese.
Del passaggio dei Romani sono conferma numerosi materiali di età imperiale, tra cui contenitori in bronzo e alcune monete, mentre di epoca Medioevale sono stati ritrovati suppellettili di vario genere, che sembrano ipotizzare un passaggio dei bizantini, come dimostrano le numerose chiese riconducibili a santi della tradizione orientale, delle quali alcune ancora aperte al culto. Nel 1388 rappresentanti di Orgosolo compaiono tra i firmatari dei trattati di pace fra Eleonora d'Arborea e il re Giovanni I di Aragona, trattato firmato nel luogo di incontro dei regni di Torres, Gallura e Cagliari; una villa che in quegli anni era situata nel territorio nel Giudicato d'Arborea, nella curatoria di Dore. Orgosolo nel 1420 passò al Regno di Sardegna, per poi essere ceduto da un feudo all’altro, con il susseguirsi di famiglie nobiliari sarde come gli Alagon, iCubello, i Carroz e i Silva. Dal 1497 al 1589, con diverse oscillazioni demografiche Orgosolo divenne il settimo paese per popolazione della Sardegna con 906 abitazioni, per poi arrivare al 1698 con 750 uomini, 778 donne e 487 abitazioni. Arrivando al Novecento e, alla storia più recente è da citare, nel 1969, la “rivolta di Pratobello”, la pacifica occupazione dei campi di questa località da parte dei pastori, che si erano visti espropriare una vasta area destinata dai militari a poligono di tiro. Storia conclusa con il ritiro dell’esercito e la restituzione del territorio.
Numerose e sentite sono le feste che tengono viva la forte tradizione religiosa orgolese, da ricordare in particolare la rievocazione della Candelaria, che si ripete ogni anno il 31 di dicembre. Festa che compare anche negli scritti della scrittrice sarda Maria Grazia Cosima Deledda, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nell’anno 1926, che ricorda nei suoi racconti l’ultimo giorno dell’anno come la festa dei bambini del nuorese. Infatti questa antica consuetudine comincia alla mattina, e vede protagonisti i bambini del paese che vanno a bussare di porta in porta con in spalla una sacca da riempire con i doni ricevuti (di solito era ed è una federa bianca), accompagnati da una cantilena: a nolla dazes sa Candelarìa?, ci date la candelaria? Ad aspettare la gradita visita dei simpaticoni ci sono le padrone di casa sempre disponibili a riempiere i loro sacchi bianchi con un ricco bottino a base di caramelle, mandarini, formaggio, salumi, dolcetti vari e l’immancabile, su cocòne, il pane appena sfornato per l’anno nuovo, ancora caldo e profumato, che gli orgolesi chiamano, sa tundina. Lo stesso pane che le donne in compagnia di parenti o amiche preparano con amore, dedizione e momenti di preghiera, utilizzando farina di grano duro sardo, simula, impastata a lungo, subighere, suexi, ciuexi, ciuèxiri, cummossai, impastai, assieme ad acqua di fonte, strutto e l’abbraccio, de su frammentu sardu, del lievito madre. Oggi l’antica usanza della, sa candelarìa, si rinnova puntualmente ogni anno solo a Orgosolo, Benetutti e alcuni paesi vicini.
Sempre ad Orgosolo, la tradizione, de sa candelarìa, dopo il passaggio dei bambini, si ripeteva anche all’imbrunire dello stesso giorno, ma questa volta erano le persone adulte di tante famiglie bisognose, che con il favore dell’oscurità e con il capo coperto da lunghi scialli, complice il fatto che agli inizi de Novecento non tutti i paesi dell’Isola erano forniti di elettricità pubblica, rendeva meno umiliante bussare alle porte dei compaesani più facoltosi e in particolare a quelle degli sposini novelli. Per queste persone era il momento favorevole per poter avere quei viveri da parte di chi era più benestante senza sentirsi a disagio. Ora le condizioni sociali sono mutate, ma la tradizione rimane sempre viva.
Come dice un vecchio proverbio… mellusu adizu cun unori, chini meda cun bregùngia! meglio poco con onore, che molto con vergogna!
INGREDIENTIS
Kg 1,2 di semola rimacinata di grano duro sardo, gr 250 di lievito madre già rinfrescato pronto all’uso, oppure gr 12 di lievito di birra freschissimo più un cucchiaino di zucchero fine, gr 120 di strutto a temperatura ambiente, gr 700 di acqua di fonte o acqua minerale naturale, un cucchiaino colmo di sale.
APPRONTADURA
La sera prima, disponi la farina setacciata a fontana sul ripiano della madia (oppure dentro al boccale della planetaria) e al centro tuffaci il lievito prima lavato, poi stemperato in mezzo litro di acqua tiepida. Quindi poco alla volta unisci lo strutto, fallo incorporare bene lavorando a lungo l’impasto e piano, piano aggiungi il resto dell’acqua nella quale avrai fatto sciogliere il sale che hai in dotazione. Fatto, continua a lavorare il composto, fin quando lo avrai reso liscio e malleabile. Terminata questa operazione, dividilo in otto pagnottelle, dopodiché con l’ausilio di un matterello forma dei pani rotondi, cocone, tundina, di circa 25 centimetri di diametro e man mano che li prepari, accomodali dentro a una grande corbula, sa crobi manna, foderata con una tovaglia bianca ben infarinata, tenendoli a distanza uno dall’altro. Arrivati a questo punto, spolverali con della semola, con la parte eccedente della tovaglia copri il pane e lascialo lievitare tutta la notte in luogo tiepido e privo di correnti d’aria. L’indomani mattina, trasferiscilo dentro al forno a legna ben caldo (il forno è pronto non appena la volta sarà diventata bianca), se non possiedi un forno a legna, va bene quello casalingo elettrico o a gas a 220° (sicuramente dovrai fare più infornate) e lascialo cuocere giusto il tempo che occorre a far gonfiare il pane e a renderlo dorato. Trascorso il tempo necessario, sfornalo e trasferiscilo sopra a delle gratelle a raffreddare. Se il pane viene abbinato con formaggi di lunga stagionatura, salumi, carni arrosto e agnello in umido, il vino consigliato è: cannonau Soroi della cantina di Orgosolo, dal sapore caldo, di buona struttura, con tannini morbidi e vellutati, che lo rendono armonioso, con finale lungo e persistente.
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