Anni fa, nella strada che portava da Bidhasorris a Bidhaxidru, subito dopo aver svoltato a sinistra all’incrocio po Bidharamosa, si arrivava a una sorgente d’acqua calda che saliva direttamente dalle profondità del sottosuolo e che chiamavamo S’Acua Cota. Attorno a questa fonte, conosciuta fin dall’antichità e valorizzata anche dagli antichi romani che amavano le cure delle acque termali, quando ero piccolo veniva frequentata da diverse persone dei paesi circostanti, che andavano per curarsi e risolvere problemi di artrosi e di reumatismo. La prima volta che ci andai fu con il carretto celeste trainato dall’asinello de tziu Cesare Mocci, un uomo grassoccio e scuro di carnagione, per riempire una fustella d’acqua calda da portare a una anziana signora benestante del paese, che aveva uno di questi disturbi e non potendo andarci di persona si curava stando a casa sua. Partivamo attraversando il guado del fiume Mannu, nella zona de Piscixedhu a sud del paese, passando in un punto dove l’acqua era più bassa e il fondo solido, fatto di sabbia e pietre. Seduti con le gambe penzoloni in sa tàula de ananti, che sporge ai lati anteriormente prima delle stanghe dove è imbragato l’animale e nella quale in genere è solito stare su carrattoneri. Arrivati quasi al centro del fiume l’asino si fermò di colpo puntando le zampe immerse nell’acqua, come del resto si trovavano sommerse a metà anche le ruote del carretto. L'acqua continuava a fluire e ormai arrivava fino alla pancia del somaro, che spaventato non voleva sentirne di andare avanti. Visto che mostrava tentennamenti, tziu Cesare mi disse di sollevare le gambe e girato su fuètteddu dalla parte del manico dove c’era un bel chiodo, punse la natica dell’animale e incitandolo anche con delle urla, riuscì a fare compiere uno scatto in avanti alla povera bestia, che attraversò al galoppo il fiume portandoci nell’altra riva di gran carriera. “Non c’est che cussu” disse, mentre io guardavo il punto dove uscivano delle piccole gocce di sangue, pensando al dolore che poteva aver provato, come capitava quando mi facevano una puntura. Percorso ancora un pezzo di strada bianca si arrivò a quella provinciale, che nonostante fosse asfaltata era piena di buche e si proseguì ancora per diversi chilometri fino a destinazione. Arrivati nella zona de S’Acua Cota, trovammo tante persone di una certa età che facevano il bagno, immersi in alcune pozze di acqua bollente, alimentate da una mitza quasi perenne che scorreva sempre calda e fumante in una cunetta verso la campagna. Altre persone trasportavano l’acqua con dei recipienti dentro piccole catapecchie in legno disposte attorno alla fonte, come se fossero le cabine del Lido o del D’acquila del Poetto di Cagliari. In quei ripari improvvisati la gente, non vista, poteva spogliarsi e fare il bagno completamente nuda, resistendo al calore fumante dalle proprietà terapeutiche. Altre persone, come fossero in una terme vera, stavano sedute con le gambe immerse nell’acqua e parlavano tra di loro per ingannare il tempo. Mentre tziu Cesare, venuto il suo turno, riempiva sa fustella del carro con una pompa collegata a un tubo da dove sgorgava l’acqua direttamente da sotto terra, mi levai le scarpe e infilai anch’io i piedi in una pozza d’acqua. All’inizio il calore era insopportabile, ma pian piano ci si abituava e si provava anche una sensazione piacevole di benessere dovuta alla circolazione sanguina. In seguito passarono diversi anni, prima che ritornassi in quel posto con degli amici in bici e allora vidi che tutto stava cambiando. C’erano pochissime persone con le gambe in ammollo in alcune pozze e solo qualche baracca ormai distrutta. Avevano costruito vicino alla fonte un capannone, con attorno una recinzione con un alto muretto da dove attraverso tre rubinetti in ottone usciva all’esterno solo una minima parte dell’acqua che usciva prima. Da lì a poco, venni a sapere che con l’autorizzazione del comune su cui ricadeva quell’area, al confine di altri paesi, era sorta una piccola fabbrica per l’imbottigliamento dell’acqua, riducendo in parte l’uso terapeutico alle persone che prima ne usufruivano. Passarono ancora un paio d’anni e quell’acqua andò interamente a beneficio di quella fabbrichetta di acqua minerale chiamata Sa Giara o Sandalia. Dei tre rubinetti iniziali all’esterno ne rimase solo uno, con ulteriormente riduzione del gettito e solo nei giorni in cui non si lavorava. La cunetta dove scorreva l’acqua bollente non c’era più, le catapecchie di un tempo erano sparite e la gente ci andava solo per riempire qualche piccolo recipiente. Passò ancora qualche tempo che venne sigillato anche l’ultimo rubinetto e il posto fu abbandonato alla completa incuria del comune che aveva ceduto quell’acqua alla gestione della fabbrichetta. Ora a S’Acua Cota, una fonte conosciuta sino dai tempi dei romani, non ci passa più nessuno e gli anziani devono tenersi i loro mali di artrosi e reumatismo, ma tanto ci sono le medicine che si comprano in farmacia! È proprio vero che l’uomo, talvolta, andando avanti nel tempo invece di migliorare peggiora, come è accaduto con la vendita di un bene comune e prezioso come l’acqua che ci ha dato la natura, per pochi soldi e interessi venali e speculativi.
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