San Gavino, Distretto rurale: occasione per realizzare un laboratorio sperimentale per il recupero dei seminativi abbandonati


di Fulvio Tocco
  Sabato, 28 maggio 2022, nella sede del Gal di San Gavino Monreale, in via Roma 102, si è svolta una riunione per dare avvio al processo di distrettualizzazione. Ai dirigenti del Gal va dato il merito di aver organizzato il convegno “Investire sulle persone: il valore strategico del capitale umano per la crescita socio – economica del territorio”.  Trattandosi di una fase di discussione preliminare si potrebbe cogliere l’occasione, alla luce della “Guerra del grano” di utilizzare il “distretto”, attraverso l’intesa con la Regione Sardegna, per stimolare il recupero dei seminativi per le colture cerealicole e leguminose da granella e da foraggio. Scegliendo di percorrere questa strada si darebbero risposte, in tempi brevi, alle questioni ecologiche, produttive ed ambientali. Per trent’anni ci è stato detto che grazie alla globalizzazione non è necessario produrre, ma soprattutto commerciare (mercanteggiare). Oggi, per le derrate alimentari, dipendiamo dalle importazioni. L’UE è un grande importatore netto di cereali e granaglie: la base del vivere quotidiano degli uomini e degli animali. Con 60 milioni di abitanti, l’Italia è il quinto importatore, a conferma che dipendiamo dalle importazioni. Sappiamo che in Italia ci sono circa 1,7 milioni di aziende agricole e zootecniche. Di queste, circa 72mila si trovano in Sardegna. Compito delle Istituzioni pubbliche: evitare la riduzione continua dei terreni coltivati, in rotazione, a grano duro. Dopo il blocco dei porti ucraini possiamo dire che le questioni che riguardano il mercato delle granaglie non possono più essere osservate secondo la legge dei costi e dei ricavi, poiché quando non si dispone di queste derrate, abbiamo visto, che il sistema va in crisi.  L’Ucraina e la Russia rappresentano il 30 percento delle esportazioni mondiali di grano e orzo, il 18 percento di mais e circa l'80 percento di olio di girasole. Questa triste esperienza ci impone una seria riflessione per stimolare attraverso dei Piani straordinari la coltivazione dei cereali e delle leguminose su tutti i seminativi della Sardegna al fine di garantire l’approvvigionamento del comparto zootecnico. Oltre 3.000.000 di capi ovini; 281.000 capi caprini; 49.000 capi Bovini da latte; 100.000 bovini da carne meritano un’attenzione particolare. Per renderci meno dipendenti dai mercati esterni, le istituzioni pubbliche dovrebbero studiare dei Piani straordinari, finalizzati e a termine, per incentivare le coltivazioni dei seminativi in rotazione colturale. Per progettare un Piano di questa natura non c’è bisogno di perdere del tempo in estenuanti indagini di mercato. Conosciamo benissimo due dati: il primo che si ricorre all’importazione di queste derrate e il secondo che riguarda il numero degli animali da alimentare. Tra l’altro, dalla nostra parte, abbiamo l’Unione europea che stimola gli Stati membri a riconsiderare la coltivazione delle leguminose. L’occasione per pensare ad un Piano straordinario, ci viene offerta dalla normativa sui distretti rurali che in questa fase storica potrebbero assumere un ruolo fondamentale per sperimentare dei progetti speciali, a burocrazia semplificata, di facile implementazione per rendere coltivato e presidiato il territorio. L’incentivo potrebbe favorire il presidio delle campagne attraverso la figura dell’agricoltore custode ai sensi della Legge regionale 7 agosto 2014, n. 16. La predetta Legge detta Norme in materia di agricoltura e sviluppo rurale: agro-biodiversità, marchio collettivo, distretti nell’ottica di promuovere lo sviluppo rurale e le produzioni collegate al contesto produttivo storico-tradizionale sardo. Da qui nasce la necessità di redigere un Progetto straordinario, a cura della pubblica amministrazione, al fine di prevedere a monte il contenuto, le modalità e i tempi di applicazione. Un Progetto che liberi dalla burocrazia i produttori partecipanti, finalizzato al recupero delle terre incolte o abbandonate e della loro capacità nel produrre ricchezza, sicurezza e capitali, puntando nello specifico, alla valorizzazione economica ed ambientale delle coltivazioni che meglio si adattano nelle nostre campagne. Come è noto la presenza delle orobanche ormai non consente la coltivazione delle fave dappertutto. Per la valorizzazione delle aree rurali serve un cambio di atteggiamento di ognuno di noi e della classe dirigente. Tutti dobbiamo contribuire a un cambiamento culturale per non rimanere schiacciati dalla globalizzazione sbagliata.

© Riproduzione riservata