La famiglia paterna di Salvatore Manno era originaria di Bosa, come si è scritto, tant’è che suo padre Francesco, commerciante di malvasía, era chiamato “busincu” e questo suo patrionímico, divenuto suo soprannome, accompagnava sempre il suo cognome come un epíteto inamovíbile, inseparabilmente: busincu Mannu.
Il suo cognome era registrato inizialmente, nei quinquelibri parrocchiali e in quelli dell’archivio diocesano di Ales, con la terminazione in “u”, Mannu, appunto, che venne modificata nel tempo. In ogni caso, il capostípite divenuto “villacidrese” veniva sempre chiamato busincu Mannu.
Busincu Mannu era lui, suo padre, Francesco. Era invece “cidrese” sua madre, María Cogotti, figlia, lei, di uno dei piú grandi proprietari terrieri di Villacidro e cugina di Efisio Luigi Giovanni Aloysius, meglio noto come “Luisu” Cogotti detto su meri bonu perché convinto sempre che la cattiveria si combatte, cristianamente, con la bontà. Era famoso infatti perché non denunciava mai ai gendarmi i ladri delle màndorle, delle olive, delle arance dei suoi terreni, ma, nel caso fòssero stati colti in fallo, li faceva rimandare nelle loro case con la metà dell’improprio raccolto, dichiarando una sorta di preaccordata mezzadría con ciascuno di loro. Su meri bonu, padre di Ignazio Cogotti, il poeta di lingua campidanese piú conosciuto nell’ambiente universitario e cittadino che non in paese, sarebbe col tempo divenuto il síndaco piú apprezzato, piú stimato fra tutti i síndaci del paese, anche perché aveva arricchito Villacidro di òpere egregie, forse grazie ai consigli di un richiestíssimo e validíssimo scultore noto per le tante grandi òpere che faceva in Sardegna, Sartorio, maestro di tanti scultori nostrani e della penísola. Gli commissionò persino l’immàgine del suo volto, quella che oggi osserviamo nel medaglione cimiteriale, l’altorilievo in cui “Luisu” venne effigiato di tre quarti. A questo capace síndaco Villacidro deve l’ideazione e la costruzione del “Lavatoio púbblico” con l’accostamento armònico del marmo o travertino e della trachite (típico del Sartorio, come nel monumento al Minatore d’Iglesias) e della “Fontana dello zampillo” di trachite anch’essa, con elementi di bronzo bocche-di-leone, quali ornamenti delle cannelle dell’acqua potabile. L’uno e l’altra divenuti monumenti dell’ignavia e dell’abbandono, dell’arroganza e del cattivo gusto, ma soprattutto del disprezzo della bellezza e della storia del pòpolo villacidrese.
Antonio Vincenzo Ignazio Cogotti, l’avvocato-poeta, nacque il 27 gennaio del 1868, appena 6 anni e qualche mese dopo Salvatore e man mano che crescévano, insieme irrobustívano la loro recíproca amicizia. Tutt’e due erano legati fraternamente anche al loro cognato Antonio Luigi Cadoni: questi era cognato del Manno, per il primo matrimonio con sua sorella María Giuseppina, cognato del Cogotti, per il secondo matrimonio con sua sorella María. Anche se era piú anziano di loro, essendo nato nel 1846, l’8 di novembre, Antonio Cadoni, li frequentava assiduamente. Lo separàvano quíndici anni da Salvatore e quasi ventidue da Ignazio.
Efisio Cadoni
© Riproduzione riservata